È giusto ridurre le spese della politica, non quelle di difesa della democrazia

La funzione della Costituzione è di dettare i principi fondamentali e le regole che tutelano i diritti fondamentali e la libertà degli italiani. Non è il caso di risparmiare soldi né tanto meno  tempo quando si tratta di salvaguardare la democrazia da eventuali pericoli di devianze. Tanto è vero che, quando 35 anni fa circa il funzionamento dei pilastri istituzionali era messo in crisi dalle agitazioni dei dipendenti, per assicurarne il regolare funzionamento di Camera, Senato, Quirinale, Governo e Corte Costituzionale, si decise unanimemente di raddoppiare il compenso a impiegati e funzionari di quelle istituzioni in cambio dell’impegno che non avrebbero mai più scioperato. Il principio era che le spese per difendere la democrazia non c’entrano con le spese della politica. Si deve risparmiare, sugli sprechi, i rimborsi elettorali, la possibilità concessa ai lobbisti di inserirsi nella formazione delle leggi e la gestione delle suddette istituzioni. Non la menomazione degli organi di controllo democratico.

La costituzione repubblicana può essere forse migliorata, ma ricordiamoci che fu compilata da un’assemblea costituente e approvata all’unanimità da tutte le forze politiche dell’arco costituzionale. Mentre oggi il paese è spaccato in due perché a proporre la riforma è il governo e almeno la metà degli italiani – qualunque sia l’esito del referendum – non l’accetta. Persino avversari atavici sono accomunati nel sostenere le ragioni del NO. Come lo furono dal 1946 al 1948 nel votare la Costituzione repubblicana. Per di più, il parlamento che ha varato la riforma è stato eletto con una legge elettorale che la Consulta ha dichiarato incostituzionale.

Eventuali riforme non vanno, quindi, affidate a una parte politica che rischia, come in effetti potrebbe accadere, di alterare – seppure in buona fede e senza rendersene conto –gli equilibri democratici con la scusa apparentemente nobile di risparmiare un po’ di tempo e di denaro, ma che, in realtà, non garantiranno più la divisione dei poteri indipendenti dello stato: esecutivo (governo), legislativo (parlamento) e giudiziario (magistratura).

Una saggia riforma per risparmiare tempo e costi sarebbe stato il dimezzamento di deputati e senatori, in modo da non alterare il rapporto degli equilibri dettati dai padri costituenti, che erano personaggi colti e carichi di esperienza. Mentre, per ovviare al bicameralismo perfetto, bastava affidare compiti diversi a ognuna delle due camere in modo che le leggi fossero approvate da una sola. Ma la fiducia al governo, l’elezione dei giudici costituzionali di competenza parlamentare e del CSM – cioè, i pilastri della democrazia – vanno votate da entrambi i rami del parlamento. Se no, la camera, la cui composizione può essere stabilita da un premio di maggioranza, avrebbe un esagerato potere.

Esaminando le riforme oggetto del referendum salta agli occhi del costituzionalista che non rispecchiano la freschezza della generazione che le propone. Sembrano suggerite da chi ha interesse di avere un senato riservato a un centinaio di rappresentanti degli enti locali – notoriamente corrotti in tutta Italia – che necessitano di immunità parlamentare.

Sbaglia chi, per votare SI, attende un impegno del governo per riformare la legge elettorale, che qualsiasi maggioranza può, poi, cambiare. Mentre la costituzione continuerà a essere monca e non potrà difendere la libertà né la democrazia da eventuali attentati, come quello in corso. Per di più, essendo la maggioranza basata su diverse forze politiche, non è detto che il governo possa mantenere l’impegno. Sbaglia anche chi teme il caos o confusione in caso di caduta del governo. L’esperienza degli ultimi anni dimostra che è molto facile trovare una guida del governo

Se si intende riformare la costituzione, sarebbe opportuno affidarla a un’Assemblea costituente eletta dal popolo. Qualsiasi altra soluzione è una manipolazione molto pericolosa seppure (forse) proposta in buona fede. Questo controllo è affidato al Capo dello Stato, che, da un po’ di tempo, non sta svolgendo il ruolo di garante della costituzione. Napolitano si intrometteva continuamente e indebitamente nella politica per imporre le proprie soluzioni. Mentre, al contrario, Mattarella è assolutamente assente.

Per altro, il problema del paese non è il risparmio, ma la moralizzazione della politica,. L’unico modo per migliorare la classe politica, cui nessuno sembra preoccuparsi, è il proporzionale, restituendo all’elettore il diritto di scegliere i propri rappresentanti. È opinione errata e diffusa che si tornerebbe alla prima repubblica. Invece, si tratta di un sistema più logico, non essendo più soltanto due le coalizioni contendenti com’era un tempo.

Con l’inserimento dei grillini, adesso sono tre. Quindi, istituendo un premio di maggioranza, a governare non sarebbe la maggioranza del paese, ma un terzo. E non sarebbe giusto né democratico. Quindi, sono auspicabili larghe intese che garantiscono la presenza nell’esecutivo della maggioranza degli italiani. Del resto la politica è l’arte della mediazione e del compromesso. Solo così la maggior parte delle opinioni potranno essere rappresentate.

Per di più nel periodo che denigriamo, classificandolo col dispregiativo di prima repubblica, l’Italia era una potenza industriale col quarto tenore di vita al mondo. Non è neppure vero che ogni dieci mesi c’era una crisi. Si rinnovava il governo solo per migliorarlo, cambiando qualche ministro e perfezionando il programma, ma designando lo stesso presidente a guidarlo. Infatti, c’è stato il 7° governo Andreotti (cioè, Andreotti è stato sette volte presidente del consiglio di sette governi), il 7° governo De Gasperi, il 5° governo Fanfani, il 2° governo Moro, il 5° governo Rumor.

Allora l’Italia era ricca e anche più onesta, e la classe politica più qualificata. A ogni elezione c’era un ricambio di due terzi del parlamento. Quella prima repubblica, che stoltamente demonizziamo, ricostruì il paese dalle macerie della guerra e diede benessere agli Italiani. Questa è continuamente in crisi. E ci crediamo più progrediti.

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