confinimare

Che i confini rappresentino da sempre l’orgoglio degli Stati, nessuno lo può negare. Spesso sono frutto di guerre atroci, altre volte frutto  di accordi. Il confine comunque delinea e delimita in modo efficace la sovranità: sovranità intesa sia come concetto giuridico che politico. Ovviamente anche l’economia nazionale dipende  dai confini. Nei paesi occidentali raramente sono messi in discussione da anni. Ma abbiamo assistito allo strano caso del gennaio scorso quando abbiamo appreso notizie sui confini tra Italia e Francia. È stato un  capitolo controverso in materia di confini. In linea di principio l’alto mare è giuridicamente considerato libero e non dovrebbe essere dunque suscettibile  d’appropriazione da parte degli stati singoli. Ma ove incominci lo spazio dal quale è esclusa la sovranità statale e dove invece finisca quello a questa sottoposto è oggetto di moltissime dispute. In alcuni casi si utilizzano i trattati e gli accordi tra gli Stati. Spesso i trattati sono frutto di lunghissime negoziazioni, a volte dalla durata decennale, prima di giungere ad un accordo. Molto dibattuto in questi ultimi mesi  è il caso che riguarda l’Italia e la Francia. Da gennaio, infatti, alcuni pescatori italiani sardi  (stando alle informazioni apprese da diverse fonti giornalistiche) si vedono “vittime” di un richiamo da parte della Francia. I pescherecci soliti “buttare le proprie” reti in quelle acque, si ritrovano “richiamati” dall’autorità straniera che impedisce loro di continuare l’abituale professione. Una doccia ghiacciata  per chi vive di pesca di alta qualità, considerando che quel  tratto di  mare è  ricco di gamberoni e pesce spada. Così da un giorno all’altro i pescherecci,  senza essere avvertiti dalle autorità italiane, si ritrovano beffati due volte: in primo luogo perché viene loro tolto una facoltà finora riconosciuta, e dall’altra per la totale incapacità dello Stato italiano di rendere loro noti gli  importanti cambiamenti. Oggetto del cambiamento relativo all’uso delle acque in questione  è il  “Trattato di Caen“, che modifica  i confini tra la Francia e l’Italia al largo delle coste della Sardegna e della Liguria. Un accordo che i due Stati, Italia e Francia,  hanno “partorito” dopo una  lunghissima gestazione caratterizzata da  anni di trattative.  L’Italia, rappresentata dai governi che per anni si sono succeduti, aveva sempre manifestato remore di varia natura. Forse perché un accordo come quello di cui abbiamo notizia sarebbe stato vissuto  negativamente. molti hanno sottolineato la poca attenzione  alla tematica : “svendere  ampie porzioni di mare particolarmente pescose”.  Il 21 Marzo il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha deciso di firmare, sembrerebbe, nel più totale silenzio.  Ed è questo silente modus operandi che viene contestato apertamente, sopratutto dalla categoria di settore. Gentiloni ha giustificato la firma come un atto necessario per aggiornare i confini alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) del 1982.  Una vicenda, dunque, dal retrogusto amaro e in cui lo Stato agisce nel più totale silenzio escludendo, stando alle fonti, nei processi decisionali, persino gli addetti ai lavori e le rappresentanze degli imprenditori del settore peschiero della zona interessata. Ufficialmente il Governo ha  giustificato  il silenzio  appellandosi a  “questioni tecniche”. Il trattato ancora non  era stato ratificato dall’Italia, ma solo dalla Francia, che lo ha reso immediatamente applicabile, visto l’accaduto. Alla  luce di ciò, la Francia è stata solo più veloce nella procedura di ratifica?  Fin qui i fatti. Ma dal punto di vista delle forme e delle modalità di attuazione degli accordi, le polemiche sono “esplose”. Il caso dei confini non solo diventa una problematica economica per i pescatori Sardi e Liguri, messi  di fatto in un angolo  dal proprio Stato in quanto neanche interpellati, ma secondo molti  potrebbe nascondere anche altro.  Lo sfruttamento degli idrocarburi in Italia sta diventando motivo di scontro, in un Paese diviso su tutto e vittima di una vera e propria disinformazione e di mezze verità. In prossimità di un referendum per lo sfruttamento o meno del  nostro mare, escludere zone alla pesca, trasferire i confini senza alcuna motivazione ufficiale, potrebbe portare a pensare a  “dinamiche” internazionali poco chiare. Diversi giuristi  hanno focalizzato l’attenzione sull’articolo 4, che sottolinea : “lo sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine…”, riferendosi dunque  proprio a gas e petrolio. Proprio questo articolo ha portato alcuni professionisti Sardi a credere che l’oggetto della questione sia proprio lo sfruttamento del gas e del petrolio. Congetture, allarmismi? Per ora non possiamo verificare l’attendibilità delle ipotesi da molti avanzate.

Attendiamo gli sviluppi di una questione complessa in cui c’è scarsa informazione. Una informazione totalmente assente nonostante l’esclusione, dalle decisioni, delle organizzazioni lavorative interessate, che si vedono depauperare un importante territorio dove svolgere la loro attività. Tutto ciò accade a causa del progressivo e silenzioso ridimensionamento dei confini delle acque del “Mare Nostrum” ad opera di un Governo che parla di trasparenza, di efficienza, di comportamenti liberali, ma che di fatto si distacca da ciò che viene sbandierato.

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