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Su Il Foglio del 12 marzo scorso è stato pubblicato un articolo, a firma di Camillo Langone, con il titolo-sentenza “Totti merita la panchina a vita per come ha chiamato i suoi figli”.

Già tanto basta per sentire un brivido lungo la schiena e recuperare con la memoria le pagine di alcuni giornali degli anni ’30 volti a “respingere le varie mode di Parigi, o di Londra o d’America”, per “ritornare alla nostra tradizione” e dire basta, tra le altre cose, alle “parole ostrogote”.
Il mussoliniano Il Popolo d’Italia sembra rivivere, nel più classico, vichiano “corsi e ricorsi storici” della carta stampata.
La vittima di questa rinnovata campagna nazionalistica è Francesco Totti, reo di aver dato un nome poco “italico” alla sua terzogenita, venuta al mondo pochi giorni fa e chiamata Isabel.
Secondo l’autore dell’articolo, il capitano della Roma sarebbe addirittura recidivo nel suo colpevole atteggiamento esterofilo, visto che ha sposato una donna di nome Ilary e ha registrato gli altri due figli come Cristian e Chanel.

Apriti, o Cielo!

I Padri della Patria e della lingua italiana, persino i romanisti, intesi non come tifosi ma come studiosi del dialetto e dei costumi dell’Urbe, si staranno dimenando nelle loro tombe, contro un uomo che “ha disonorato, calpestato la nostra onomastica, ha dato un potentissimo cattivo”.
Quanta furia verso il giocatore, alla cui esclusione nelle formazioni titolari della Roma non viene attribuito solo un valore tecnico, ma addirittura morale. Sembra che Langone entri nella testa di Luciano Spalletti, uomo della terra di Dante, e motivi la panchina di Totti al fatto che “non esistono solo i valori sportivi, esistono anche i valori morali”. Al punto che “pure la tribuna è troppo per un soggetto simile”.

Tomás de Torquemada aveva forse più tatto nella sua nota azione inquisitoria.

Si potrebbe pensare a un articolo ironico. Se questo fosse l’intento, è un dispiacere dire che il giornalista non ci è riuscito. Anzi! Le righe sembrano invase da un livore che ottenebra la gioia per la nascita di un bambino, evento da accogliere con quella simpatia che Adam Smith, nella sua Teoria dei Sentimenti Morali, aveva così bene approfondito. Eppure, il filosofo scozzese sapeva ben cogliere lo stato d’animo degli uomini: “Simpatizzare con la gioia è piacevole, e, laddove l’invidia non le si opponga, il nostro cuore si abbandona con soddisfazione ai più alti trasporti di questo delizioso sentimento”.

Lungi dal pensare che l’articolo de Il Fatto Quotidiano sia stato redatto con animo mal preposto, se ne può ravvisare una certa utilità nel lanciare un messaggio sul rischio della perdita dei valori morali della tradizione, di cui sarebbero responsabili anche i vip, i quali dovrebbero riflettere sulle loro azioni e sulle possibili conseguenze, persino nel dare un nome al proprio figlio.
E’ opportuno, allora, tranquillizzare l’autore, riguardo alla sua preoccupazione che “chissà per quanti anni quanti bambini, poi uomini e donne, andranno in giro con questi nomi da apolidi, da sradicati e da sradicanti”, per causa di Totti.
A Roma non si ha l’abitudine di dare ai propri discendenti i nomi dei calciatori, figuriamoci dei figli degli stessi. La Capitale non è cosparsa di romani chiamati “Paulo Roberto”, “Nils” o “Gabriel” (con riferimento a Falcao, Liedholm e Batistuta, ovvero tre degli uomini più importanti della storia giallorossa). Qualora si imbattesse in un bambino di nome “Francesco”, Langone stia tranquillo che i genitori non hanno voluto omaggiare Totti.
A parte questo, da liberali è forse opportuno ricordare all’autore dell’articolo che non è da questi fatti che si capisce il rispetto di un uomo verso i propri padri e la tradizione. Impedire la libera scelta, anche di un nome, o persino ergersi a moralisti, per di più su un fatto del genere, auspicando, anche con malriuscita ironia, pene severe, rappresenta, questo sì, qualcosa di veramente preoccupante.
Soprattutto, se questo atteggiamento viene da qualcuno che ha la fortuna di avere un nome straordinario: Camillo; che rimanda non solo a uno dei Campioni della libertà di pensiero, oltre che Padre della Patria, il Conte di Cavour, ma a un’epoca di integrazione e di mescolanza di culture, lingue, religioni e nomi, qual era quella dell’antica Roma. Camillo è, infatti, di origine latina, la lingua di un popolo che, dalle sponde del Tevere, realizzò il primo progetto di integrazione internazionale, un preludio dell’Unione Europea da cui prendere esempio, come ha scritto Boris Johnson, nel suo The dream of Rome.

Pertanto, caro Langone, non si inalberi per la sacrosanta decisione di Ilary e Totti di chiamare i figli come vogliono e non si soffermi ad auspicare “l’oblio” per il capitano della Roma, che è ormai nella storia del calcio per le mirabili prestazioni calcistiche, osannate persino dal Santiago Bernabeu, al suo ingresso in campo, pochi giorni fa, con una standing ovation.
Forse darà fastidio l’uso di una locuzione britannica come “standing ovation”, ma per quanto straniera sia è particolarmente utile a far comprendere la grandezza di un calciatore che sarà ricordato non per il nome dato ai figli, ma per aver deliziato il mondo con le sue giocate e aver contribuito alla vittoria di un Mondiale con la Nazionale italiana di calcio.

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