Una nave senza capitano, a questo fa pensare il Libano oggi. Il Paese naviga a vista, in una zona ad alto rischio. A rigor del vero la caduta di un governo in Libano non è affatto una novità, come non sono una novità le lungaggini dei premier incaricati nel formarne uno nuovo (Saad Hariri nel 2009 ci mise cinque mesi).

Il potente Hezbollah e il gruppo dell’ 8 Marzo (Amal, Jumblatt, Aoun) avevano provocato il 12 gennaio la caduta del governo di Saad Hariri a causa delle tensioni nate intorno al Tribunale Speciale per il Libano, creato dall’ONU per far luce sull’attentato a Rafic Hariri. Gli sciiti, che si aspettano di essere accusati, reclamano che Beirut sconfessi questa decisione. Mikati, Primo Ministro designato, nominato dai deputati filo Hezbollah (pro Siria e Iran),  ha intrapreso le consultazioni, continuamente boicottate dal raggruppamento del 14 Marzo, alleato di Hariri (filo occidentali e favorevoli al TSL), figlio di Rafic. Si dice che le discussioni siano ferme sulla nomina del Ministro degli Interni, agognata dal Presidente Sleimane (considerato neutrale) e dall’alleato cristiano del partito sciita, Michel Aoun. Ma il problema sembra venire da Mikati, e di conseguenza da Hezbollah, poco propenso a formare un nuovo governo fino a che non viene presa una decisione ufficiale sul TSL. Dopo l’assassinio di Rafic Hariri nel febbraio 2005, la Siria, “tutrice” del Libano per ben 30 anni, ha dovuto levare le tende perché maggiore indiziata nell’attentato.

Lo Stato sta perdendo sempre più autorità e il disordine comincia ad impadronirsi dei vari settori della società. Quattro mesi senza governo: le difficili consultazioni si eternizzano e si complicano allo stesso ritmo dei disordini in Siria, vicina considerata da alcuni esperti come la causa del ritardo nella nascita del nuovo Gabinetto. Altri ritengono che al contrario, la Siria sia occupata dai suoi problemi e che l’assenza di soluzione nella formazione del Governo provi l’incapacità del Libano a governarsi da solo. Mikati ha  affermato pochi giorni fa che le consultazioni vanno avanti, ma ad oggi i quotidiani libanesi parlano di continui rinvii. Senza governo il Libano sembra immerso in un coma che minaccia anche la sua economia, quando era riuscito fino ad’ora ad evitare la crisi finanziaria mondiale. Ispirati dall’ondata di rivolte in Egitto, Tunisia, Libia, Siria, i libanesi hanno cominciato la loro personale protesta. Se i loro inni possono sembrare simili a quelli degli altri paesi arabi, il loro obbiettivo è però molto diverso. Qui non c’è un dittatore, i manifestanti stanno sfidando i potenti e consolidati feudi della politica settaria.

Un accordo del 1943, raggiunto agli albori dell’indipendenza, aveva stabilito che il Presidente sarebbe stato un cristiano maronita, il Primo Ministro un sunnita e il Presidente del Parlamento uno sciita. L’accordo era nato per bilanciare il potere tra le 18 sette religiose riconosciute nel paese. La guerra civile (1975-1990) ha approfondito le spaccature e oggi, nei sobborghi di Beirut, si possono scorgere facilmente i segni di questa politica ( le immagini del leader Hezbollah, Nahrallah, tappezzano i muri della parte sud della città mentre le croci, logo del Partito delle forze cristiane libanesi tappezzano i muri della parte est). La cosa interessante è che questi movimenti sono assolutamente coscienti che Il loro obbiettivo, la realizzazione di uno stato laico, necessita di tempi molto lunghi. Questo realismo deriva probabilmente da una cultura democratica di lungo corso, in fondo in Libano le confessioni religiose convivono da sempre. E’ una grande lezione che viene da questo (per ora) piccolo gruppo di dimostranti, nati e cresciuti sotto le bombe ma allo stesso tempo impregnati della cultura del dialogo. Nonostante ciò la strada è tutta in salita. I continui ammutinamenti del carcere di Roumié (aprile e maggio 2011), carcere che rinchiude il 65% dei malviventi libanesi, non può essere spiegato che nel contesto di vuoto governativo. Ogni occasione è buona per sparare, pochi giorni fa, in occasione della ricorrenza della Nakba (catastrofe – 1948 nascita di Israele), scontri alla frontiera hanno fatto diversi morti, alla ricorrenza della Naqsa (sconfitta — 1967 guerra dei sei giorni) si è temuto un bis. Non dimentichiamo l’attentato alle forze UNIFIL, di stanza nel Libano dal 1978, missione prolungata dopo la guerra del 2006 tra lo Stato ebraico e gli oppositori sciiti di Hezbollah. Sembra che l’attacco sia stato un avvertimento per l’Europa (anche se sono stati colpiti soldati italiani), che ha condannato il regime siriano e continua a sostenere, insieme agli USA, il TSL.

Certamente è una regione scossa da continui incidenti che rendono difficile una prospettiva di pace. Le sue frontiere sono punti nevralgici della storia del Medioriente, e qualsiasi mossa falsa può scatenare un’altra guerra. Molti esperti poi temono che i problemi reali del Libano emergeranno appena il Governo sarà formato: sia il TSL che le armi in mano a Hezbollah, che è diventato un vero partito ma gioca ancora alla guerra ed è considerato il quarto pilastro della traballante repubblica, sono elementi sufficienti a bloccarne il funzionamento.

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