Luigi Mazzella, giudice Corte Costituzionale, autore de “La verità dietro l’angolo” (Avagliano)
Luigi Mazzella, giudice Corte Costituzionale, autore de “La verità dietro l’angolo” (Avagliano)

Intervento al Convegno ANCI LAZIO a Cerveteri il 20.5.2016

In materia di corruzione possiamo essere veramente di cattivo esempio ad altri popoli.
Certamente non da oggi; ma forse sin dai tempi dell’Impero Romano, quando Tacito lamentava che all’icastica semplicità del diritto della Repubblica, che risolveva i problemi con la semplice formula del neminem ledere, era succeduta la pletorica legislazione imperiale. Nelle maglie intrecciate di quella mastodontica pletora di leggi s’inseriva, con l’aiuto di una mentalità mutata per effetto di nuove consuetudini importate dal medio Oriente, la corruzione della vita pubblica amministrativa
Era successo, infatti, che, sul piano dei costumi sociali e religiosi, dall’empirismo e dal politeismo allegro e naturalistico dei suoi primi tempi, Roma era passata alla visione metafisica della religiosità monoteistica mesopotamica: un monoteismo, al tempo stesso terrifico, nella versione ebraica, e anche misericordioso, in quella cristiana.
I sacerdoti di quelle credenze avevano cominciato a pretendere di controllare la vita degli esseri umani in ogni minuto dettaglio con promesse di pene infernali o di godimenti paradisiaci, entrambi eterni.
Mentre nell’antica Roma se un cittadino commetteva uno sbaglio e diveniva indignus, perdeva per sempre la sua dignità, non potendo mai più riconquistarla, nella Roma divenuta cristiana per effetto degli editti di Costantino e Teodosio, il perdono, espressione terrena della misericordia divina, poteva coprire e cancellare ogni infamia.
Il fatto che dalla cristianizzazione dello Stivale la corruzione fosse diventata una costante peculiarità negativa del Bel Paese, accentuatasi con il passare del tempo, era stato lucidamente descritto, nell’Ottocento, da Giacomo Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, pubblicato postumo per evidenti timori di censura.
Il quadro, dal punto di vista normativo, è ancora di più peggiorato ai nostri giorni, dopo la caduta dei cosiddetti Valori risorgimentali e post-risorgimentali.
Si può immaginare quanto più duro e spietato sarebbe stato oggi il Discorso del Vate di Recanati!
Leggi, norme e regolamenti che pongono ostacoli nello svolgimento delle procedure amministrative, sotto il falso usbergo della severità e del rigore, fanno solo il gioco dei corrotti.
Più difficoltà si pongono nella concessione di autorizzazioni e licenze, più si consente a chi è preposto agli uffici, se predisposto alla corruzione, a richiedere mazzette.
L’Italia delle mille complicazioni burocratiche, degli incagli, degli intralci procedurali è il terreno di pascolo più gradito per il malaffare.
Più intoppi s’inventano più sorge il bisogno di oleare la macchina per farla camminare.
Le nostre leggi, numerose e farraginose, eredità della Roma divenuta bizantina e non di quella repubblicana, sono il primo nemico da battere, ma non il solo.
E si tratta di un nemico che minaccia di far crollare l’economia del Bel Paese.
Il rapporto 2016 di Transparency International, relativo all’anno antecedente, pone l’Italia al 61° posto nella classifica generale e penultimo nella classifica europea dei Paesi meno inquinati.
L’Italia, in pratica, è in Europa la seconda, dopo la Bulgaria, per la presenza del malaffare nel settore pubblico.
Il dato reale non è calcolabile, ma quello fornito dall’Agenzia Transparency è confermato da altri indicatori o sondaggi (L’Eurobarometro, l’Ipsos, la Confindustria) ed è tale da preoccupare seriamente perché sono sempre di minor numero gli imprenditori e le aziende che investono in Italia.
D’altra parte chi impegna quattrini nella consapevolezza di trovare nel Bel Paese mille ostacoli per la realizzazione dei propri progetti e di doverli superare al suon di mazzette?
In altre parole, lo stato della corruzione nel nostro Paese scoraggia sempre di più gli stranieri che dirottano altrove i loro capitali.
Il problema della corruzione pubblica, quindi, già rilevante sotto il profilo morale, diventa gravemente allarmante sotto il profilo economico.
Ergo: Se le cose non cambiano, diventeremo più poveri per colpa dei corrotti; come già siamo penalizzati da una massa notevole di evasori fiscali, per effetto della corruzione in altro campo.
Chi sono i corrotti? La corsa per individuarli è cominciata. Piercamillo Davigo, presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, giudice dell’ex pool Mani pulite, non si tira indietro e scaglia il primo sasso in piccionaia: i corrotti sono gli uomini politici.
Si scatena un putiferio. Il Ministro della Giustizia incontra l’accusatore che aggiusta il tiro: la corruzione riguarda non direttamente i politici ma chiunque abbia un ruolo nella pubblica amministrazione.
A questo punto la questione s’ingarbuglia e si avvita su se stessa: diventa uno scontro corporativo e fratricida tra pubblici dipendenti con la qualifica di magistrati e di amministrativi.
Davigo se la prende, allora, con i consulenti esterni all’Amministrazione che sono chiamati dai politici ad libitum. Poi assumendo un tono sentenzioso dice: Bisogna comprendere le cause della corruzione e studiare i possibili rimedi. Ne indica due: liberare il dipendente pubblico dalla dittatura del bisogno e premiare il merito, creando l’orgoglio dell’appartenenza alla pubblica Amministrazione.
A questo punto, dire, con il verso Oraziano, che desinet in piscem mulier formosa superne è inevitabile e pertinente.
Con suggerimenti di tale tipo la corruzione italiana non sarà certamente arrestata.
La verità, a mio giudizio, è che prima di prescrivere ricette e medicinali per guarire il male, occorre fare di esso un’attenta diagnosi e partire, ancora una volta, dall’esame delle condizioni sociologiche che possono provocarlo.
Se la mentalità degli Italiani si va progressivamente orientando verso il crollo di tutte le remore e resistenze a una vita pubblica sempre più corrotta, non si può escludere che la ragione vada ricercata nelle idee che condizionano e formano il pensiero prevalente, se non totale, dei nostri connazionali.
Per capire meglio, ci si deve porre la domanda: quali sono le società più corrotte e quali le meno inquinate sull’intero globo? Quale ruolo esercitano le credenze religiose e le dottrine filosofiche nel favorire o nell’ostacolare la corruzione?
Per le Nazioni meno inquinate, la graduatoria di Transparency dice che i Paesi meno corrotti sono Danimarca, Finlandia, Svezia e Nuova Zelanda.
Ebbene, in esse, la percentuale degli abitanti credenti è molto bassa: in Danimarca, ha fede in un Dio solo il 28% degli abitanti, in Finlandia, il 33%, in Svezia il 18%; in tale pur bassa percentuale i fedeli sono di religione protestante-luterana e non cattolica.
In Nuova Zelanda la percentuale degli atei e degli agnostici scende al 35% ma i credenti che costituiscono il resto della popolazione sono anch’essi in prevalenza protestanti e divisi tra anglicani, metodisti, presbiteriani, luterani; sono soltanto minoranze aggiuntive quelle cattoliche, buddiste e mussulmane.
Il primo dato che emerge è che la fede religiosa non è, come comunemente si ritiene e come si è sempre sostenuto dai sacerdoti, un ostacolo, un impedimento alla corruzione, un nemico di chi delinque. Anzi, sembra essere piuttosto un incentivo.
Difatti, i Paesi meno inquinati hanno una percentuale di credenti molto bassa e sono prevalentemente popolati da atei o agnostici; quelli più corrotti sono proprio quelli che hanno una presenza molto elevata di gente religiosa di Paesi soprattutto cristiani che non hanno conosciuto le Riforme di Lutero, Calvino e altri.
Il secondo elemento da considerare è che tra le fedi, il protestantesimo, sia pure presente soltanto in misura ridotta nei Paesi meno inquinati, è verosimilmente la religione che maggiormente sostiene la propensione della maggioranza dei cittadini miscredenti a volere e avere Stati in cui la corruzione sia più energicamente e decisamente ostacolata.
Non è un caso, peraltro, che la riforma di eretici e scismatici era stata determinata propria dalla necessità di porre un argine alla corruzione dilagante della Chiesa di Roma che, per arricchirsi e divenire tra le maggiori potenze economiche del globo, faceva, a ciò che raccontano le cronache dell’epoca, commercio veramente di tutto, dalle indulgenze alle alte cariche ecclesiastiche, dalle reliquie ai petali secchi di rose dei giardini delle sante.
In che modo le dottrine religiose e filosofiche possono influenzare la politica e la vita amministrativa pubblica degli Stati?
La risposta è: orientando, sulla base della fede e dei valori che essa pretende di esprimere e per effetto di analoghi convincimenti indotti nei reggitori della res publica, la formazione addomesticata delle leggi in modo tale che la corruzione dei pubblici funzionari e degli uomini politici che li scelgono e prepongono agli incarichi, diventi inevitabile. Una sorta di res major cui resisti non potest.
Si vuole un’opera che si considera utile? Occorre pagare per superare lo scotto dei mille ostacoli frapposti dalle leggi a salvaguardia, si dice, di questo, di quello e di qualcosa di più!
Si deve, però, parlare, prima che delle leggi per così dire operative, di quelle costituzionali o, comunque, fondamentali, che pongono le premesse perché, anche nel caso d’interventi repressivi e punitivi dei corrotti, questi se la cavino a buon prezzo: absit iniuria verbis, ovviamente.
Le nostre, per la punizione dei corrotti, potevano scegliere tra varie teorie; da quella della pena meramente retributiva, a quella preventiva e a quella dell’emenda del reo.
La prima coglie nell’afflizione imposta al reo un valore positivo che trova la sua giustificazione nel fatto di essere il giusto corrispettivo del male commesso verso l’ordinamento sociale e i consociati ed è prevalentemente seguita da miscredenti, atomisti-monisti, anglicani-calvinisti, empiristi-pragmatici e seguaci filosofici di Thomas Hobbes.
La seconda vede nella pena una funzione intimidatoria volta alla dissuasione del singolo condannato (prevenzione speciale) o lo scopo di eliminare o attenuare gli effetti della criminalità in genere mediante misure di vario genere rivolte a diffondere i valori sociali su cui si fonda la convivenza umana (prevenzione generale) ed è adottata in molti Paesi soprattutto di religione protestante.
La terza, secondo cui la pena può essere soltanto protesa verso la redenzione morale e il ravvedimento spirituale del reo, è propria dei Paesi di fede cattolica e dell’Italia in particolare. Naturalmente l’italico legislatore ha scelto la terza, per l’osservanza e per il rispetto di alti valori.
Nel solco della teoria dell’emenda, la legislazione italiana si è costantemente ispirata ai principi del perdonismo, che rappresentano l’elemento di diversificazione della dottrina cattolica, rispetto alle altre due religioni monoteistiche mediorientali. Senza avere, peraltro, come legificatore terreno, alcuna possibilità di minacciare pene per l’aldilà, in caso di una redenzione solo finta e non reale!
Il perdono giudiziale, la riabilitazione, la prigione concepita, più che come luogo di espiazione di una pena, occasione da offrire al delinquente per rientrare, degno e mondo come prima del reato, nel consorzio umano fanno dei corrotti italiani più che i trasgressori perversi di regole di buona e corretta convivenza sociale, le pecorelle smarrite del gregge da riportare nell’ovile.
Il mutamento dei costumi indotto dalla crescita economica ha fatto il resto, per dare al fenomeno della corruzione nel Bel Paese la dimensione gigantesca che ha.
E’ scemato il sentimento dell’onore, tenuto peraltro in nessun cale da esperti della diffamazione, navigatori indefessi nel mare delle cronache mediatiche e delle aule di giustizia. Le condanne a chi mette sotto i propri piedi la reputazione e la riservatezza altrui si contano sulle punte delle dita.
E’ divenuta molto tenue la considerazione della stima degli altri. Anzi la trasgressione ostentata delle buone regole dell’educazione, del buon gusto, dell’eleganza o quanto meno correttezza nel gestirsi e nel parlare è diventata la strada maestra per raggiungere la notorietà mediatica.
S’è indebolito il vincolo avvertito per la comunità d’appartenenza e accresciuto un cinico disincanto.
In un quadro così mutato, la gente, anche a causa del consumismo sempre più sfrenato che rappresenta una tentazione quotidiana, comincia a chiedersi perché debba avere comportamenti ispirati a una morale, peraltro da sempre ambigua e permissiva per i suoi stessi assertori e propalatori.
Perché, si domanda, arrestare la corsa verso il benessere che consente modelli di vita certamente più soddisfacenti? E ciò quando la tendenza a perdonare tutto, dal confessionale al giudizio nei tribunali, alle valutazioni di sorveglianti e carcerieri si allarga sempre di più, di giorno in giorno (è di ieri la sentenza del massimo organo della giustizia italiana che esclude il reato di furto se a compierlo è chi ha fame).
La stampa continua a tenere in scena la commedia ripugnante di un Paese che:
– taglia, dis-indicizza stipendi e pensioni;
– blocca retribuzioni e proventi legittimi (continuando a tenere chiusi gli occhi su quelli illeciti);
– aumenta le tasse sino a limiti insopportabili (consentendo che i soliti noti non le paghino);
– impone sacrifici di ogni genere
nel momento in cui i cittadini sono costretti ad assistere alla più grave e diffusa esplosione di malcostume politico-amministrativo mai verificatosi in Italia e che non risparmia neppure i depositi bancari di poveri risparmiatori che hanno ascoltato gli imbonitori, i Dulcamara del terzo millennio, così numerosi soprattutto nella provincia italiana.
Un Paese,
– dove il giudice si sente psicologicamente obbligato dalla mentalità dominante (o che appare tale) a mitigare la sua inflessibilità nel prescrivere pene, tenendo conto di tutte le attenuanti possibili;
– dove la sorveglianza dei detenuti tiene conto delle segnalazioni di buona condotta di cappellani, certamente onesti, e di carcerieri, che possono anche non esserlo, e fa sì che si anticipi, solitamente, l’uscita dalle patrie galere di criminali sedicenti pentiti,
non che credo che possa avere un brillante futuro davanti a sé, se non riesce a dare segnali univoci e precisi di svolta nella propria direzione di marcia, oggi più che mai, a corruzione avvezza.
Purtroppo nel Bel Paese è del tutto assente ogni concetto laico dell’etica, intesa come manifestazione innata, istintiva, indotta da un interno sentire e non da un comando esterno, esteriore, facilmente eludibile con quel po’ di furbizia che agli Italiani non manca.
L’unica voce cui non si può sfuggire, quella della propria coscienza, è afona e muta: gli abitanti dello Stivale non la percepiscono.
L’Italia del perdono facile non è soltanto figlia di religioni misericordiose. In essa tuona anche la voce, robusta e reboante, del buonismo ideologico, sedicente generoso, come quello sacerdotale, ma dispensatore di promesse terrene, sia pure soltanto per le generazioni future.
Nessuno, alle nostre latitudini, tiene conto del monito di D.H.Lawrence secondo cui è un male assoluto la morale (eroica) che si basa sulle idee o peggio su un preteso ideale!
E nessuno fa caso che a spendere e a spandersi nel Bel Paese siano i cittadini di uno Stato, che nel promettere ai poveri il Sole dell’Avvenire, consentiva ai suoi gerarchi di arricchirsi; così come aveva fatto per i seguaci di un altro ideale: quello nazi-fascista, che fantasticava di supremazie mondiali di popoli eletti.
In conclusione, dobbiamo porci la domanda leniniana: Che fare?
Sarebbe giunta l’ora di correre ai ripari, ma gli Italiani non sembrano averne la forza.
Appaiono rassegnati al loro destino. Assistono alla distruzione sistematica di tutte le istituzioni, un tempo, rispettate e riverite. Le poche che ancora oppongono resistenza, appaiono irrimediabilmente destinate a essere ridotte all’impotenza.
I pochi uomini politici incorrotti e incorruttibili, insensibili ai ritorni che gli inganni mediatici possono avere sulle loro fortune elettorali, indietreggiano, sbandano, si ammutoliscono, senza che i votanti, sempre più individui atomizzati che cittadini uniti, possano sperare in un happy end.
L’intellighentia, come da secoli, tace. Dopo l’eccezione di Giacomo Leopardi e di qualche altra rara avis, i romanzi raccontano storie private (nel migliore dei casi) e gossip (nel peggiore); la poesia parla d’amore e descrive, con parole alate, la Natura che, a dispetto degli ecologisti, la cattiva amministrazione deturpa; la saggistica evita la lamentela, ritenendola probabilmente inutile.
Anche ove la questione della gravità di un’etica ispirata al perdono divenisse chiara nella mente della stragrande maggioranza dei cittadini, occorrerebbero riforme della legge costituzionale e della normativa ordinaria.
Entrambe andrebbero fatte, rispettivamente, da un’Assemblea costituente e da un Parlamento, in rappresentanza di tutti gli Italiani.
Invece a provvedervi nel Bel Paese d’oggi è una sparuta minoranza di parlamentare che diventa maggioranza per un marchingegno di dubbia costituzionalità, dichiarato tale in base alle attuali norme della Carta fondamentale.
Il seme del pensiero fuorviante è nelle religioni che l’Occidente importò da modesti cammellieri, pastori e pescatori della lontana Mesopotamia. La filosofia tedesca ne fece tesoro e l’impose a un’Europa continentale prive di ente lucide, naturalmente con le dovute ma poche eccezioni. Il principio del popolo eletto ereditato dalla dottrina ebraica conquistò nella sua versione idealistica di destra Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi sudamericani. Quello dell’eguaglianza degli uomini, ereditato dalla dottrina cristiana, sedusse, nella sua versione idealistica di sinistra, la Russia e l’universo Sovietico, la Cina, Cuba e via dicendo.
Non contagiò l’Inghilterra che rimase fedele al suo empirismo pragmatico e al principio di solidarietà umana che non è utopistico e rinviabile a un lontano futuro ma concreto, possibile e soprattutto presente.
Amaramente chiudo il mio intervento dicendo che l’Italia non è mai stata terra di riforme ma ha conosciuto tempi di dure contro-riforme. Come insegnano tristemente: Lutero, Calvino e l’Inquisizione pontificia con i suoi roghi e le sue galere.
Temo che il Bel Paese continuerà a confidare nella misericordia per i criminali e che saranno sempre di meno quelli che rinunceranno alla corruzione e si priveranno volontariamente di quei vantaggi materiali che possono offrire i fatti di malaffare pubblico.
Le risse permanenti e gli insulti gratuiti attraverso i media perpetueranno l’immagine del bordello dantesco.
Tutti si riterranno autorizzati a giudicare gli altri, assolvendo sempre se stessi.
Siamo da due millenni gli abitanti di un Paese che produce in serie detentori di verità assolute, sia religiose sia filosofiche.
Gli Italiani vantano anche il primato di avere sempre rifiutato ogni possibilità di dialogo tra schieramenti diversi.
Oggi, però, non più – dice qualcuno.
Sembra, però, che il rimedio possa essere peggiore del male. Si può prevedere che si uniranno, sotto la guida di Capi-popoli, che da noi non sono mai mancati da Masaniello a Mussolini, in un Partito unico tutti e tre i seguaci degli assolutismi dominanti in Italia: cattolici, post-comunisti ed ex fascisti.
Si dice che si potrebbe realizzare a breve lo stesso miracolo che Juan ed Evita Peron compirono in Argentina, con un Partito che nato dal Pueblo divenne anche della Nacion. In un abbraccio stretto che però si rivelò mortale!
Del Peronismo in salsa italiana, però, ho già scritto e detto in un mio precedente intervento, in una sede meno importante e di prestigio di quella odierna. E’ un pericolo che solo l’Autunno del nostro scontento, per parafrasare un noto scrittore statunitense, potrà sventare!
Vi ringrazio per avere ascoltato previsioni che non sono ottimistiche…
Voi, però, potreste sempre imprimere la svolta al cammino presente. E ciò che mi auguro e VI AUGURO!

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