A margine della presentazione del saggio Serbia. La storia al di là del nome di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo abbiamo rivolto alcune domande al prof. Francesco Guida, Preside della Facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre e Presidente dell’’Associazione Italiana di Studi del Sud-est Europeo.

Domanda Le ondate di allargamenti della CEE/UE hanno storicamente risposto a diversi ordini di motivazioni. Il dato geografico relativo ai membri fondatori (Belgio; Francia-Algeria; Italia; Lussemburgo; Germania Ovest; Paesi Bassi) poneva in evidenza la centralità geopolitica dell’Italia nella Comunità. Oggi questo dato è svanito. Il Belpaese è una sorta di exclave dell’UE, circondato a sud da Paesi in “ebollizione”, a nord dalla neutrale Svizzera e ad est dalla ex-Jugoslavia, “buco nero” dell’integrazione europea. Secondo Lei, un coinvolgimento della Serbia nell’UE potrebbe aiutare il nostro Paese a riacquisire lo status di cardine geografico dell’Unione? Quali benefici, al di la del mero aspetto economico, potremmo trarne in concreto?

Risposta – Anche nel Mercato Comune Europeo (creazione importante, ma limitata non solo territorialmente rispetto all’attuale Unione Europea) l’Italia rappresentava il Meridione dell’Europa, il Paese da cui si emigrava e in cui non si immigrava, caratterizzato peraltro da notevole mobilità interna. E’ pur vero che, proprio perché il MEC contava solo sei componenti (riducibili a quattro, ricorrendo all’allora nota formula Benelux), l’Italia poteva vantare l’appartenenza a un club esclusivo, non per tutti tuttavia attraente. I successivi allargamenti a Ovest, a Est e, in un caso, a Sud hanno cancellato quel carattere esclusivo, ma hanno continuato  a mantenere l’Italia nella sua posizione di frontiera meridionale dell’Europa. L’ingresso nell’UE, che io auspico, della Serbia e di tutti i Paesi della parte occidentale della penisola balcanica, riguarderà un’area geografica cui da secoli si rivolge l’attenzione del mondo italiano, economico e politico. In tal senso l’opinione pubblica italiana, oltre che il governo di Roma, dovrebbero caldeggiare tale soluzione, per un interesse specifico, oltre che per l’essenziale motivazione comune a tutti i Paesi europei: unificare ulteriormente il continente e disinnescare progressivamente le tensioni esistenti nelle singole aree. E, come è noto, il Sud-Est europeo di tensioni ne conosce non poche anche oggi.

D. – Un fattore critico assai rilevante nel percorso intrapreso dalla Serbia verso il negoziato di adesione è il nazionalismo serbo, concetto difficile e multiforme, che si è storicamente espresso tramite differenti canali. L’UE, secondo Lei, è stata in grado di percepire e tenere nella giusta considerazione le istanze sollevate da certi segmenti della popolazione serba e – se sì – ha elaborato risposte convincenti nell’ottica di ottenere il più vasto consenso presso la nazione balcanica?

R. – Negli ambienti politici responsabili il nazionalismo serbo e le sue manifestazioni sono ben noti. Si conosce, però, anche la disponibilità di buona parte della classe politica di Belgrado (con il presidente Tadić in testa) a porvi un freno e ad entrare nell’UE, rispondendo a una tendenza presente soprattutto nelle classi più giovani a non percepire più come estranea oppure ostile la civiltà occidentale. Peraltro nel passato della Serbia a momenti di chiusura verso l’Occidente si sono alternate fasi, forse più durature e significative, di apertura verso la cultura e i valori occidentali. Non si può dimenticare che già nell’Ottocento, quando la Serbia era ancora un Principato vassallo dell’Impero ottomano, si spendeva una parte della ricchezza nazionale per formare a Parigi un ceto di giovani intellettuali. La consegna – tale è stata – del generale Mladić è una prova che la corrente filo-occidentale è sufficientemente forte, sebbene non possa parlare a nome di tutti i serbi. Appartiene all’arte della politica (e mi riferisco alle Cancellerie europee e ai supremi organi dell’UE) di non offendere l’orgoglio nazionale dei serbi, ma di ottenerne l’accettazione di situazioni che ormai sembrano stabilizzate, evitando di innescare o fare crescere tensioni in aree dove esse sono ancora meno appariscenti. Una garanzia essenziale che Bruxelles deve fornire all’opinione pubblica serba, prima ancora che al governo di Belgrado, concerne la difesa della cultura serba ovunque essa sia presente e un congruo grado di autonomia alle comunità serbe quando esse si trovino in Stati diversi dalla Serbia stessa: oggi è già così in Bosnia-Erzegovina. Il sogno della Grande Serbia così non avrebbe realizzazione politica, ma si concretizzerebbe in una libera collaborazione e circolazione dei serbi di ogni parte della penisola balcanica.

D. – Prendiamo spunto dalle dichiarazioni assai critiche nei riguardi di EULEX (European Union Rule of Law Mission in Kosovo) rilasciate da Andrea Lorenzo Capussela, che è stato Direttore del dipartimento Affari economici e fiscali dell’International Civilian Office (ICO) nell’ambito della missione in Kosovo. Quale ritiene sia il futuro dello “Stato fallito” preda di narcotrafficanti e di ex signori della guerra riconvertitisi a lucrose attività quantomeno sospette? Come evolverà la posizione dell’Unione in merito allo status della “provincia autonoma”, considerato che cinque Paesi membri non ne hanno riconosciuto l’indipendenza?

R. – Le carenze di uno Stato dal passato quasi inesistente (l’esperienza politico-amministrativa precedente è quella della regione o provincia autonoma tra il 1945 e la fine degli anni Ottanta, che a tratti sembrava avere le caratteristiche di una settima Repubblica nella cornice della Federazione jugoslava) e dotato di una classe politica in buona misura formatasi nella lotta militare più che politica, sono note. Il fondamento etnico, sebbene reale sulla base dei numeri, non può essere l’unica motivazione o manifestazione della statualità. Dunque la classe politica kosovara dovrà dare prova di saper guidare un vero Stato, sebbene riconosciuto solo da parte dei Paesi facenti parte dell’ONU, cancellando l’immagine di uno Stato al servizio di interessi privati inconfessabili. La “tutela” europea non ha terminato ancora di avere una sua precisa funzione, e non solo per evitare un nuovo regolamento dei conti con la minoranza serba di Kosovska Mitrovica oppure con il vicino Stato serbo. Da una parte il desiderio sarebbe di vedere realizzata presto anche nel caso del Kosovo una piena adesione all’UE, dall’altra sembra evidente che essa dovrebbe trovare un consenso generale dei 27 Stati membri e, di più, anche degli Stati dell’area, Serbia in primo luogo, in vista di un ingresso nell’UE se non simultaneo, almeno preventivamente concordato. Quanto agli attuali Stati membri che non hanno riconosciuto l’indipendenza proclamata da Prishtina, si potrebbe avviare un percorso perché il riconoscimento avvenga a precise condizioni. Uno dei Paesi più preoccupato del precedente kosovaro, la Romania, registra presso la sua opinione pubblica il dubbio che sia conveniente restare su tale posizione negativa: il caso della Transilvania è per più versi differente da quello del Kosovo e il partito che rappresenta la minoranza ungherese in Romania è da tempo presente costantemente nei governi di Bucarest. La stessa UE e, con essa, l’OSCE hanno il modo per tenere sotto controllo quella situazione e le relazioni ungaro-romene, facendo riferimento alle Raccomandazioni di Bolzano concernenti i diritti delle minoranze nazionali. Tuttavia il percorso cui ho fatto cenno, non potrà essere breve e risentirà della credibilità politica ed economica (si veda il caso della crisi greca)  della compagine europea.

D. – Ultimo ma non secondario, la Serbia è una nazione ricchissima dal punto di vista culturale e storico; basti pensare ai monasteri che ne punteggiano il territorio, cuore del cristianesimo medievale e summa architettonica dello stile romanico-bizantino. Quanto può ancora aggiungere lo Stato balcanico al paesaggio culturale europeo, decisamente bisognoso di esser rivitalizzato?

R. – Per fortuna di tutti, le separazioni dovute alla politica e alle polemiche nazionali non sempre trovano un pendant nelle relazioni culturali. La cultura serba non è estranea al grande quadro di quella europea. Non lo è stata in epoche anche lontane, non lo è oggi. Naturalmente qui si parla di rapporti, e soprattutto di conoscenze, limitati purtroppo ad alcuni ceti poiché una buona parte della popolazione europea non nutre alcun interesse per i valori culturali del proprio Paese, e quindi non lo nutre, a maggior ragione, per quelli di un Paese geograficamente più o meno lontano. Preso atto di tale limite, per il resto l’unica vera novità sul terreno culturale può e deve riguardare l’ampliarsi di un reciproco riconoscimento (ad oggi molto timido) tra gli uomini di cultura, nel senso più lato possibile, serbi e albanesi, pur nella diversità qualitativa e quantitativa. Ciò sarà molto positivo per gli interessati e per gli europei in genere. Non ci si deve, però, illudere che una maggiore frequentazione di una cultura di rispettabile livello (le cui antiche radici i monasteri attestano) possa da sola costituire un richiamo ascoltato, quanto necessario, agli europei perché ricordino anche essi lo squillante ed emozionante appello dell’Ulisse dantesco: “fatti non foste per viver come bruti”.

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