Quello che fino ad oggi abbiamo definito come il modello occidentale, custode dei valori, delle tradizioni, delle culture, degli ideali di vita del nostro mondo, sembra vacillare ed avviarsi verso una crisi epocale, come travolto da un vero e propio tsunami. Non ci resterà che contare le vittime, adattarci alla desertificazione, rassegnarci ad assistere impotenti ad una trasformazione che non saremo in grado di governare. Come avvenne per le grandi civiltà mesopotamiche ed egizie e, dopo, per quella greco-romana, il mondo nel quale abbiamo vissuto e dei cui valori ci siamo nutriti, rischia di venire scomparire. Stiamo assistendo senza reagire alla cancellazione di tre secoli di illuminismo, che hanno inaugurato la stagione felice delle democrazie liberali, dello Stato di diritto, della separazione dei poteri, dell’esaltazione del ruolo sociale di ogni singolo individuo, dell’eguaglianza tra gli esseri umani, della parità tra i sessi e tra i diversi orientamenti sessuali, della competizione, dell’esaltazione del valore dei saperi e della conoscenza, del riconoscimento del diritto al sostegno per i disabili ed i più sfortunati. L’orizzonte sembra aprirsi ad una bufera che potrebbe offuscare la ragione, e quindi far cadere nell’oblio il ruolo guida della cultura, dell’amore per l’arte, del rispetto per l’uomo e per la stessa vita umana.

Il lungo medio evo, dominato, in Occidente, dall’integralismo cattolico, con guerre, eccidi ed orrori, ha avuto la sua peggiore espressione negli eccessi della Controriforma. In Oriente, l’ostile ignavia della Chiesa, ha permesso un millenario dominio ottomano oscurantista fino ai primi del novecento, quando, con la rivoluzione laica di Ataturk, sembrava che i valori della libertà, della laicità, della democrazia, avessero ottenuto una vittoria definitiva. Anche le metastasi del cancro nazifascista e comunista, attraverso la chirurgia di una guerra sanguinosa e la chemioterapia dell’esempio della democrazia e del benessere occidentale, erano state debellate. Improvvisamente, con l’avvento del terzo millennio, siamo entrati in una spirale negativa, che appare drammaticamente irreversibile. Non si tratta dell’attacco al nostro mondo da parte dell’Islam, che, in molti casi, può semplicemente esserne il sintomo appariscente, come la febbre. Bisogna invece rendersi conto che la malattia è ben altra e ne vanno ricercate le cause con maggiore approfondimento critico.Il radicalismo fondamentalista musulmano potrebbe rappresentare nient’altro che una manifestazione, in chiave diversa, di quella stessa crisi di civiltà, che non riguarda soltanto l’attacco all’Occidente, che certo ne è l’espressione più eclatante, ma qualcosa di più grave ed epocale, che coinvolge l’Intera umanità. La superficialità delle analisi compiute da quasi tutti gli osservatori, è resa evidente dal numero enormemente superiore di morti appartenenti al mondo islamico, rispetto alle nostre vittime. Ecco perché il fenomeno andrebbe esaminato più in profondità, partendo dalla poderosa spinta alla rivolta, innescata dalle stridenti differenze ed ingiustizie esistenti all’interno mondo arabo, ma, allo stesso tempo, approfondendo le oscure ragioni del disagio degli immigrati in Occidente di seconda o terza generazione, ed a quelle, forse più complesse, della nuova esplosione dell’odio razziale in America, che sembrava superato.

L’impotenza della politica mondiale non deriva soltanto dalla sua debolezza e dalla mancanza di autorevolezza, che certo non si possono negare, ma principalmente dalla pretesa di fronteggiare fenomeni nuovi e di portata straordinaria, con un armamentario vecchio. Siamo rimasti prigionieri di sistemi tradizionali, come l’uso delle armi, la chiusura delle frontiere, la repressione, nonostante la debolezza dei poteri nazionali, ma principalmente di quelli sovranazionali, come l’ONU, diventato un semplice, per quanto inutilmente costoso, spettatore. Analogo il fallimento dell’Unione Europea, che non si è rivelata in grado di immaginare una politica comune, anzi ha finito, a causa dei propri errori e dell’assenza di iniziativa, col favorire un processo di restituzione agli Stati Nazionali di molti poteri cui avevano spontaneamente rinunziato in nome del sogno di un nuovo protagonismo nel mondo globale, condannando quindi tutto il vecchio Continente alla marginalità.

Un fenomeno analogo, anche se attraverso processi diversi, da alcuni anni, caratterizza la politica americana. Dopo il forse eccessivo interventismo di Busch, la presidenza di Obama si è caratterizzata per l’abbandono di quell’importante ruolo degli USA quale gendarme universale, che aveva assicurato settant’anni di pace e, grazie al un potente esercito, di pompiere dei focolai regionali. Il fallimento del primo Presidente di colore consiste nella scelta di chiudersi in una inedita forma di egoismo nazionalista, rinunciando     alla prestigiosa funzione di guida del mondo intero. Lo scontro elettorale tra il miope, ignorante e pericoloso fanatismo di Trump e lo stanco ritorno dei vecchi poteri di Wall Street,senza valori né ideali, impersonato dalla miserabile figura dell’opportunista Hillary, ne sono la plastica dimostrazione.

Chi saranno nei prossimi anni gli uomini o le donne cui verranno affidati i destini del mondo, quali le loro idee, la cultura di cui si faranno portatori, i valori per i quali saranno disposti a mettersi in gioco ed a chiamare alla mobilitazione i propri popoli, sollecitandone l’orgoglio? Nella meno tragica delle ipotesi, l’America si affiderà alla Clinton, scegliendo di ritagliarsi un destino di progressivo declino. E l’Europa? Merkel sembra aver esaurito la propria capacità di esercitare una forte leadership nell’UE, la Gran Bretagna ha preso il largo e rischia di preparare il dissolvimento e la fine del Regno Unito. Nulla di buono ė all’orizzonte, se è vero che in Francia la modestia di Hollande appare come la migliore alleata per un trionfo di Marine Le Pen. Non trovando nel nostro vocabolario superlativi assoluti di grado sufficientemente infimo, preferiamo astenerci dal considerare un qualsivoglia ruolo per una Nazione affidata al Boschirenzismo, (eventualmente con un contorno di berlusconismo) o tanto meno all’antipolitica pentastellata, nel caso, pure possibile, di una vittoria del M5S.

Stiamo forse vivendo la fase del tramonto dell’illuminismo, con tutto quello che ha rappresentato? I segnali sembrano tutti in quella direzione. In Cina registriamo il rafforzamento dell’autoritarismo personalistico, coniugato con l’economia di mercato e con una corruzione dilagante, che a volte viene favorita dal potere per rafforzarsi, altre utilizzata per una feroce repressione nei confronti di dissidenti e contestatori. In Russia il modello vincente è il putinismo, che coniuga elementi di controllo sociale e spionistico di stampo sovietico, con una politica di potenza ispirata all’orgoglio nazionale, insieme alla pratica dell’eliminazione degli oligarchi di parte avversa, favorendo l’emergere di altri, vicini al potere dominante.

La contraddizione appare ancora più stridente in Turchia, dove Erdogan, sia pure attraverso un consenso popolare conquistato in nome dell’Islam e grazie al rafforzamento di una nuova fedele classe imprenditoriale, ha fatto il doppio gioco tra NATO (di cui è membro autorevole) ed ISIS, cancellando progressivamente le conquiste laiche di Ataturk. Il sultano ha inoltre sfruttato a proprio favore il fallimento dell’ingenuo colpo di Stato di una parte delle forze armate, risultato privo di consenso popolare, che forse egli stesso aveva favorito, per poter compiere una epurazione sommaria senza precedenti. Ha infatti esonerato dal servizio oltre ottantamila persone tra mondo militare, magistratura e pubblica amministrazione ed ha incarcerato circa 15.000 presunti golpisti, in realtà suoi oppositori, detenuti in condizioni disumane, senza alcuna garanzia di difesa né di rispetto della legge. Il mondo Occidentale di fronte ad una simile barbarie tace, nascondendosi dietro la facile giustificazione, che il dittatore ottomano è stato legittimato elettoralmente da una maggioranza popolare. Se questo è il modello oggi vincente, altro che Peron o Pinochet, forse ci troviamo di fronte ai nuovi Hitler o a Stalin.

Rischiamo di lasciare ai nostri figli un deserto valoriale, culturale, politico e civile senza precedenti. Nessuno è esente da responsabilità, quanto meno per aver girato la faccia dall’altra parte, per non aver tentato o, peggio, essersi rifiutato di capire.

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