evoluzione

Il rapporto annuale del CENSIS descrive con un’espressione, amara quanto vera, un’Italia immersa in un “letargo esistenziale collettivo”, arrivando a parlare, con drammatico realismo, di un “limbo, fatto di mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee, mezze persone”. Di fronte alla drammaticità di tale quadro, un Governo di dilettanti, capace soltanto di provvedimenti paternalistici e clientelari, si è sforzato pateticamente di valorizzare qualche zero virgola di crescita. Smentito dall’ISTAT, ha imposto ai vertici da esso stesso nominati, la umiliante correzione di un 0,1% attraverso un presunto metodo di calcolo più corretto.

Il declino culturale è alla base di quello economico. Non basta dire che ad ogni Euro investito in sicurezza deve corrisponderne uno in cultura, che innanzi tutto dovrebbe essere contrassegnata da un’idea ispiratrice e derivare da un humus diffuso. La riforma della scuola, cui si è sentito il puerile bisogno di aggiungere l’aggettivo “buona”, ne dimostra il fallimento. Alla base non s’intravede un progetto culturale e formativo, ma l’obiettivo di un diplomificio per legittimare l’infornata di decine di migliaia di precari, stabilizzati senza concorso. Nell’Università, il precedente intervento legislativo, anziché rendere gli studi superiori tali da poter competere con i Paesi più avanzati, ha creato una cosiddetta laurea breve triennale, che costituisce un diplomino di modestissima qualità. La cosiddetta  laurea specialistica corrisponde a quella precedente, che invece si sarebbe dovuta rafforzare, attraverso il numero chiuso e l’obbligo di frequenza, creando al contempo master post laurea di altissimo livello. Forse avremmo avuto un numero inferiore di laureati, ma di alta preparazione professionale, un ingresso più ritardato nel mondo del lavoro, ma di profilo più elevato. Negli Atenei si registra quindi una perdita di interesse alla ricerca ed all’approfondimento.

La banalità dei social media determina ulteriore abbassamento culturale e dequalificazione, che si estrinseca nei “mi piace”, nelle condivisioni o nelle sterili polemiche da pollaio. Un tempo fiorivano le associazioni studentesche (UGI della sinistra, AGI liberale, Intesa o FUCI del mondo cattolico). Poi vi erano i movimenti giovanili dei partiti, i cine club, i collettivi studenteschi, dove c’era un eccesso di ideologia, ma, altrettanto certamente, un orientamento culturale. Oggi impera il qualunquismo, la protesta nichilista,la disperazione di massa. Ieri si preparavano i giovani alla democrazia, intesa come confronto, anche aspro, tra idee diverse, magari semplificate in un messaggio giovanile di massa. Oggi si va affermando una adesione plebiscitaria acritica. (il culto del duello, nelle primarie, nella scelta dei Sindaci o dei Governatori e persino del Premier). Dopo, si propugna, in nome della governabilità, una delega assoluta di potere.

La storia, che con la modernità marciava verso la secolarizzazione, sembra essersi arrestata. Al posto della laica religione del dubio, sembra subentrata una densa nube di rinnovato senso religioso. La comoda adesione acritica ad una fede sembra aver preso il posto del sapere, delle ideologie, della cultura, del confronto, del rispetto dell’opinione altrui. Tutto questo genera sovente intolleranza, che si trasforma in odio e degenera in violenza, xenofobia, guerra di religione. Altre volte, un molle pensiero, in apparenza politicamente corretto, ma sostanzialmente anticapitalista, senza rispetto per la propria identità, vive come un senso di colpa l’opulenza, fino talvolta a giustificare il terrorismo. Viviamo in una società che urla minacciosa o tace timorosa.

E’ scomparsa la cultura del controllo popolare e si sta cercando, in nome di una dilagante avversione al ceto politico, di cancellare quei poteri che dovrebbero avere un ruolo di bilanciamento. La riforma in corso di approvazione tende ad esaltare il ruolo del Governo, cercando di porre sia le Assemblee legislative, che la Corte costituzionale, al suo servizio. La stampa ci ha pensato da sola a mettersi a libro paga del potere. Dopo verrà il turno della Magistratura, che si è attribuito impropriamente un ruolo di supplenza. Gli strumenti del ridimensionamento saranno un CSM egemonizzato da una sola parte politica, e riforme che sfrutteranno l’insofferenza diffusa per l’inefficienza della giustizia e per la estensione a dismisura della discrezionalità, attraverso la giurisprudenza evolutiva. 

Il Governo, in mano alle corporazioni, si è dovuto rimangiare la annunciata soppressione di 23 prefetture, unico opportuno provvedimento di spending review, anche se ancora insufficiente, dal momento che ne basterebbero, in vece delle attuali 109, non più di 30 o 40. La sicurezza non c’entra nulla, anche perché il contrasto al terrorismo viene assicurato in modo soddisfacente dalle Questure, dall’Arma dei Carabinieri e dall’intelligence. L’Esecutivo paga il prezzo della fedeltà dell’alta burocrazia e dei manager pubblici, cui affida compiti per i quali non è adatta, come reggere Comuni della complessità di quello di Roma, o candidare propri esponenti a sindaci di grandi città. In compenso i centurioni sono stati allontanati dai Fori imperiali. Forse si tratta della sottile perfidia del PD, che vuole far rimpiangere Marino, da esso candidato a Sindaco della Capitale e sostenuto fino al giorno in cui il vero padrone di Roma non ne ha deciso il licenziamento sottolineando, con la parola “capito?”, che non era stato lui ad invitarlo a Filadelfia.

Non è questa la civiltà occidentale nella quale ancor oggi crediamo, costruita nel travaglio di secoli di cultura, guerre e rivoluzioni sanguinose. Dobbiamo riprendere la parola, il gusto di combattere attorno ai principi, studiare, ragionare, recuperare l’orgoglio della convinzione nella superiorità dei nostri valori, ripristinare il metodo rigoroso del confronto senza verità rivelate ed immutabili, cominciando da una scuola laica, che prepari ad avere delle idee ed essere all’altezza di difenderle.

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