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L’Europa è attraversata da un pernicioso vento qualunquista, a volte con accenti autoritari e xenofobi senza precedenti. Alcuni fattori hanno radici territoriali con cause storiche lontane, come il nazionalismo conservatore che ha prevalso in Polonia od in Ungheria, nazioni entrambe dove hanno finito per riemergere vecchie pulsioni a lungo sopite. Altrettanto potrebbe valere per la Grecia, che, dopo essere uscita dalla dittatura militare dei colonnelli, ha dovuto fare i conti con una classe politica, sia di destra che di sinistra, priva di moralità e di adeguate radici valoriali. Spagna e Portogallo, dopo la lunga fase autoritaria di Franco e Salazar, hanno una tradizione democratica troppo recente. Le varie repubbliche balcaniche, seguite al crollo del regime di Tito ed al disfacimento della Iugoslavia, hanno coltivato forme cruente di rivalità razziale tra loro, spesso di stampo tribale, fino ad arrivare a guerre sanguinose ai confini del genocidio. Ben più inspiegabile appare il populismo, prima strisciante, ma oggi esploso in modo significativo e pericoloso, all’interno dei Paesi fondatori dell’UE, come dell’Austria e della stessa Gran Bretagna, colpiti tutti da una potente ondata di antipolitica, che si è manifestata in forme diverse, più o meno clamorose, ma con un tratto comune caratterizzato da tendenze disgregative e nazionaliste, a volte persino con accenti autoritari. L’analisi, per non rimanere sul terreno superficiale della lettura moralistica, che tende a ridurre tutto alla corruzione diffusa trasversalmente nel mondo politico, deve invece tenere conto di altri fattori, che hanno avuto una influenza ben più significativa.

La sinistra europea, dopo la sconfitta del socialismo di derivazione marxista e delle stesse socialdemocrazie nordiche, non ha saputo rinnovarsi e trovare un nuovo filone ideale nel quale riconoscersi, abbandonando non soltanto le tradizionali parole d’ordine e le evocazioni sentimentali, ma principalmente a rilanciare i valori profondi della difesa del lavoro, dell’uguaglianza, della lotta alla povertà ed all’emarginazione. E’ rimasta schiava di una insaziabile ambizione di potere senza idee, divenendo sostanzialmente incapace  di evocare sogni e passioni. Gli esempi più vistosi sono quello della SPD in Germania che, dopo la stagione delle grandi riforme di Schroeder, si è lasciata dominare dalla Merkel, diventandone complementare e subordinata, fino al punto che, oggi, nel momento del declino della Cancelliera, non appare in grado di proporre una alternativa credibile per la riconquista della leadership. Ancora più clamoroso il fallimento del colorato esperimento di Tsipras in Grecia, che si era presentato come il coraggioso Don Chisciotte che sfidava l’Europa ed invece si è acquattato come un mansueto animale domestico, precipitando nei sondaggi all’interno del suo stesso Paese. Analogamente Hollande, rimasto l’unico esponente del vecchio mondo socialista alla guida di in grande Paese come la Francia, non è stato in grado di inventare una qualsiasi linea politica credibile e di prospettiva, ma ha vissuto alla giornata, aggrappato alla posizione di privilegio che gli consentiva il patto Franco Tedesco. Oggi, al termine del suo mandato, si avvia a registrare un tristissimo tramonto.

Non meno grave appare la crisi della destra europea. L’unico leader di statura, il conservatore Cameron, è miseramente caduto, sepolto sotto le macerie del suo stesso azzardo nell’aver lanciato la Brexit, nella speranza di riuscire ad attribuirsi il merito di averla evitata e di poter negoziare con un’Europa debole ed incerta da una posizione di straordinario vantaggio. Lo spagnolo  Rajoy, dopo una interminabile fase di incertezza e due appuntamenti elettorali, vivacchia con un modesto Governo di minoranza, solo grazie alla disfatta del PSOE, che ha deciso di astenersi. La stagione trionfale della Cancelliera tedesca, dopo un lungo dominio della scena, appare alla fine è non s’intravedono altre figure  di spessore, che possano ambire al medesimo ruolo di guida della fragile costruzione europea.

L’intero vecchio Continente è attraversato da un diffuso desiderio di contestare le istituzioni comunitarie con le relative burocrazie, fino a mettere in discussione la conquista della moneta unica, i coraggiosi interventi della BCE a sostegno dell’economia dell’Eurolandia. Anche  lo stesso delicato processo di rafforzamento dei vincoli politici dell’UE, rischia di fallire, cominciando dalla libera circolazione prevista dal trattato di Schengen. Dilagano ovunque movimenti qualunquisti, nazionalisti, xenofobi, antipolitici, guidati da capipopolo senza progetti, idee e sentimenti, che lanciano banali slogan populisti. Tutto questo certamente ha trovato nella crisi economica e nel conseguente impoverimento dei popoli del Vecchio Continente un moltiplicatore del disagio, già elevato per i molti errori compiuti da Bruxelles. Tuttavia il vero fattore che ha  generato l’esplosione di una diffusa protesta, che si rivela sterile e cieca, risiede nella cancellazione delle idealità culturali, che rappresentavano fino ad ieri gli elementi aggreganti delle diverse forze politiche in campo.

La politica ha perso l’anima, il cuore, il cervello, prevale la pancia,  che si indirizza verso forme incolte di populismo, nazionalismo,  protagonismo leaderistico, sovente con venature autoritarie. Le socialdemocrazie hanno perso la loro identità di movimenti di una classe operaia che non esiste più, ma anche quella di interpreti dei bisogni e delle aspettative della parte più debole della popolazione, come le periferie dei grandi agglomerati urbani. I partiti di tradizione borghese, sia liberali che conservatori, sono diventati prevalentemente liberisti, finendo col rendersi sovente complici degli speculatori della grande finanza globale, che ha distrutto ricchezza, esercitandosi nella finzione creativa di moltiplicarla. Le nuove aggregazioni politiche, prive di una reale spinta propulsiva di carattere ideale e culturale,   hanno scolorito talmente i loro connotati originari fino a farli scomparire, trovando quale unico obiettivo la conquista del potere. Si sono quindi rifugiate nelle denominazioni di comodo di destra e sinistra, senza alcuna sostanziale differenza di visione. Infatti i loro programmi acchiappa voti, nella convinzione che la vittoria andrà a chi sarà in grado di promettere di più, si assomigliano al punto da poterli sovrapporre. La stampa libera è scomparsa ed al suo posto dilagano media prezzolati, privi di ogni autorevolezza che possa restituire loro, come una volta, il rango, di opinion makers. Il web ha fatto il resto, avendo assunto il ruolo di frullatore delle proteste, delle insoddisfazioni, del vittimismo, della rivolta parolaia, dei luoghi comuni, con la consolatoria soddisfazione delle molte condivisioni acritiche o con  fiammate polemiche spesso attorno al nulla.

Purtroppo il fenomeno sta divenendo virale. Anche la più grande democrazia del mondo, quella americana, ne è stata gravemente contagiata come dimostra la deprimente campagna presidenziale in atto, sia per le caratteristiche di entrambi gl’infimi protagonisti, sia per il terreno di scontro che loro stessi, i rispettivi staff ed i media hanno preferito, basato sugli scandali, le accuse, le invettive, senza quasi una sola parola sul ruolo, nel futuro, della più grande potenza mondiale, fino a ieri  esempio per tutti del principale modello di democrazia liberale.

Dilagano soggetti politici, che non possono essere definiti tali, in quanto privi del fattore coagulante del contenuto valoriale, mentre sono ridotti a semplici  comitati elettorali, che esprimono leader di modesta, o spesso inesistente statura. Ci infliggono confronti senza contenuto qualitativo, ma all’insegna della violenza verbale e talvolta della volgarità e di scoperte bugie propagandistiche. Questo modello si ė affermato principalmente in Italia, attraverso un personale politico raccattato dalla strada, anche grazie a leggi elettorali che consentono la nomina di famigli, amanti, cortigiani e opportunisti. Il popolo istintivamente se ne allontana, anzi si iscrive alla facile crociata contro la casta dei politicanti di mestiere, costituita dai falliti di tutte le professioni, che si propongono in politica soltanto per sbarcare il lunario. La polemica sul dimezzamento delle indennità è la naturale, inevitabile conseguenza dello spaventoso accorciamento dell’orizzonte dei nuovi rappresentanti politici e della contemporanea fuga dalla politica attiva delle ultime residue qualità sul mercato.

Quando sulla scena compare un soggetto politico che voglia farsi portatore di un approccio diverso, fondato sulla cultura ed i valori identitari, viene relegato in un angolo, considerato irrilevante e nostalgico e non riesce a trovare i canali mediatici e finanziari per divulgare il proprio messaggio.

Negli anni sessanta dello scorso secolo, di fronte al fenomeno dell’attrazione fatale verso i partiti di massa, Giovanni Malagodi auspicava per quello Liberale un futuro di partito di “massa non massa”, cioè di un grande soggetto politico che fosse capace di sfuggire alla massificazione mediatica. Abbiamo visto cosa è accaduto quando qualcuno ha provato invece a lanciare l’idea di una presunta rivoluzione liberale all’insegna delle evocazioni calcistiche, delle canzonette, delle convention oceaniche, dell’ammucchiata per vincere e non della paziente e faticosa ricerca del necessario consenso per governare.

Come si può essere ottimisti di fronte ad un simile panorama, che scandisce la progressiva, forse inevitabile, fine della civiltà politica, fondata sui principi della democrazia liberale?

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