renzipinocchio

Se mi trovassi al posto dei vari Renzi, Boschi, Guerini, Carbone mi asterrei dal lanciare proclami di vittoria dopo l’esito del referendum di domenica scorsa. Personalmente ho deciso di non votare, perché mi sembrava il modo più efficace, sul piano pratico, per far valere il mio punto di vista contrario alla immediata demolizione delle trivelle auspicato dai quesiti referendari, per una sola volta casualmente coincidente con quello del Governo, e non credo di essere stato il solo.

Ho trovato fuori luogo l’enfasi, a volte stucchevole, di coloro che, anche se da scranni elevatissimi, hanno sostenuto che votare è un dovere. Si sbagliavano. In una democrazia liberale è un diritto inalienabile anche quello del non voto ed ho deciso legittimamente di esercitarlo, anche se, al pari dei sostenitori dell’obbligo, definito persino sacrale, di andare alle urne, ho trovato sgradevole, anzi persino scorretto l’invito dell’Esecutivo a disertare le urne. Qualunque parte politica, compresa la maggioranza di Governo, ha il diritto in democrazia di esprimere liberamente la propria opinione. Tuttavia suggerire un espediente tattico per la bocciatura di un quesito referendario non mi pare che rientri nello stile di un Esecutivo responsabile. Appare legittimo se si tratta del un calcolo utilitaristico di un singolo, ma, se riguarda una Istituzione, non può ritenersi il massimo della rispettabilità democratica, soprattutto quando, come nel nostro caso, anche una parte dello stesso partito del Premier era di parere contrario. La radicalizzazione del contrasto, mettendo in causa il Governo, ha sortito l’effetto opposto a quello che i promotori della scelta si erano prefissi: infatti ha finito col portare più gente a votare, nonostante lo scarso interesse per il quesito referendario.

Molto peggio mi è apparso il trionfalismo del Presidente del Consiglio, di alcuni Ministri e di loro stretti collaboratori, dopo il risultato, che non può definirsi altrimenti che scorretto. Infatti è troppo facile e persino puerile attribuirsi tutte le astensioni, quando è ben noto invece che la propensione degli italiani al voto negli ultimi anni, specialmente nelle occasioni referendarie, per l’uso spesso inappropriato che è stato fatto dello strumento, è scesa ai minimi termini.

Normalmente in Italia nelle elezioni politiche o amministrative ormai vota una percentuale tra il 50% ed il 60% (quando non addirittura il 37%, come alle ultime regionali in Emilia Romagna). Meno ancora sono i cittadini che si dimostrano interessati alle consultazioni referendarie. Domenica scorsa ha votato il 31,2%, una percentuale di poco superiore a quella degli ultimi referendum. Quindi se ne può dedurre che il Governo al massimo ha influenzato non più del 19% degli elettori, tanti quanti ne sarebbero serviti per rendere valida la consultazione. Tuttavia in questa percentuale vanno ricompresi coloro che, come me, hanno scelto l’astensione per ragioni di merito completamente differenti da quanto suggerito dal baldanzoso Renzi e dalla sua corte. Se così stanno le cose, mi pare uno scarso risultato, di cui non ci sia proprio di che vantarsi. Ammesso che accanto al Premier potrebbero domani ritrovarsi una parte di coloro che hanno votato no, (il 14,2%) mettiamo anche la metà, che potrebbero essere i suoi oppositori interni, conti alla mano, ha già perso le elezioni, dal momento che, come in effetti confermano anche i sondaggi, non raggiunge neanche il 25%. Altro che arco di trionfo, andrebbe portato alla gogna come Pinocchio. Il prossimo appuntamento delle elezioni amministrative non si presenta per la maggioranza parlamentare sotto i migliori auspici. Dopo verrà il turno del referendum oppositivo sulle riforme istituzionali. Saranno molte le foglie, e le teste, che cadranno prima dell’equinozio di autunno.

Appuntamento ad ottobre, bellezza!

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