Il fondo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera dal titolo “Una destra che non ha identità” ha suscitato varie reazioni polemiche. Riteniamo invece che il politologo non abbia scoperto nulla di nuovo. Infatti è a tutti noto che tale inadeguatezza ha condizionato a lungo l’equilibrio politico nel nostro Paese, rendendo diverse da quelle europee le formazioni di destra succedutesi nel tempo in Italia durante tutta la prima fase del periodo repubblicano. Tuttavia non si può condividere l’ulteriore affermazione di Galli della Loggia, che mentre definisce la destra (certamente a ragione) “incerta e senza visione”, invece afferma che “la sinistra era (ed è ancora) una cultura complessa e ramificata….che rappresenta un vero retroterra sociale in cui è stabilmente insediata”.
L’editorialista del maggiore quotidiano italiano, sia pure intravedendo, nel futuro, scenari definiti “inediti ed inquietanti, che potrebbero rinvigorire i valori tradizionali della cultura conservatrice”, conclude che all’appuntamento potrebbe arrivare “la sinistra con la sua capacità di sentire l’aria dei tempi e di cambiare”. Questa affermazione ne conferma lo strabismo da ex comunista, che vede la gobba altrui ma non la propria, preparandosi a giustificare una propria, magari tardiva, conversione al renzismo dominante.
L’anomalia della destra italiana ha origini complesse e deriva da una ultra cinquantennale dannazione verso tale parola, imposta da una egemonica cultura della sinistra, che ha cercato per lungo tempo di ghettizzare nell’ambito dell’area di destra soltanto i residuali nostalgici del fascismo. Tale azione di pervicace isolamento culturale ha trovato la complicità del mondo della democrazia cristiana, che rappresentava in termini di interessi reali e di visione sociale la vera destra, ma che, costretta a fare i conti con la propria corrente di sinistra, intenta a coltivare l’ispirazione al compromesso catto comunista, respingeva di venire collocata in tale area. Questo ha impedito per lungo tempo la crescita di una componente conservatrice, ancorata ad un insieme di rispettabili valori, compresi alcuni di derivazione religiosa, per inseguire una anomala vocazione all’alleanza tra le due maggiori forze popolari del Paese.
Bisogna riconoscere a Silvio Berlusconi, uomo dalle intuizioni sovente geniali, di aver sdoganato quel termine, prima quasi impronunciabile, collocando la coalizione da lui fondata nell’area del centro destra e favorendo la trasformazione dell’MSI in Alleanza Nazionale, che, sia pure parzialmente e con timidezza, cercò di collocarsi in uno spazio più accettabile di valori nazionali, ispirandosi al modello dei partiti conservatori europei. La fine della stagione del berlusconismo, portò alla dissoluzione di tale nuovo centro destra, dando luogo a tutte le contraddizioni che lo caratterizzano oggi, dall’estremismo xenofobo, al neo popolarissimo di vocazione governativa pronto a correre in aiuto di maggioranze di governo claudicanti, alla emersione di un soggetto unicamente ispirato alla difesa degli interessi del gruppo industriale berlusconiano.
Se, come è a tutti evidente, questa è la disastrata condizione di una destra senza ispirazione ideale e senza valori, altrettanto può dirsi per la sinistra, che per anni ha tentato di proporsi come forza di Governo, con esperienze tutte risultate fallimentari a causa di un nocciolo duro comunista, legato al mondo dei sindacati e delle cooperative, che non intendeva rinunciare al proprio superato armamentario ideologico e di interessi specifici, ma cercava soltanto di occupare spazi sempre più ampi nella società e nell’economia. La necessità, per raggiungere la maggioranza parlamentare, di allearsi con spezzoni di mondo cattolico, anch’essi strettamente legati all’industria di Stato, alle Banche, ad un sistema diffuso di clientele e privilegi, ha reso quelle maggioranze litigiose, inconcludenti e comunque debolissime, tanto da durare sempre pochissimo tempo, nelle varie formule di Unione, Ulivo o altro e persino la costituzione del Partito democratico, a vocazione maggioritaria, si è rivelata un insuccesso.
L’irruzione di Renzi ha prodotto un cambiamento radicale, innanzi tutto perché ha messo nell’angolo e sconfitto la pur importante componente ex comunista, in secondo luogo perché ha trasformato un soggetto politico che, pur venendo dalla tradizione del centralismo democratico, era abituato a discutere, in un soggetto militarizzato agli ordini del capo. Oggi il PD è presidiato da gerarchetti, tutti sufficientemente modesti in modo da non poter crescere in proprio, ma adatti a tenere sotto controllo il Partito, nella cieca obbedienza e capaci soltanto di ripetere in modo petulante ed ossessivo il mantra degli slogan imposti dall’alto.
Questo è l’errore di Galli della Loggia. Il giovane Presidente del Consiglio non soltanto si è rivelato in termini di capacità comunicativa il vero erede di Berlusconi, persino superandolo in quanto, da vecchio militante di una buona scuola democristiana, ha dimostrato di saper utilizzare, distribuire ai fedelissimi e gestire meglio il potere. Principalmente ha svuotato il soggetto politico storico della sinistra di tutta la sua tradizione culturale, del suo armamentario di riti, che ne disciplinavano la dialettica interna, del suo solido collegamento con settori della società, (dal sindacato, alle associazioni, alle ONLUS, al mondo della cultura, dell’editoria, del cinema) impadronendosi invece di quello della comunicazione ed in particolare occupando militarmente la RAI.
Il desolante panorama italiano oggi presenta quindi una destra, come e più di ieri egoista, incolta, divisa, spesso qualunquista e priva del necessario collante di una visione comune unificante. Allo stesso tempo, la sinistra ha abbandonato la sua tradizionale vocazione a porsi come interprete del mondo del lavoro e di rappresentante dei relativi interessi, per diventare sinistra di potere, che, al fine di ottenere nuovo consenso, ha fatto esplodere la spesa pubblica, indulge nella distribuzione di mance elettorali e, quel che oggi appare più grave, cerca d’imporre una riforma costituzionale di stampo peronista per restringere i margini di democrazia e di sovranità popolare con tratti fortemente autoritari.
Infine nella analisi di della Loggia manca ogni riferimento al fenomeno del non voto, che non è distacco, ma disillusione di una grande massa appartenente in prevalenza alla borghesia, che non può riconoscersi in formazioni con vocazione soltanto propagandistica ed elettoralistica, ma che sarebbe alla ricerca di progetti politici, magari ambiziosi e persino utopistici capaci di far sognare. Non si occupa neppure di spendere qualche parola sul fenomeno, ormai rilevantissimo, del voto di protesta al movimento anti sistema dei Cinque Stelle, che dimostra plasticamente come il dissenso degli astenuti, si va progressivamente trasformando in rabbia e che, crescendo, potrebbe portare alla devastazione di istituzioni affidate a dilettanti allo sbaraglio.
L’Italia scivola su un piano pericolosamente inclinato, che compromette, oltre all’architettura istituzionale, anche la stessa coesione sociale e culturale, per far precipitare il Paese nelle mani di chi vuole poi imporgli un destino autoritario.

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2 COMMENTI

  1. Penso che la distinzione tra Destra e Sinistra sia ormai veramente da accantonare.

    Invece di fare della “Destra” e della “Sinistra” delle bandiere da sventolare in piazza, dovremmo tornare alla distinzione in partiti politici, ognuno con la propria storia e le proprie idee.

    Quando diciamo “Centro-destra” o “Centro-sinistra” non diciamo nulla: questi termini sono solo dei “cartelli elettorali” ove non si leggono programmi, ma solo slogan.

    Auspico che in Parlamento si ritorni ad assistere a dibattiti, anche accesi, tra Socialisti, Liberali, Cattolici, Radicali…Avremmo la “Bellezza della lotta” di einaudiana memoria.

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