L’appuntamento referendario del prossimo dicembre sta ancor più garantendo un’ampia esposizione mediatica al premier Matteo Renzi affinchè il SI vinca con ampi margini sul NO. L’obiettivo dell’ex sindaco di Firenze, grazie alla complicità di numerosi organi di informazione, è sedurre l’elettorato anche attraverso ammiccanti promesse.

Tra queste rientra a pieno titolo quella riguardante la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, faraonico intervento di tipo urbanistico con un elevatissimo impatto ambientale e dai vantaggi tutti da verificare.

Si tratta di una grande opera che proprio per la sua imponenza esercita una forte suggestione sull’opinione pubblica da sempre affascinata da roboanti progetti.

Un’analisi razionale e concreta del rapporto costi-benefici non pare sia mai stata compiuta ma la Corte dei Conti nel 2009 ha stimato che soltanto nel periodo 1982-2005 siano stati spesi quasi 130 milioni di euro, mentre dal 2013 la società Stretto di Messina spa è stata commissariata.

Occorre riconoscere che nell’ultimo periodo la primogenitura va a Silvio Berlusconi che rilanciò la proposta circa un quindicennio fa, sebbene già nel 1876 l’allora ministro dei Lavori pubblici Giuseppe Zanardelli dichiarò: «Sopra i flutti o sotto i flutti la Sicilia sia unita al Continente».

E’ indubbio che importanti opere infrastrutturali siano necessarie al progresso e allo sviluppo del Paese: strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti sono indispensabili per rilanciare il ruolo dell’Italia ferma sul terreno dello scontro ideologico da troppi anni.

E’ in casi come questi che la politica deve riappropriarsi del suo ruolo dettando l’agenda delle priorità, evitando però di cadere nel ridicolo.

Nel Mezzogiorno, poi, è necessario modernizzare e migliorare l’esistente in un quadro complessivo di azioni attese da decenni.

Di certo in periodi storici in cui la ripresa economica è lenta manovre keynesiane di sviluppo possono essere utili per rimettere in moto una macchina il cui motore è ingolfato. Ben vengano quindi interventi statali tesi a realizzare nuove opere, in particolare al Sud in cui esistono ancora reti e tragitti ferroviari che gridano vendetta e strade provinciali al collasso.

E’ proprio da qui che occorre partire per compiere una valutazione serena e quindi non propagandistica delle cose da fare, considerando le vere esigenze delle popolazioni e dei territori.

Insomma, occorre ascolatre il cosiddetto “paese reale” le sue necessità, i suoi bisogni, interloquendo in primis con i sindaci.

E’ questo il punto di partenza per poi programmare il resto.

Prima di realizzare fantomatiche e talvolta inutili mega opere sarebbe sensato completare quelle cantierizzate e cantierizzare quelle progettate, accantonando la propaganda e facendo prevalere una visione omogenea della gestione del territorio.

Il resto appartiene alla categoria degli spot, degli annunci televisivi e dei talk show.

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