I tristi fatti di cronaca di Milano di queste settimane dimostrano quanto sia sbagliato l’approccio metodologico adottato in Italia per analizzare e risolvere i problemi.
Presi dal vizio campanilistico della “erba del mio giardino è sempre più verde”, ci hanno preso d’assalto, negli ultimi mesi, indicandoci la città meneghina come simbolo dell’efficienza, dell’operosità e della sicurezza, soprattutto se confrontata alla decadente Roma di oggi. C’è stato anche chi, come Beppe Severgnini in un editoriale pubblicato quest’anno sul New York Times, si è interrogato su Milano come possibile Capitale d’Italia, basandosi su eventi come Expo e il Salone del Mobile (!!!), in sfregio alla storia, alla cultura e ai precari equilibri geopolitici del nostro Paese. Si potrebbe esprimere un certo disagio di fronte a questa mancanza di rispetto non solo verso Roma, ma verso altre città che, teoricamente, avrebbero il diritto di reclamare il titolo di Caput Italiae: Torino, in primis, ma anche Firenze e Napoli. Le candidature sarebbero tante, benché, evidenziò Cavour, “Roma è la sola città italiana che non abbia memorie esclusivamente municipali”.

Basandosi sull’immagine, i campanilisti hanno fatto apparire Milano come il futuro e il modello da seguire, mentre Roma il triste passato. Probabilmente chi scrive e dice certe cose conosce poco entrambe le situazioni cittadine. Senza approccio empirico, certi dibattiti sembrano semplicemente strumentali e privi di senso logico. Parole sterili, seminate più per spirito ed interesse di parte, che per amor di verità. Per fortuna vi sono eccezioni, anche se rare, come Ernesto Galli della Loggia, il quale, in un articolo sul Corriere della Sera di circa un anno fa, ha saputo contestualizzare “il dualismo tutto italiano” tra le due città, descrivendo perfettamente le vere pecche di Roma: quelle generate dal connubio deleterio tra la “plebe di servitori”, il “generone” e l’aristocrazia, una volta papalina, oggi politica, capace di soffocare il lato sano e vivo della città. Un quadro ben dipinto, nell’Ottocento, dal poeta romano Giuseppe Gioachino Belli, come ricorda lo stesso concittadino Galli della Loggia.

A parte questi sprazzi di luce, quindi, si è costretti ad assistere a un derby degli sciocchi, i quali, per perorare la causa, creano mondi meravigliosi immaginari, specialmente dal lato lombardo, svilendo le indubbie qualità di una città dinamica e coinvolgente come Milano e nascondendo alcuni dati impietosi, come il tasso di criminalità e di inquinamento.

La realtà, sbattuta in faccia a tutti in questi giorni, è un’altra: criminalità, delinquenza, accoltellamenti in pieno centro, zone off limits, residenti allarmati per il sostanziale coprifuoco serale di alcune strade. In poche parole, non basta un Expo per fare una Capitale. Se si invoca l’intervento dell’esercito, il problema è serio. Se i cittadini di Milano – ecco chi ascoltare, non i presunti intellettuali – lamentano situazioni critiche in alcuni quartieri e vie, significa che qualcosa non quadra; significa che l’Eldorado è da un’altra parte.

Se ne ricava che la realtà, non l’immagine campanilistica, mostra due città, Roma e Milano, in evidenti difficoltà con problemi gravi da risolvere. Problemi che, fino ad oggi, la Pubblica Amministrazione, a più livelli, da quello centrale agli organi periferici, non è stata in grado di affrontare.
Il nocciolo della questione non sta nelle qualità dei milanesi e dei romani. I primi, come si sa, eccellono nei vari settori dell’impresa e della finanza, senza dimenticare la promozione di una cultura di livello internazionale, la moda, il design e l’arte contemporanea. I romani hanno una tradizione secolare di eccellenza nelle varie forme dell’artigianato, l’offerta culturale della Capitale non è seconda a nessuno, così come la qualità dei servizi turistici privati, il patrimonio artistico è il più imponente e vasto del mondo, senza trascurare l’importanza di tanti settori dell’impresa, non soltanto quelli a stretto contatto con la Cosa Pubblica, come quello delle biotecnologie, delle comunicazioni e del largo consumo.
Basti un dato per far comprendere l’importanza centrale delle due metropoli italiane: il Prodotto Interno Lordo delle Città metropolitane di Milano e Roma, le vecchie Province, occupa sempre i primi 5 posti a livello europeo. Dopo Londra, Parigi e Madrid, dunque, le aree europee dove c’è maggiore produzione di beni e servizi sono quelle capitolina e meneghina. Vuol dire che Milano e Roma sono entrambe fondamentali e necessarie per l’Italia, e la rivalità che taluni ci propinano periodicamente è, più che sciocca, inutile.

Chi governa queste due realtà, dunque, affinché i fattori positivi non cedano il passo a quelli negativi, deve adottare un approccio metodologico umile e improntato sul problem solving. A nessun cittadino sano di mente interessa una stucchevole supremazia nazionale. Certe beghe vanno lasciate ai “provincialotti”. A milanesi e romani interessa abitare in città vivibili, dove, in termini di sicurezza, possano essere espresse le enormi capacità, proprie e del numero considerevole di persone, imprese ed enti che decidono di stanziarvisi. Tra l’altro, forse i campanilisti non se sono accorti, le due metropoli lavorano da anni in stretta e perfetta sinergia, in campo economico, finanziario e culturale.

Dunque, l’Italia ha la fortuna di avere due centri di prestigio internazionale, dove il privato funziona alla perfezione, nonostante gli errori, le magagne e le inefficienze della macchina pubblica. Quello che viene chiesto, in conclusione, è proprio questo: aggiustare e rendere efficiente l’amministrazione di queste due meravigliose città. Qualora accadesse, ci accorgeremmo che in Italia esistono due realtà, Roma e Milano, capaci di primeggiare, insieme, a livello mondiale.

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