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Sono molti i punti deboli che appesantiscono il sistema Italia: dall’enorme debito pubblico al mostro burocratico, dalla corruzione alle mafie, dalla scarsa competitività alla diffusa permanenza di troppe aziende a capitale pubblico nazionali e territoriali, (che producono perdite e distorsione della concorrenza) dalla pressione fiscale agli sprechi del Servizio Sanitario Nazionale e di Regioni e Comuni. Si potrebbe continuare, sottolineando che tutti dipendono dalla eccessiva interferenza dello Stato nell’Economia. Un fattore non secondario deriva dalla debolezza del mondo del credito nel suo insieme, che ha un’origine anomala.
Fino alla Legge Amato quasi tutto il reticolo bancario italiano dipendeva dal mondo politico. Gli Istituti più importanti (Banche di diritto pubblico, di Interesse Nazionale, o Casse di Risparmio) erano di proprietà pubblica ed i loro vertici, che decidevano come ed a chi erogare il credito, erano nominati dalla politica nazionale o del territorio. Le Banche Popolari o di Credito Cooperativo erano collegate alle grandi centrali cooperative o sindacali, politicamente ben protette. Pochissime erano le Banche private. Il sistema reggeva perché, sotto il vigile controllo della Banca d’Italia, facevano cartello praticando tassi usurari ad imprese e commercianti o concedevano mutui, anch’essi ben remunerati, a privati, che tuttavia compravano le case confidando, come avveniva puntualmente fino a pochi anni or sono, sull’aumento continuo del valore degl’immobili.
La globalizzazione dei mercati e la legislazione comunitaria non permisero più la sopravvivenza di un tale sistema antieconomico, che tuttavia garantiva ai partiti assunzioni, carriere e fidi spericolati ed, in particolare, al PCI di avere una banca sotto il proprio pieno e diretto controllo, il MPS e di aspirare, attraverso l’Unipol, che ad esso faceva riferimento, a scalarne un’altra.
La Legge Amato trovò il sistema per far passare la proprietà delle maggiori Banche alle Fondazioni, che avrebbero dovuto in breve tempo mettere sul mercato gl’Istituti di riferimento. Quasi nessuna si attenne al dettato legislativo per mantenere il controllo del settore sotto l’influenza della politica. Tuttavia la concorrenza internazionale e la normativa europea costrinsero ad accorpamenti per consentire alle nostre banche di raggiungere dimensioni adeguate alle nuove esigenze del mercato. Furono esercitate pressioni e forzature per far scomparire Istituti che non avrebbero dovuto esser soppressi, creando spesso carrozzoni e cancellando la presenza di tutte le grandi Istituzioni Meridionali del Credito. I privati, che vendettero le loro banche, sovente molto attive e ben radicate nel territorio, fecero grandi affari. Alcuni gruppi furono costretti, per mantenere il passo con gli altri, ad acquistare a prezzi fuori mercato, come fu il caso del Monte dei Paschi che pagò l’Antonveneta più del doppio del suo effettivo valore. Intanto la concorrenza e Crisi economica, pesarono su un sistema già fragile, imponendo continui aumenti di capitale, che dissanguarono quelle Fondazioni (la stragrande maggioranza) che, in contrasto con la loro mission e violando la legge istitutiva, sottoscrissero onerosi aumenti, dilapidando il loro capitale, con la colpevole acquiescenza del Ministero del Tesoro, che ne è l’organo di controllo.
L’istituzione della BCE ed il successivo trasferimento in capo ad essa del controllo sugli Istituti di Credito hanno messo sotto la lente dell’UE il sistema, mostrandone tutte le debolezze. Il Governo si è visto quindi costretto ad imporre per legge alla Banche Popolari di trasformarsi in società di capitali e, con un altro provvedimento, ad intervenire per creare una sorta di Istituto Centrale delle banche cooperative su cui far convergere la miriade di piccole banche territoriali, molte in difficoltà. Intanto il dissesto di Banca Etruria, Cassa di Rieti, CariFerrara, CariChieti e Banca Marche hanno fatto emergere l’esistenza di un problema ben noto, costringendo il Governo ad un Decreto pasticciato per fingere di voler risarcire, anche se in contrasto con la normativa europea dopo l’incauta approvazione del Bail in, almeno gli obbligazionisti raggirati, che si trovano ad aver perso i propri risparmi.
La borsa quindi, forse in gran parte in modo speculativo, ha fortemente colpito i titoli bancari, riducendo il valore delle partecipazioni delle Fondazioni, ma in particolare evidenziando che due banche vanno considerate praticamente fallite. Una di esse, CARIGE, sembra aver trovato una importante famiglia di imprenditori genovesi che vorrebbe salvarla. Monte dei Paschi di Siena è invece in procinto di affondare con gravi ripercussioni sull’intero sistema, perché si tratta della terza banca italiana e potrebbero emergere responsabilità enormi, (oltre a quelle già accertate della cricca di Mussari) del mondo del PCI-PDS-DS-PD. Pertanto si sta pensando di far intervenire la Cassa Depositi e Presiti per il salvataggio, poiché, secondo le regole europee, in tal caso non verrebbe impiegato denaro pubblico, ma dei risparmiatori che, erroneamente, li hanno affidati in deposito presso Poste Italiane. Tuttavia l’intervento imporrebbe una ricapitalizzazione dell’ordine di dieci miliardi di Euro, che costringerebbe CDP a vendere le partecipazioni di controllo di ENI, Snam, Terna, Fincantieri, che lo Stato non vuole cedere.
L’economia di mercato e le leggi che la disciplinano prevedono per le Società un atto di nascita, la loro costituzione in una delle diverse forme previste, uno svolgimento della loro vita con l’approvazione dei bilanci e delle altre modificazioni da depositare presso il Registro delle Imprese e la loro morte, attraverso la liquidazione o, più traumaticamente, il fallimento. Ad un liberale, che non ha ancora del tutto perso il proprio candore o, se si vuole, l’ingenuità, sorge spontanea la domanda: ma perché le aziende pubbliche o le banche, dove la politica ha fatto da padrona, di fatto, sono sottratte alla legge, che dovrebbe valere per tutte le imprese, secondo cui, accertato il dissesto, consegue il fallimento? Non si dica che è per sottrarre i risparmiatori alla tagliola del Bail in, (accettato dal Governo senza sollevare obiezioni) perché soltanto uno sprovveduto oggi potrebbe tenere depositata in un conto presso MPS una somma superiore a centomila Euro.

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