La tradizione clericale e cattolica ha imposto nel nostro Paese una forte tendenza a credere nelle verità rivelate, spesso in aperto contrasto con l’evoluzione della scienza. Senza per forza dover scomodare ancora una volta il caso clamoroso di Galilei, mille verità di fede vengono ogni giorno smentite dalle nuove frontiere della conoscenza. Inoltre nella vita quotidiana siamo costretti a registrare una inammissibile indulgenza rispetto al dovere di dire la verità, di dare una corretta informazione, di evitare bizantinismi ed ambiguità.
Le società influenzate dal protestantesimo calvinista o luterano si muovono invece tutte nella direzione opposta: da una parte vige un atteggiamento di dubbio laico rispetto ai principi assoluti della fede, dall’altra prevale una sorta di esaltazione religiosa della verità, intesa come un valore assoluto. Vengono conseguentemente puniti severamente i bugiardi, sia con i rigori della legge, che, soprattutto, sotto il profilo della considerazione morale e sociale. Nei Paesi anglosassoni è inconcepibile che un personalità pubblica (sia esso amministratore o responsabile politico) possa mentire. Ove ciò avvenga, il giudizio popolare ne è grandemente influenzato, fino ad indurre il colpevole al ritiro dalla carica, dalla pubblica funzione o dalla candidatura. Le condanne penali per falsa testimonianza sono frequenti e durissime.
In Italia invece è quasi riconosciuta una sorta di diritto a mentire, non soltanto per coloro che potrebbero (imputati di reato connesso) incolparsi dicendo la verità, ma per chiunque. Sono quindi frequenti i casi di testi reticenti o peggio menzogneri. Inoltre sono concesse forme di pubblicità ingannevole o allusiva, basata su mezze bugie o distorsione dei fatti.
La politica nei tempi più recenti è stata tutta costruita su tale distorta concezione. Pertanto nei cittadini è cresciuta una forma, ormai diffusa, di sfiducia e persino di disprezzo, che coinvolge tutte le parti politiche e purtroppo ormai anche le istituzioni, che parlano attraverso il linguaggio contorto ed ambiguo dei loro rappresentanti, tanto che sono stati coniati due termini dispregiativi: burocratese e politichese.
In questi giorni il fenomeno sta raggiungendo picchi inimmaginabili intorno alla difesa dei presunti contenuti salvifici della riforma costituzionale e dei proclamati meriti degli interventi connessi al documento di programmazione economica e finanziaria.
Tutta la propaganda referendaria in difesa del SI poggia su un sistema di lunghi comuni falsi, di messaggi ingannevoli, di tentativi di adescamento degli elettori meno attenti. È’ esplosa una polemica persino sul testo della scheda elettorale. Essa, in difformità rispetto a quanto prevede la legge, che imporrebbe l’indicazione neutra degli articoli della Costituzione che si intenderebbero modificare,riporta invece titoli accattivanti, che darebbero l’impressione di una riforma moderna ed innovativa, con l’obiettivo di catturare il consenso dell’elettore poco attento. Gli oppositori hanno avuto il grave torto di non essersi accorti in tempo del meschino espediente e, nonostante il distratto varo da parte della Cassazione del titolo del quesito e la conseguente promulgazione da parte del Capo dello Stato, stanno tentando di ottenerne tardivamente la correzione, ricorrendo alla giustizia amministrativa ed a quella ordinaria. Resta l’atto di scorrettezza politica e di scoperta violazione del ruolo di terzietà nella redazione degli atti amministrativi, cui il Governo avrebbe avuto il dovere di attenersi. A nostro avviso non esistono a questo punto rimedi giuridici per modificare il testo, ma la vicenda conferma che la furbizia, che non dovrebbe pagare, invece finisce col prevalere.
in un Paese calvinista il popolo reagirebbe punendo chi ci ha provato. Da noi non succede nulla, anzi i furbetti sorridono perché l’imbroglio è riuscito. Ovviamente in chi si rende conto non può che aumentare il disprezzo. Intanto una martellante propaganda, con enorme impiego di mezzi, produce l’effetto perverso che coloro vorrebbero piegare le Istituzioni ai propri interessi di parte e dominarle con artifizi e raggiri legislativi, cercano di apparire innovatori, mentre coloro che si battono per la difesa delle regole, la separazione dei poteri, la sovranità popolare, vengono additati come conservatori. La servile complicità della stragrande maggioranza dei media amplifica questo distorcente messaggio.
Non diversa appare la altrettanto triste questione del DEF. Infatti a nessuno sfugge che siamo ancora immersi in una profonda e grave fase di recessione economica, ma, manipolando dati parziali e non veritieri, il Governo fa continui annunci di una inesistente ripresa economica, tanto da potersi permettere mance elettorali agli alleati di Confindustria, ai pensionati, ai diciottenni e ad altre categorie da cui si aspetta il voto, ripetendo il riuscito esperimento della regalia di ottanta euro alla fascia elettorale più vicina al PD prima delle elezioni europee. Tale scellerata politica, che ignora il dovere di tagliare la spesa improduttiva e la perniciosa burocrazia, aggrava il bilancio e fa ulteriormente esplodere il debito pubblico. La formale copertura ė affidata ad una sorta di mini condono e ad un’aperta sfida all’UE, violando sfacciatamente i trattati, ed aggravando il deficit in rapporto al PIL, ignorando i limiti imposti e precedentemente accettati.
Ad onta dei proclami ottimistici, non si avviano le necessarie privatizzazioni, non si procede alla riduzione della asfissiante burocrazia, non si riduce la spesa, perché da tutto questo dipendono i voti in favore di chi si tiene aggrappato al potere. Intanto una pressione fiscale, quasi espropriativa, un impoverimento generalizzato delle famiglie, la mancanza di prospettive di lavoro per i giovani, deprimono la società e producono disimpegno elettorale o voto di protesta a favore dell’antipolitica, o presunta tale. Ma la tutela dei privilegi, la difesa delle clientele e la vessazione burocratica non si toccano, mentre l’unica strada per la ripresa dell’economia, dei consumi, dell’occupazione, dipenderebbe dalla decisione coraggiosa, su cui insistono da sempre i liberali, di una consistente riduzione della pressione tributaria per tutti, con lo scopo di migliorare le condizioni di vita, aumentare i consumi e, soprattutto, consentire la necessaria ripresa degli investimenti, che sono l’unica possibilità per far uscire il Paese dalla fase depressiva, che si protrae da troppo tempo e creare nuova ricchezza ed occupazione.
A questo malcostume stiamo finendo per rassegnarci. Bisognerebbe allora quanto meno cambiare la formula del nostro giuramento nei seguenti termini: giuro di non dire la verità, al massimo una parte della verità, comunque tutt’altro che la verità.

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1 COMMENTO

  1. Questo editoriale di Stefano de Luca è particolarmente importante perché mette a fuoco i grandi limiti dell’evoluzione politico-sociale dell’Italia. Sono i limiti della cultura consolatoria e della tradizionale indulgenza figlie degeneri del cattolicesimo. Indulgenze e condoni sono l’esatto contrario dell’etica della responsabilità. E sono l’esatto contrario della intransigenza gobettiana. Se è vera, ed io credo che sia vera, la “la regola” secondo cui la verità è rivoluzionaria (Gramsci), possiamo impegnarci a fondo, anche tramite il piccolo giornale “Rivoluzione Liberale” (Gobetti) a diventare il lievito per una vera rivoluzione. Apparteniamo alla scuola di pensiero secondo cui la politica senza pensiero non ha alcun valore. I partiti personalistici senza un retroterra identitario e culturale e costituiti come un comitato elettorale allo scopo di occupare i palazzi del potere stanno segnando il nostro tempo. Il renzismo, palesemente improntato alla cieca ambizione della sola occupazione dei palazzi del potere attraverso spudorate bugie e furbizie, ha il suo tallone d’Achille: la verità. E la verità dovrà essere svelata anche a proposito della grande bugia sull’economia, per come spiega il solido pensiero liberale.
    La storia dei ricorrenti tentativi egemonici del totalitarismo o del peronismo dà ragione a tutti coloro che vogliano diventare lievito e sentinelle del liberalismo. L’appuntamento referendario del 4 dicembre 2016 è il vero scontro tra due culture tra loro inconciliabili. Croce diceva che non vi sono che due posizioni politiche contrastanti: la liberale e l’autoritaria.
    Fra le gravi bugie del renzismo ci sono i due slogan improntati al cambiamento e alla modernità. Dobbiamo svelare la verità. La modernità del renzismo è il ritorno all’antichità dell’uomo solo al comando. Il cambiamento è un cambiamento in peggio, non in meglio.
    E la netta scelta del PLI a favore dell’affermazione dei capisaldi del liberalismo, la divisione e il bilanciamento dei dei poteri, è coniugata alla disponibilità al cambiamento in meglio, non al peggio.
    Antonio Pileggi

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