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Con il sopraggiungere delle torride temperature di agosto i palazzi della politica si stanno svuotando. A fare i bilanci, non certo entusiasmanti dei risultati dell’azione di Governo dopo quasi due anni, ci hanno pensato i cittadini, assestando una sonora sconfitta al PD, di cui il Presidente del Consiglio, attorniato da un gruppo dirigente di modestissimi replicanti, è capo indiscusso. Infatti sono stati clamorosamente mancati i tre obiettivi cui era stato attribuito un effetto salvifico: un impegno internazionale per avere maggiore autorevolezza in Europa, la riforma costituzionale ed elettorale, che doveva aprire al nostro Paese le porte della modernità, le riforme di sistema, che avrebbero rilanciato l’economia.
Sul primo punto Renzi ha taciuto, temendo la procedura d’infrazione sulla Legge di stabilità, mentre le circostanze, (compreso il maggior onere sull’immigrazione) le debolezze e gli errori degli altri, avrebbero potuto aprire autostrade per un’Italia capace di rilanciare i valori del manifesto di Ventotene e dei Trattati di Roma. L’obiettivo doveva essere quello di riaprire il capitolo di una Costituzione europea, affondata nel decennio scorso, forse anche per eccesso di ambizione e complessità del testo, ma principalmente a causa dell’esito negativo dei referendum francese e olandese.
Le tanto propagandate riforme, cui si affidava il compito di rimettere in moto l’economia, si sono rivelate modeste mance elettorali ai ceti di riferimento del PD e ad una Confindustria a trazione delle aziende di Stato acriticamente arruolata, mentre la spietata ed inflessibile realtà degli indici (Produzione industriale, domanda interna, finanza pubblica, occupazione, peso della burocrazia parassitaria, rallentamento del credito bancario) dimostra che il Paese si dibatte in una condizione di stagnazione irreversibile e sembra avviarsi verso una nuova fase di recessione. Qualcuno si domanda che fine abbia fatto la spending review, scomparsa dall’orizzonte di un Governo, che invece affida la propria salvezza soltanto al mantenimento delle clientele e possibilmente, con la prossima legge di stabilità, a costituirne delle altre, ma con la difficoltà di trovare le relative risorse. Infatti, se la manovra 2016, fondata sulla flessibilità, quindi su nuovo deficit, è stata accettata da un Europa troppo debole per fare la voce grossa, difficilmente si potrà ottenere un’analoga disponibilità per quella del 2017, partendo da un debito pubblico che ha superato il 136% sul PIL e che rischia di viaggiare verso un disastroso 140% in breve termine, senza alcuna idea per avviare una qualsivoglia politica di rientro credibile. Cominciando invece dal taglio della spesa improduttiva, con un drastico intervento per frenare gli sprechi nella sanità e nel resto della pubblica amministrazione, si dovrebbe poi incidere significativamente nella riduzione della spesa regionale e nel contenimento del contenzioso con imprese e contribuenti. Inoltre, come ripetiamo da sempre, sarebbe arrivato il momento di por mano alla vendita di asset pubblici mobiliari ed immobiliari, che potrebbe ridurre il debito accumulato e favorirebbe, insieme al contenimento del mostro burocratico, un rilancio effettivo degli investimenti privati, dai quali soltanto si può attendere nuova occupazione. In tali condizioni di rinnovato patto di fiducia con i cittadini, si potrebbe procedere finalmente al coraggioso avvio della reale, e non sempre e soltanto annunciata, riduzione di una pressione fiscale espropriativa, che produce evasione in gran parte di necessità.
Il vero fallimento è stato caricare di significato miracolistico una riforma costituzionale, che rivelando palesemente contraddizioni e pericoli, ha suscitato una reazione contraria alle attese, perché è stata accolta con diffidenza, quando non con aperta ostilità per il suo scoperto tentativo di trasformare il nostro impianto statuale, (sia pure con dei difetti e che andrebbe adeguato sotto diversi profili, ma che certamente garantisce il pluralismo e la separazione dei poteri) in una sorta di peronismo in salsa toscana, con Juan Matteo ed Evita Maria Elena. Gli italiani, sempre in cerca dell’uomo del destino, che possa risolverne i problemi senza costringerli a fare la propria parte con inevitabili sacrifici, in passato, hanno dimostrato di gradire il populismo autoritario, ma, va riconosciuto, che, a parte le adunate, le frasi roboanti, ma soprattutto la privazione della libertà e la tragedia della guerra, la statura del Duce era di ben altro spessore, rispetto a quella del modesto piazzista di stracci della provincia toscana.
Ormai è chiaro che il referendum si avvia ad una clamorosa sconfitta, tanto che si sono diradati e quasi cancellati i quotidiani presagi apocalittici e l’annuncio del disastro della Nazione per il caso, che ormai sembra conclamato, di vittoria del NO. Il soccorso ad un Governo, prima eccessivamente ciarliero, oggi ammutolito perché palesemente in bilico, è arrivato dal Presidente della Repubblica, che spostando in avanti l’appuntamento referendario, darà alla Corte Costituzionale il tempo di pronunciarsi sulla bocciatura di alcuni punti essenziali dell’Italicum, riaprendo quindi di fatto tutta la partita, dal momento che, senza quella legge elettorale liberticida, la Riforma non sarà in grado di perseguire gli obiettivi del disegno Boschirenziano.
L’imbarazzato silenzio del Presidente-segretario e dell’intera squadra di coloro che fino a ieri ripetevano, con la monotonia di un mantra, le vuote parole d’ordine della maggioranza, dimostrano che il panico ha assalito gli sprovveduti, che si erano presentati come una invincibile armata. Caduto il Patto del Nazareno, i modesti surrogati di Verdini, quel che rimane di Scelta Civica e degli irriducibili alfaniani e casiniani non sono sufficienti a neutralizzare l’ostilità di una sinistra, che per quanto indecisa ed indebolita, può contare su una base solida, pronta anche a staccarsi dal PD, pur di non sostenere il disegno del Partito della Nazione renziano, che viene rifiutato categoricamente.
L’accorto giovanotto ha capito che spira una brutta aria e, di recente, ha scelto una linea più prudente, probabilmente per tentare di riannodare un “Patto del Nazareno due”con Berlusconi, che verrebbe benedetto da Confalonieri e dai figli dell’ex Cavaliere. Forse è l’ultima carta che gli rimane, prima di registrare di essere spacciato, ma il prezzo richiesto questa volta sarebbe altissimo. Inoltre bisogna fare i conti con il temperamento particolarissimo di Berlusconi, che col cuore ricondizionato, potrebbe far prevalere, rispetto agli interessi del suo gruppo imprenditoriale, il desiderio di rivincita.
Ci aspetta un autunno pieno di incognite.

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