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Non ha vinto Donald Trump. Ha perso il clan dei Clinton insieme a tutto quello che esso evocava nei sentimenti del popolo americano: il predominio dei poteri forti della finanza di Wall Street, l’opportunismo, la peggiore vecchia politica, la continuità con la fallimentare esperienza di Obama. Gli otto anni di questo modesto Presidente portano la grave responsabilità di aver fatto perdere agli USA il tradizionale primato internazionale, indebolito la struttura economica dell’Unione, ignorato il problema di una grande massa borghese americana, prevalentemente bianca, che progressivamente è andata perdendo il proprio ruolo nella società, impoverendosi gravemente. Trump invece ha saputo intercettare questo disagio ed, attraverso un messaggio populista, ha dato voce ad un’America che si era sentita emarginata e retrocessa sia nel proprio ruolo sociale all’interno della Nazione che in quello di prima potenza mondiale. Ha perso lo stesso Partito Repubblicano, che, prima ha subito il ciclone Trump permettendogli alle primarie di vincere la nomination, dopo, spaventato di non poter gestire un personaggio talmente anomalo, ha consentito a gran parte del proprio gruppo dirigente di abbandonarlo fino a tentare di contrastarne l’elezione. Paradossalmente questo atteggiamento del suo stesso partito, ha finito col rafforzare il candidato alla presidenza, che, scardinando la vecchia struttura del great old party, di fatto, ne ha creato uno nuovo, accentuandone il  profilo populista, fuori e contro tutti gli establishment ed avversario  della vecchia politica.

Ha sbagliato l’Europa intera, che ha schierato tutte le Cancellerie, la stampa, gli opinion maker, la finanza con la perdente Clinton, dimostrandosi incapace di comprendere il fenomeno nuovo e complesso che si stava sviluppando in America e che, peraltro, dilaga anche nel Vecchio Continente, dove  esplode l’antipolitica con una identica radice rispetto a quanto è avvenuto negli USA. Il mondo occidentale ha perduto un primato, che durava da molti decenni, almeno da dopo la Seconda guerra mondiale. L’Occidente non ha saputo governare la globalizzazione, anzi se ne è lasciata travolgere, consentendo alla speculazione finanziaria di determinare una crisi economica mondiale di proporzioni forse persino superiori a quella del 1929. I popoli impoveriti economicamente, che si sono sentiti derubati dalla loro speranza di futuro, che hanno perso le motivazioni ideali che li avevano fatti sentire interpreti di un messaggio di libertà e di modernità  e che temono per la propria sicurezza a causa del dilagare del terrorismo e dell’incapacità dei Governi di fronteggiare efficacemente il fenomeno, reagiscono istintivamente raccogliendo il segnale lanciato da capipopolo che si pongono come interpreti dell’antipolitica.

L’errore più grande sarebbe quello di continuare a dimostrare al Presidente degli Stati Uniti appena eletto, la stessa ostilità riservatagli fino ad oggi. Attenta Europa, sei ancora in tempo a cambiare strada, altrimenti, dopo il segnale della Brexit, ti ritroverai il lepenismo, il grillismo, il neonazionalismo germanico, il miserabile renzismo autoritario a guidare al disastro un’Unione, priva di fantasia,  senza politica e leader degni di tale nome, capaci di rendersi interpreti di un comprensibile sentimento popolare di delusione e rancore.

L’America ha dimostrato ancora una volta di essere maestra di democrazia e libertà, attraverso la riappropriazione da parte del popolo della sovranità , anche attribuendosi il diritto di sbagliare. Essa saprà trasformare l’aggressivo taicoon in un Presidente. L’Europa non deve allontanare le due sponde dell’Atlantico, ma recuperare la solidarietà occidentale, rafforzando l’alleanza e la cooperazione con gli USA e rilanciando il ruolo della NATO, anche al di là della sua funzione militare. Bisogna ritrovare il denominatore comune di un Occidente, che creda nella libertà e nella democrazia, valori profondi della propria civiltà, rivendicando quindi la ferma volontà  di operare per un ritorno al primato.

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1 COMMENTO

  1. Non bisogna mai sottovalutare o deridere il populismo e l’antipolitica, ma capirne le ragioni.

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