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Mai il panorama internazionale era apparso in movimento ed esposto ad incognite e pericoli gravi come oggi.

Dall’Argentina abbiamo importato in Italia un campione del populismo  pauperista come Bergoglio, che ha messo in discussione principi millenari della Chiesa e rivoluzionato consolidate abitudini. Intanto il suo grande Paese, che conta una forte presenza di cittadini di origine italiana, ha registrato, dopo oltre un cinquantennio, la prima clamorosa sconfitta del peronismo. Oltre alla popolarità di Macri, abile e stimato imprenditore di origine calabrese, non poco hanno influito per il cambiamento, gli errori, le ruberie e le oscure vicende nelle quali sono state coinvolte Cristina Kirshner ed il suo clan. A distanza di pochi giorni, in quello stesso continente, anche il chavismo venezuelano di Maduro  è stato travolto nelle elezioni politiche dal cartello delle opposizioni, inaugurando, per la prima volta, una stagione di coabitazione tra esecutivo e legislativo di segno opposto, che darà luogo a scontri furibondi, a cambiamenti radicali e ad una già annunciata controriforma costituzionale. Altri regimi in Sud America potranno crollare rapidamente, a cominciare da quello brasiliano, che deve fronteggiare una crisi economica molto grave.

Raoul Castro sembra aver fiutato il vento ed ha avviato, dopo sessant’anni di tensione e guerra fredda, una fase nuova, caratterizzata dall’apertura di un dialogo con gli Stati Uniti. Tale straordinario cambiamento non può non preludere alla fine di una dittatura, che ha ridotto alla fame il popolo cubano e  non è più in grado di sostenere un apparato statale e spionistico di enormi dimensioni in un contesto economico di tipo socialista debolissimo, sotto il diretto controllo dello  Stato.

La vigilia elettorale negli USA è all’insegna di un’incertezza senza precedenti. Le imbarazzanti gaffes di Donald Trump mettono in agitazione il campo repubblicano, non meno della crescente impopolarità di Hillary Clinton in quello democratico. Intanto non si profilano nei due maggiori partiti altre candidature di peso in grado di trionfare. Dopo la scialba presidenza di Obama, che ha fatto registrare un notevole ridimensionato del ruolo che l’America aveva tenuto sulla scena mondiale almeno sin dai tempi di Roosevelt, sarebbe necessario un presidente dotato di adeguata statura, sostenuto da uno staff di elevato livello e gradito ai paesi alleati,  per recuperare una leadership mondiale, che è stata molto a lungo garanzia di stabilità.

L’Europa non riesce a darsi un profilo unitario sulla scena internazionale, anche a causa della assoluta mancanza di spessore  dell’alto rappresentante per la politica estera europea, posizione nella quale il velleitario Renzi ha piazzato la insignificante Signorina Mogherini. Tale scelta, presentata nel nostro Paese come una grande vittoria, invece è stata accolta con favore da parte di coloro che intendevano di fatto azzerare quel delicato ruolo, che avrebbe potuto fare ombra a molti capi di Stato e di Governo, ove fosse stato occupato da un personaggio del calibro di Blair o D’Alema. Si sono create quindi le condizioni per aprire spazi a pericolose forme di protagonismo nazionalista, riaffiorate ovunque ed interpretate sovente da uomini privi del necessario carisma. La Merkel ha visto ridursi ogni giorno la sua popolarità, mentre non si profilano nuove figure antagoniste alla Kohl, Schroder o Geinscher, che possano proporsi come guida del Paese e rivendicare un ruolo protagonistico in sede continentale. La Francia, ferita dall’attacco terrorista, nonostante la risposta orgogliosa di Hollande, sembra volersi consegnare al nazionalismo becero ed anti europeo della dinastia Le Pen. Tuttavia, la nuova versione guidata da  Marine, sembra aver scelto una linea nazionalista di stampo gollista, abbandonando i richiami all’antisemitismo, a Vichy, o all’OAS, che avevano caratterizzato la politica reazionaria e nostalgica del padre Jean Marie, oggi allontanato dal movimento. Tuttavia al secondo turno  prevarrà il fronte di “alleanza repubblicana”, che inevitabilmente i due maggiori partiti tradizionali cercheranno di mettere in campo. Tale accordo di desistenza, nonostante lo scarso appeal popolare, finirà per conquistare tutte, o almeno la grande maggioranza, delle regioni nel ballottaggio della prossima domenica. Molto probabilmente nel 2017, per la elezione del nuovo Presidente della Repubblica, si ripeterà il medesimo schema, già sperimentato nel 2002, quando, escluso il candidato socialista Jospin (che dignitosamente abbandonò la politica) l’elettorato socialista decise di convergere sulla opzione meno peggiore, votando Chirac.

La Grecia con Tsipras, la Polonia con il gemello superstite Kaczynsky e l’Ungheria con Orban si sono già schierate sul versante nazionalista più oltranzista e la Spagna rischia di subire un forte condizionamento per l’annunciato probabile successo di Podemos, che potrebbe avere un potere condizionante. Il referendum in Gran Bretagna sulla permanenza o meno nell’UE indiscutibilmente potrebbe rappresentare, in caso di risultato negativo, un colpo mortale alla costruzione europea. Inquieta l’ambiguo ruolo della Turchia, alleato strategico della NATO, che, con la sua doppiezza, indebolisce il fronte contro l’ISIS, col quale fa grandi affari nel campo petrolifero, mentre combatte in Siria una guerra tutta propria contro le popolazioni Curde ed in difesa dei Turcomanni.

In Italia il pericolo è rappresentato dalla mancanza di alternative accettabili all’autoritarismo personalistico strisciante di Matteo Renzi, che sta usando tutte le armi dell’immenso potere nelle sue mani per conquistare corporazioni e letteralmente comprare il sostegno di interi ceti. Lo ha già fatto in occasione del voto per il Parlamento Europeo, attraverso la elargizione di ottanta euro mensili ai settori impiegatizi in grande maggioranza di fede PD. Per ribaltare i sondaggi, che lo danno perdente nelle elezioni amministrative di primavera, sta tentando di ripetere ancora più scopertamente la manovra di acquisto di voti con denaro pubblico, attraverso la regalia di cinquecento euro a tutti i neodiciottenni. D’altra parte le uniche alternative possibili consisterebbero nel movimento antisistema di Grillo e Casaleggio o nel nuovo nazionalismo antieuropeo leghista di Salvini. Non c’è di che stare allegri!

In un tale contesto internazionale d’incertezza politica, si accendono sempre più ampi focolai bellici ed il terrorismo dilaga, spaventando l’Occidente ed infiammando il Medio Oriente con una guerra di tutti contro tutti. Su tale sconvolgente scenario è caduta come una slavina gelata la neanche tanto larvata minaccia di Putin di poter ricorre all’uso dell’arma nucleare. Tale avvertimento è rivolto non soltanto ai suoi nemici, ma principalmente a coloro che ancora tentennano sull’opportunità di un’alleanza con l’autoritario Zar, legittimo erede di Stalin, addestrato dal KGB e che si presenta come l’unico uomo forte nell’ambito di uno scenario internazionale debole ed incerto.

Tale palese sfarinamento delle tradizionali alleanze, insieme ai venti di guerra per le provocazioni di Daesh, potrebbero far precipitare la situazione, anche di fronte ad un evento occasionale ed imprevedibile. Una strana terza guerra mondiale, col fronte occidentale sicuramente più forte, ma incerto, diviso e privo di un coordinamento, a causa di complessi interessi, tra loro diversi e spesso contrastanti ed in assenza di una personalità, rappresentante di un Paese autorevole, che abbia la statura per imporre la propria leadership. La storia insegna che senza una guida forte le guerre non si vincono, anzi rischiano di allungarsi e l’attuale logoramento avvantaggia i terroristi, che si sono dimostrati in grado di reclutare nuove deliranti cellule, anche in Europa e negli USA. I Paesi forti o sono in grado, come gli israeliani, nel giro di pochi giorni, di annientare gli avversari o perdono almeno la guerra psicologica, fatto di per se non secondario. Questo tipo di scontri non  lasciano spazio ai tatticismi, anzi impongono l’individuazione di obiettivi e avversari comuni per coordinare rapidamente interventi determinati ed efficaci.   

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