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La scelta del Partito Liberale Italiano di sostenere Giorgia Meloni quale candidata a Sindaco di Roma nonché di formare un’alleanza con Fratelli d’Italia e Noi con Salvini è stata apprezzata da tanti, cosi come ha suscitato varie polemiche.

L’unanimità di consenso è difficilmente possibile e poco importa ai liberali. Come scrisse Luigi Einaudi in una lettera pubblicata il 22 agosto 1948, “non le lotte e le discussioni dovevano impaurire, ma la concordia ignava e la unanimità dei consensi”.

I liberali, infatti, sono alla ricerca di ben altri obiettivi e sono preoccupati, più che altro, di come venga presa una decisione. Nel caso in questione, nel modo più democratico possibile. Riunioni in sede, in cui ognuno ha potuto esprimere la propria opinione, dal semplice iscritto al dirigente regionale, e votazioni, da cui è emersa un’ampia condivisione sulla scelta di appoggiare Giorgia Meloni.

Hanno colpito, in verità, gli attacchi al PLI da parte di alcuni non solo per la strategia adottata a Roma, ma anche nelle altre città, in primis a Milano. Fa pensare tutta questa attenzione verso l’unico partito italiano dichiaratamente liberale da parte di chi si definisce liberale e ne augura persino la morte o di chi non perde occasione per attaccarne la direzione nazionale. Toni spesso pesanti, il che fa riflettere su quanto sia scaduto il livello del dibattito tra le varie anime liberali di questo paese.

Del resto, i fatti dimostrano che, ad oggi, a parte il PLI, pur con le innegabili difficoltà, continua a mancare in Italia un contenitore che rappresenti a livello politico il pensiero originato dal genio di John Locke. La cosa non sorprende. I liberali italiani sono una specie curiosa e complessa da studiare. In convegni e seminari, li si sente spesso voler rimarcare che, sì, sono liberali, ma di matrice conservatrice o progressista o libertaria o sociale. E tanto basta per dividersi in migliaia di corpuscoli. Al costruttivo dialogo einaudiano è subentrato lo scontro, a volte persino volgare, figlio probabile di personali distonie.

C’è una scena cinematografica che può essere presa come esempio nel rappresentare la differenza tra i liberali italiani e quelli del resto del mondo: è Capodanno. Forrest Gump entusiasta che festeggia, il tenente Dan come isolato dal party e chiuso nella propria sofferenza interiore. Una immagine tristissima, perché il tenente Dan ricorda i liberali italiani, sofferenti, meditabondi, livorosi e incapaci di reagire.

Cosa guadagna il mondo liberale da questo clima? Nulla! Mentre nelle altre nazioni esistono partiti che, al loro interno, includono le diverse anime del variegato mondo liberale, in Italia sembra che questa mirabile compagine non sia possibile. Quel mondo incarnato dal vecchio PLI, a cui il nuovo vuole fare riferimento, non sembra piacere a tanti, le cui prospettive però sono poco chiare, a meno che le si voglia ricondurre a mera attività convegnistica o seminariale. Siamo, dunque, circondati da tanti dispensatori di lezioni di liberalismo, ma da pochi attivisti?

La risposta sembra essere affermativa, visto che di impegno politico, nel vero senso della parola, se ne riscontra solo tra i militanti del Partito Liberale Italiano; che almeno agisce, forse sbagliando, ma non si rassegna a vedere lo scenario politico del nostro Paese privo di un punto di riferimento per i liberali italiani, per quanto piccolo possa essere.

E qui arriviamo alle prossime elezioni amministrative. A Roma, come detto, il PLI sostiene Giorgia Meloni e presenta una propria lista, composta esclusivamente da donne e uomini che hanno fatto del Liberalismo la propria ragione di vita. Chi ha potuto leggere il programma di Giorgia Meloni, a patto che abbia seguito le battaglie del PLI di questi ultimi anni, avrà notato quale importante contributo i liberali abbiano dato, soprattutto in ambito economico, di decoro, di lotta alla burocrazia. Tematiche di competenza comunale, visto che all’interno dei poteri amministrativi non vengono toccate tematiche di tipo legislativo e, pertanto, politico. Un programma, quello della Meloni, con contenuti che sorprenderebbe se non trovassero la condivisione di chi si dichiara liberale. Eppure, ci si chiede quanti, tra coloro che hanno polemizzato col PLI, abbiano letto il programma della coalizione.

Attribuire valore politico a un’alleanza amministrativa è un grave errore, che serve solo ad attaccare chi fa, da parte di chi resta abbarbicato al piano della critica, di per sé non costruttiva perché priva di soluzioni alternative.

Quella di Roma è una sfida per il PLI: rappresentare l’anima liberale di una coalizione di centro-destra, un centro-destra evidentemente in crisi, spaccato e limitato dalle proprie imperscrutabili velleità. Il Partito Liberale, da questo punto di vista, pur nel suo piccolo, dà chiarezza e rinnova il suo obiettivo di formare il vero polo liberale italiano, pronto anche ad allearsi a condizione che venga mantenuta la sua pura identità liberale. Cosa che è successa a Roma.

Nel frattempo, ci saranno le solite critiche, molte delle quali però perdono di consistenza perché fatte dall’esterno. Non sarebbe, invece, opportuno esporre il proprio dissenso all’interno del PLI, confrontandosi apertamente e correttamente, al fine di fare in modo che il mondo liberale italiano, così sfigato, riprenda l’entusiasmo dell’azione di un Forrest Gump?

 

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