Il primo provvedimento importante del Governo Gentiloni, in coerenza con il proprio cognome, è  stato quello di fare  la “gentilezza” di mettere a disposizione ben venti miliardi “nostri”, per salvare dal baratro il Monte dei Paschi di Siena. Si aggrava così  ulteriormente un debito pubblico, che ha già superato 2.368 miliardi di Euro, dopo un incremento di oltre cento col Governo Renzi, nonostante i bassissimi tassi d’interesse, che dipendono dall’enorme iniezione di denaro della BCE.

Del Monte hanno fatto scempio da decenni le amministrazioni comunali e provinciali della città  toscana, attraverso la omonima Fondazione  di stretta osservanza PCI, PDS, DS, PD, con la complicità della sinistra democristiana, anch’essa in seguito approdata al PD. Bisogna ricordare che, in violazione della legge Amato, Siena ha mantenuto, praticamente fino ad oggi, la maggioranza di controllo dell’istituto attraverso la Fondazione, laddove la normativa imponeva un progressivo rapido esodo dal capitale bancario. Tranne la lodevole eccezione della Fondazione Roma, tutte le altre  omologhe Fondazioni di origine bancaria, ignorando lo spirito della legge istitutiva che assegnava a tali istituzioni compiti di natura sociale e culturale e ne  prevedeva il disimpegno dal settore bancario, hanno invece lasciato per strada gran parte dei relativi patrimoni per far fronte ai numerosi aumenti di capitale delle rispettive banche di riferimento. L’effetto è  stato quello di una enorme distruzione di ricchezza, senza cogliere neppure  l’obiettivo di salvare gl’istituti, i quali si sono visti costretti, per stare sul mercato, a finanziarsi anche altrove. MPS, come altre banche minori, scegliendo la logica miope di rimanere nel recinto del controllo politico della omonima Fondazione, ha preferito obbedire ad una logica clientelare di sostegno delle consorterie di predatori, che ne hanno strettamente mantenuto il controllo, finendo col mettere a rischio non soltanto il proprio patrimonio, ma, per contagio, tutto il sistema. In controtendenza rispetto alle scelte compiute dalla stragrande maggioranza degli altri istituti, che aveva compreso la necessità di dover camminare con le proprie gambe, rivolgendosi al mercato, la banca senese è stata l’unica a ricorrere per ben due volte al sostegno pubblico in un breve arco di tempo. Già nel 2009 l’Istituto aveva ottenuto 1,9 miliardi di Euro di Tremonti Bond, per poi riceverne altri quattro dal Governo Monti negli anni 2012-2013.

Oggi il problema si prospetta in termini completamente diversi, perché non si tratta della necessità di un prestito, ma di un vero e proprio intervento nel capitale. Se l’aumento di cinque miliardi deciso dal Consiglio di amministrazione e rivolto a sottoscrittori privati dovesse fallire, (come appare probabile) sarà necessaria una vera e propria nazionalizzazione per evitare la bancarotta determinata dalla scellerata gestione della sinistra toscana. La banca più antica del mondo è stata usata da amministratori incompetenti e comunque servili verso il mondo politico per sostenere sedicenti imprenditori, cooperative, speculatori,  iniziative fallimentari, cui il Partito padrone della realtà senese era interessato, nonché per finanziarne le più disparate attività politiche. Non può bastare che per tale scempio di denaro pubblico paghino Mussari e la sua cricca, perché dovrebbero essere coinvolti tutti gli amministratori del passato ed i maggiori responsabili politici locali e nazionali del PD, come chi avrebbe avuto l’obbligo di esercitare il controllo. Non si può  dimenticare, tra l’altro, che la vicenda ha determinato la morte violenta di un dirigente, che ancora non si sa se qualificare come suicidio, o molto più probabilmente  e verosimilmente, omicidio, per togliere di mezzo un uomo, che, impaurito, avrebbe potuto divenire un testimone molto pericoloso.

Dopo la chiusura dei termini per l’offerta pubblica di scambio in azioni delle obbligazioni subordinate dei piccoli azionisti turlupinati, che potrebbero perdere tutto il proprio investimento, servirà comunque una cifra enorme per arrivare ai cinque miliardi di aumento di capitale deliberato dal consiglio, che scadrà il 31 dicembre. La soluzione realistica sarà inevitabilmente quella della nazionalizzazione, anche perché il Fondo del Qatar, che sembrava interessato, appare in fuga. Si registra conseguentemente il fallimento totale del tentativo di ricerca da parte di JP Morgan di altri Fondi ed Investitori istituzionali, che non credono nell’affare. La situazione complessiva oggi è divenuta più precaria a causa degli oltre venti miliardi che, al ritmo di due alla settimana, sono stati ritirati dai correntisti, facendo scendere la Banca al di sotto dei livelli minimi di liquidità consentiti dalla BCE. Entro fine anno MPS sarà banca di Stato, appesantita dai suoi bilanci disastrati, dalle perdite su crediti in sofferenza, dalla fuga di molti tradizionali azionisti e clienti, ma il Governo sarà pronto a ricapitalizzarla anche ulteriormente e, soprattutto, a coprire le responsabilità gravissime dei precedenti amministratori, tutti, o quasi, appartenenti al PD. L’occasione del mega intervento pubblico consentirà finalmente di risolvere anche il problema di Banca Etruria, nella quale è molto esposta, insieme alla sua famiglia, la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, insieme al circuito delle relative clientele. Altrettanto varrà per gli altri tre piccoli istituti, messi in risoluzione, Carimarche, Chieti e Ferrara, i cui clienti, correntisti ed obbligazionisti, prima fregati dalle banche, poi dalle promesse del Governo, attendono inferociti di essere in qualche modo  risarciti, e probabilmente saranno ignorati. Molti ingenui erano convinti che, con la legge Amato, si era chiusa l’esperienza delle banche pubbliche controllate dal potere politico e che, come negli altri Paesi, le nostre aziende di credito fossero definitivamente avviate verso una logica di mercato. Rimaniamo invece l’ultimo Paese occidentale a prevalente economia statalista con i brillanti risultati che sono dinnanzi ai nostri occhi. Eppure ancora in troppi continuano a ripetere l’insopportabile mantra che pubblico è bello. Noi liberali, controcorrente e spesso solitari, continuiamo a difendere il merito, la concorrenza, la competizione, la competenza, il libero mercato con le sue leggi, compreso il fallimento delle aziende inadeguate.

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