Stiamo attraversando una fase di cambiamenti veramente epocali del modo di vivere, di pensare, di atteggiarci rispetto agli altri ed alla società, di concepire i costumi ed i rapporti sociali. I parametri con i quali si sono intessuti, giudicati, o scontrati i diversi modi di confrontarsi politicamente, le tradizionali distinzioni amico nemico, compagno avversario, fondate sull’ideologia, sulla formazione culturale, sull’appartenenza, sulle condivisioni di speranze, illusioni, frustrazioni, interessi, sono state travolte. Oggi prevale la narrazione, che si basa su un apparire a volte mitizzato, stereotipato, o adattato alla convenienza del momento. Sono scomparse le vecchie frontiere del pensiero, dell’utopia, delle differenze vissute intensamente. È come se si vivesse in un eterno presente, in cui quello che è stato non valesse più e quello che verrà non dipendesse da noi stessi, dal nostro impegno, dalle nostre idee, dai nostri sentimenti e risentimenti, come se si volessero spezzare le radici, rassegnarsi ad un mediocre presente e non aspettarsi nulla dal futuro, magari coltivando un totale pessimismo esistenziale, frutto di una rabbia profonda covata e repressa.
Vivere nell’oggi costituisce spesso, un pericoloso, oblio della memoria. Spuntano qua e là rigurgiti di antisemitismo senza ragione. Per anni si sono registrate manifestazioni di antiamericanismo con le bandiere USA bruciate in strada. Oggi l’ostilità degli arrabbiati di tutte le stagioni si rivolge all’Europa, senza valutare che vi sono state molte nostre responsabilità per le troppe cose che non sono state realizzate o sono state fatte male, perché per incapacità, complesso di inferiorità, servilismo o mero opportunismo, ci siamo messi nella condizione di non contare.
Una società senza modelli positivi cui ispirasi ha bisogno disperatamente di ricercare quelli negativi. Nella frustrazione delle banlieu francesi e belghe, ma anche in alcune periferie urbane del nostro Paese, l’Isis recluta disperati, frustrati, violenti, falliti, fanatici, spesso vittime del disadattamento causato dall’uso prolungato di droghe, con l’unico obiettivo di essere contro il nostro modello di società , forse senza sapere il perché, col desiderio barbarico di uccidere e di uccidersi, quale delirante forma di riscatto per il proprio disperato fallimento esistenziale, in gran parte inconscio.
La risposta delle Istituzioni appare insufficiente, spesso sbagliata, probabilmente perché non ne sono state capite le ragioni fondamentali, oppure perché nessuno ancora ha una ricetta per affrontare la drammatica realtà del tempo della postdemocrazia, cui non siamo pronti. Credevamo che il nostro modello di democrazia liberale fosse il migliore, invece stiamo permettendo che altri lo distruggano, spesso con la nostra complicità per non aver saputo coltivare un progetto, esaltare il valore della libertà. Peggio, per aver accettato passivamente di essere stati messi sul banco degli imputati, lasciandoci catalogare come i nostalgici del passato, la casta, i liberisti difensori dei privilegi, coloro che hanno infettato la politica con la propria immoralità, ritenuta insita nell’avidità borghese di ciascuno di noi. Mentre il mondo è in fiamme, la rivolta sociale è ovunque in agguato, come se ci vergognassimo di quello che siamo, come se intendessimo rinunciare ai valori in cui abbiamo creduto, accettiamo passivamente l’esplosione delle più disparate ed a volte perniciose forme di populismo. Esso tende a prevalere in tutti gli schieramenti politici o comunque ad alzare la voce, finendo col fare il gioco dell’antipolitica, che, essendo più radicale, alza la voce e solo per questo appare più credibile. Tutti si agitano scompostamente alla disperata ricerca del capo in cui identificarsi ed a cui consegnare il proprio destino, disposti a concedergli un potere assoluto. Non importa se si tratti di un furbo ignorante assetato di potere, di un guitto provocatore, di un affarista pronto a tutto, o di un matto spinto soltanto da un’irresistibile voglia di distruggere per imporsi.
Scomparse le figure guida in grado di ispirare le linee politiche, di indicare gli obiettivi, di suscitare nuove speranze, venuti meno i punti di riferimento intellettuale del mondo culturale, artistico, del pensiero scientifico, l’influenza nei confronti dell’opinione pubblica è affidata ai media, spesso prezzolati e faziosi, ma ancor più afflitti da ignoranza e servile superficialità.
L’ultimo fastidioso esempio, dopo la morte di Fidel Castro, è stato il tentativo di imporre una indulgente narrazione epica della sua avventura di comandante rivoluzionario e presentarlo come un eroe coraggioso, che aveva liberato il suo Paese da un feroce dittatore come Batista, portando la libertà. Questa rappresentazione è falsa perché Batista era corrotto ed autoritario, con un potere sostenuto da un apparato militare, che poi si è rivelato incapace ed inconsistente, ma Cuba era un Paese libero, godeva di un grande benessere, poteva esprimere la sua naturale allegria senza alcun limite e forse trovare la strada per la democrazia senza una rivoluzione, che ha finito per metterlo in catene. Castro, uomo cinico ed autoritario, si liberò del Che, rifiutandosi di seguirlo nell’impresa, rivelatasi in seguito palesemente disperata, ma quella si, idealistica e romantica, di liberare tutta l’America latina. Con Guevara non volle neppure condividere il potere, mettendolo in condizioni di allontanarsi da Cuba, dove impose la dittatura, l’adesione acritica al comunismo sovietico, il rischio di un conflitto mondiale, la cancellazione di ogni libertà, la povertà assoluta, fino alla miseria, la fuga di migliaia di cubani col rischio della vita verso Miami, un regime oppressivo, collettivista e statalista, fondato sulla forza dei militari e sul terrore di un apparato spionistico capillare. Soltanto il crollo dell’URSS, che determinò un ulteriore impoverimento del Parse, costrinse lentamente, soprattutto dopo la cessione dinastica del potere da Fidel al fratello Raul, ad una progressiva politica di parziale apertura, innanzi tutto al turismo; dopo, al dialogo con la chiesa cattolica, infine verso Obama, sapendo che soltanto con la fine dell’embargo militare e con la riapertura in pieno al turismo ed agli scambi commerciali con l’America, il Paese avrebbe potuto riprendersi. Oggi, con la scomparsa dell’uomo simbolo di un antiamericanismo radicale e preconcetto, si potrà avviare una nuova stagione che restituisca la speranza di una svolta democratica dell’Isola caraibica, ma prima deve essere allontanata dal potere la dinastia Castro, deve essere cancellato l’insopportabile apparato di spionaggio, ridimensionato il ruolo dei militari ed il relativo peso nella vita della Nazione. Ma non soltanto. Va superata la fallimentare economia socialista, privatizzando le attività imprenditoriali ed in particolare il turismo, unica vera opportunità per la valorizzazione del territorio e lo sviluppo economico di un isola con un popolo allegro ed ospitale. La narrazione della morte di un dittatore non va presentata come un lutto, ma come una liberazione. Quindi, nel caso di Fidel, non può e non deve essere quella nostalgica per la perdita di un eroe romantico, come stanno facendo tutti i nostri media, ma come l’arrivo dell’atteso nuovo giorno, carico di speranza, di festa perché un popolo ed il mondo intero si sono liberati di uno spietato dittatore, e possono confidare, mettendosi dietro le spalle una tragica cinquantennale esperienza, nel sogno della riconquista di libertà, democrazia e benessere in una nuova Cuba libera!

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