Il legittimo impedimento, rispetto agli altri quesiti referendari, è quello a più alto tasso politico perché mette intuitivamente a nudo ciò che rimane della fallita ratio della norma ad personam.

La legge in questione, nata dopo la bocciatura del lodo Alfano, aveva l’intento dichiarato di salvare temporaneamente Berlusconi dai suoi processi in attesa di uno scudo costituzionale. Originariamente il testo approvato dal governo prevedeva la possibilità che il Presidente del Consiglio e i ministri rinviassero, ogni volta che lo avessero richiesto, i propri processi per ‘legittimo impedimento’; è evidente il conflitto tra una norma che obbliga i giudici a rinviare fino a 6 mesi un processo sulla scorta di una semplice autocertificazione del ministro-imputato e l’art.3 della Costituzione (‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge’) tanto caro alla tradizione liberale. Non a caso la Corte Costituzionale ha dichiarato questi punti, che erano il cuore del provvedimento, incostituzionali: è stata bocciata la parte che prevedeva l’idea di un impedimento continuativo e anche quella che rendeva necessaria una semplice autocertificazione del premier invece della valutazione di un giudice.

Il lavoro grosso di abrogazione di questa legge è stato fatto dalla Corte che ha lasciato un impianto che tenta di bilanciare esigenze della giurisdizione, esercizio del diritto di difesa, tutela della funzione di governo e un principio di leale collaborazione tra poteri, non proprio quello che cercava Berlusconi. Dopo l’intervento della Corte la norma non rappresenta più un’aggressione alla divisione dei poteri (anzi è stata talmente annacquata da non servire più al premier), ma ha comunque un forte valore simbolico tanto che nelle intenzioni dei promotori del referendum ‘sarà un plebiscito a favore o contro la permanenza di Berlusconi al governo’.

Proprio la ricercata spallata a Berlusconi, che è il tema principale di questo quesito, rischia di fare scadere gli altri quesiti referendari sull’acqua e nucleare in una chiave dal significato antiberlusconiano, quando invece dovrebbero essere affrontati liberi dalle paure catastrofiste e lontani dal fanatismo politico.

Se la battaglia referendaria regredisce ad una sola indistinta lotta contro Berlusconi, incapace di separare le sorti dei singoli quesiti, si corre il pericolo che la critica massimalista all’operato del governo prepari l’avvento dello statalismo di Vendola e del giustizialismo di Di Pietro, così si corre il rischio di passare dalla padella alla brace in danno al dovuto confronto politico che oramai da troppo tempo manca.

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