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( Considerazioni sulla “Lettera Aperta” di Piero Operti a Benedetto Croce, nel 150° Anniversario della nascita del Grande Pensatore Liberale )

“L’Italiano” – Scriveva Piero Operti a Benedetto Croce nel 1946 – “di qualsiasi fede o senza fede, ammette qualunque cosa sulla terra, ma non ammette una situazione che lo ponga anche temporaneamente in disparte”./

Con queste parole il “Liberale scomodo”, l’Autore della “Storia d’Italia” che nel secondo dopoguerra per primo si adoperò, nella veste di epuratore, per una pacificazione con i reduci di Salò che avevano combattuto in buona fede, introduceva la sua “Lettera aperta” al Presidente del Partito Liberale Italiano. Il suo intento era quello di spiegare le “conversioni” di tanti intellettuali dell’antico antifascismo a fascisti di comodo durante il Ventennio; nonché di tanti fascisti all’antifascismo dell’ultima ora.

Operti prende apertamente le difese della Monarchia dall’ accusa di non essersi opposta per tempo al Fascismo.

“Eri tu” – Dice, puntando il dito contro un ipotetico interlocutore – “che con la tua acquiescenza appoggiavi il regime. Un problema di coscienze è il medesimo del Re come del più umile dei mortali che abbia una coscienza.Democrazia vuol dire sovranità popolare. Questa parola ha un significato, o pensi, con Mussolini, che sia una freddura insipida? Sovranità popolare vuol dire che tu, cittadino, avevi diritti e doveri sovrani. I diritti li esercitavi con l’atto elettorale e fruendo delle libertà, ma il dovere di non lasciar manomettere le tue prerogative, come e quando lo hai adempiuto? E questa difesa era molto più facile per te, che arrischiavi per te solo, che non per il Re il quale metteva a repentaglio innumerevoli vite. Ora tu vedi di scorcio 25 anni di storia e deplori il punto di arrivo, ma quegli anni furono dal Re e da tutti noi vissuti giorno per giorno e io ti domando sui 7500 giorni che durò il Fascismo, di indicarmene uno nel quale tu, nei panni del Re, avresti tentato il grande gesto.”

Se estrapoliamo questo discorso dal contesto di quegli anni, possiamo applicarlo ai nostri giorni.

Un cittadino non può addurre a scusante della propria inerzia il fatto che un Capo di Stato o di Governo ha più potere di lui; perché la sovranità popolare non si esercita solo con il voto, ma anche con il diritto-dovere di non lasciar manomettere le proprie prerogative che gli sono consentite dalla legge.

Era il 1973 o il 1974, ed io all’Università di Roma avevo aderito ad un gruppo studentesco che stava preparando una lista da presentare alle elezioni dell’Ateneo, le prime dopo un silenzio di cinque anni a causa dei tumulti del’68. Era la Confederazione Stdentesca Nazionale, che raggruppava gli studenti vicini ai partiti di area laica, il P.L.I., il P.S.D.I. ed il P.R.I.. Ci radunavamo in Via Scipio Slataper, nei pressi di Piazza Ungheria, Dopo quella riunione, presi l’impegno di fare conoscere quella lista nel mio ambito.
Un giorno, trovandomi nella sala di una biblioteca, diviso tra la concentrazione su un grosso tomo e il pensiero di trovare adepti, presi coraggio e rivolsi la parola allo studente seduto di fronte a me. Lui lesse co molta attenzione il volantino del programma della C.S.N. che gli sottoposi, e alla fine me lo restituì con queste parole:

“Sono perfettamente d’accordo, ma, sai, di questi tempi un discorso come questo sarebbe considerato fascista.”

Rimasi di sasso. Lì per lì non seppi cosa rispondere. Era indubbiamente vero che nell’ambiente universitario di quegli anni, ove circolavano non “pensieri”, ma “parole d’ordine”, non si poteva intessere ragionamenti pacati.La risposta che avrei potuto dare mi venne in mente, ripensandoci, molti anni dopo, dopo la lettura di Piero Operti e di altri autori: richiamarsi all'”antifascismo” ha un senso solo se a questa parola si dà il significato di “antitotalitarismo”, e classificare come “fascista” un testo che non collima con il modo di pensare e di esprimersi della massa, significa una sola cosa: essere intolleranti, o più semplicemente “rifiutarsi di pensare”.
Quel mio compagno di studi, che pure si mostrò cortese e attento al mio dire, con quella sua osservazione mi fece capire che è la mancanza di carattere, di principi, di fede, di coerenza a creare i presupposti di un regime totalitario.

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