Lo sgomento per le stragi indiscriminate, apparentemente con bersagli e vittime scelte a caso, ci disorienta. Prevale una sensazione di impotenza di fronte all’imprevedibilità degli attacchi di un nemico invisibile. Ragioniamo ancora secondo i canoni tradizionali delle guerre dichiarate con eserciti schierati e nemici ben riconoscibili. Ci lascia smarriti una guerra (perché tuttavia di questo si tratta) orizzontale, senza una linea del fronte, il colore differente delle divise degli eserciti contrapposti, una catena gerarchica di comando. Quella in atto somiglia più ad una nuova forma di guerriglia, ma che non colpisce militari in divisa od obiettivi strategici, piuttosto pacifici cittadini, passanti, donne, vecchi, bambini che giocano o si muovono insieme ai genitori nei loro passeggini.

È ormai evidente che si tratta di un attacco contro il mondo occidentale, la sua opulenza, i suoi diritti, i valori dell’eguaglianza, della laicità, della libertà. Finora la reazione è stata disordinata, priva di una strategia, di un reale accordo tra Europa, America, Russia, Israele. Anche l’unico obiettivo visibile, quello dei territori occupati dal Califfo, ha fatto emergere divisioni profonde e rivalità antiche. Così la Francia, per rispondere agli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, ha scaraventato bombe, che hanno colpito in maggioranza civili. La Turchia ha cercato di attaccare le popolazioni curde ed ha giocato un ruolo ambiguo nei confronti dell’ISIS, fino ad una grave esplosione delle contraddizioni al proprio interno, che ha dato luogo ad un tentativo di golpe militare. Tuttavia esso non ha trovato consenso perché proponeva un’altra strada autoritaria per sconfiggere l’insopportabile dittatura di Erdogan, (ancorché eletto democraticamente) senza recuperare i valori laici della rivoluzione di Ataturk, senza riuscire a coinvolgere i giovani di Gezi Park. Gli americani si sono limitati ad interventi di intelligence e di supporto addestrativo. I russi hanno, con successo, sostenuto la riconquista da parte di Assad di territori siriani occupati da Daesch, entrando in aperto conflitto con la Turchia, che ha abbattuto un loro aereo militare, determinando un momento di gravissima tensione internazionale. I jihadisti invece, pur registrando qualche inevitabile sconfitta sul terreno, hanno dimostrato di avere un chiaro disegno strategico e lo hanno messo in atto con efficacia, anche se alla loro turpe maniera, contro tutti i miscredenti, i credenti di altre religioni, i non credenti ed i musulmani non sottomessi al loro bieco potere. L’Occidente continua a balbettare, tentando di distinguere tra Islam e fondamentalismo estremista. È indubbio che non si possano assimilare milioni di mussulmani alla follia jihadista, ma è altrettanto evidente che la radice culturale deriva dalla religione islamica, che ispira l’odio verso la civiltà occidentale. Rifiutare di interrogarsi sul rapporto tra essa e l’estremismo, in nome del quale viene messo a soqquadro il mondo intero, comprese le nazioni mussulmane, al cui interno si registra il maggior numero di vittime, significa rifiutarsi di indagare a fondo sulla radice del fenomeno. Lo scontro è tra arretratezza e progresso, tra modernità e retaggi tribali, tra ispirazioni autoritarie e democrazie liberali, animato dall’invidia sociale per conquiste come la democrazia, l’eguaglianza, la libertà. Di fronte alle incertezze ed ai contrasti dei loro nemici, i fondamentalisti tentano di disgregarne l’unità e disarticolarne le istituzioni. Il loro obiettivo è quello di favorire il lepenismo in Francia, Podemos in Spagna, il M5S in Italia e tutti i movimenti nazionalisti e reazionari dell’Europa, come è già avvenuto in Polonia od in Ungheria con lo scopo di disgregare l’UE. Il voto favorevole alla Brexit nel Regno Unito ha prodotto un’ulteriore allentamento del legame politico nel Vecchio Continente.

Risparmiare i campionati di calcio, ma colpire Nizza il 14 luglio, festa della libertà, ha avuto un grande significato simbolico. Probabilmente il jihad disprezza la passione calcistica, ma molto di più odia la libertà. È venuto il momento che il problema venga affrontato nei suoi termini reali. Non si tratta di confondere il terrorismo con l’immigrazione, chiudendo le frontiere, ma di capire che l’attacco è alla nostra civiltà, alla nostra cultura, al nostro stile di vita, alle conquiste del Rinascimento e dell’illuminismo. Dobbiamo quindi affrontare il durissimo scontro con la forza unificante delle nostre idee e dei nostri valori per tentare di contagiare le giovani generazioni musulmane al desiderio di partecipare alla affascinante avventura della modernità.

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