La presunta superiorità del modello socialista di Stato – in tutte le sue “50 sfumature”, tendenti in ogni caso a ricondurre al moderno Leviatano tutte le espressioni della “socialità” umana – è un’idea dura a morire, ma non per questo fondata.  Oggi perfino la scienza neurologica si incarica di smentire il luogo comune e confermare l’innata socialità dell’uomo, asserita da Adam Smith nella sua Teoria dei sentimenti morali come fondamento dell’ordine spontaneo.  Ci piace che sia un italiano – il Prof. Rizzolatti –  lo scopritore e il più grande studioso dei neuroni specchio, nei quali è impressa l’attitudine naturale dell’uomo alla socialità.  Questa scoperta scientifica, a nostro avviso, offre un argomento decisivo all’idea liberale che l’ordine spontaneo sortisca effetti “sociali”, a vantaggio di tutti, di gran lunga superiori all’ordine programmato centralisticamente e autoritariamente.

Ridotta ai minimi termini la questione politica basilare di ogni aggregato sociale – di sempre e dovunque – è se l’ordine della convivenza debba essere necessariamente deliberato dall’autorità costituita o se, al contrario, possa scaturire dalle libere interazioni umane, con l’apporto suppletivo di deliberazioni autoritative in materie di esclusivo interesse comune; in altri termini: se lo Stato, detentore monopolistico della sovranità, debba essere “massimo”, in quanto creatore dell’ordine, o se debba essere “minimo”, in quanto rispettoso di un ordine preesistente, espressione della civiltà e della cultura storicamente date.  Schematicamente, le risposte delle molteplici dottrine politiche si possono ricondurre alle due antitetiche di Hobbes e Smith.

La prima suppone che la condizione di “natura” del consorzio umano sia caratterizzata dalla guerra di tutti contro tutti, per il possesso dei beni economici.  A questa stregua, solo lo Stato, che si erge sopra i cives come il mostro biblico Leviatano, può sedare il conflitto permanente e creare le condizioni della pacifica convivenza.  Questa dottrina si fonda sull’erroneo convincimento che la ricchezza complessiva disponibile sia “a somma zero”, corrisponda cioè a una quantità predefinita, tale che l’arricchimento dell’uno comporti necessariamente l’impoverimento dell’altro.  In verità, l’inventiva e la creatività dell’uomo, la cooperazione e la divisione del lavoro, il progresso scientifico e tecnologico – implementati in condizioni di libero scambio – fanno lievitare la “torta” da dividere fra tutti, sicché l’arricchimento dell’uno non costituisce sottrazione a danno dell’altro.

Al contrario, la dottrina di Smith individua nella condivisione spontanea dei sentimenti morali la particella di base dell’universo socio-politico.  Tale condivisione è possibile perché l’osservatore rappresenta come propria la condizione dell’osservato e assume come proprio il sentimento della persona osservata; per tale via, la simpatia – nel senso letterale di sun patos, soffrire insieme, “sentire comune” –  induce l’omologazione dei comportamenti umani, attorno al modello medio virtuoso.  Nasce così la regola sociale che rende possibile la convivenza pacifica, in assenza dell’intervento dell’autorità politica costituita.  Fin qui Adam Smith.

La storia aveva dimostrato a sufficienza che Smith aveva ragione.  Da un lato, i ripetuti fallimenti dei regimi totalitari, i risultati nefasti di tutti i tentativi di programmare il corso delle vicende umane, la vana attesa del “Sole dell’avvenire” per mano dello Stato etc.; dall’altro, la diffusione del benessere nelle società aperte e nelle economie di mercato, il miglioramento delle condizioni di vita nelle società libere, in particolar modo nell’area occidentale; dovevano pur avere un fondamento nella possibilità dell’uomo di conseguire risultati sociali, a prescindere dal comando politico. Orbene questo fondamento era stato individuato da Smith.  Ma mancava il tassello “sperimentale”.  Oggi sappiamo che il comune sentire, asserito da Smith, non è una mera supposizione, ma è iscritto, con assoluta certezza, nel patrimonio genetico e nella stessa fisiologia dell’uomo.

Se potessimo accomunare le scienze sociali alle scienze fisico-naturalistiche, diremmo che la teoria dei sentimenti morali di Smith ha trovato conferma nella scoperta dei neuroni specchio di Rizzolatti, come la teoria della relatività di Einstein ha trovato conferma nella scoperta in laboratorio delle onde gravitazionali.  Non ci sfugge la differenza tra il laboratorio e la società umana, ma l’assonanza tra le intuizioni del filosofo scozzese e le osservazioni sperimentali del neurologo italiano è davvero sorprendente.

Lasciamo la parola a Rizzolatti, grande italiano, ovviamente ignorato dall’Italia “ufficiale”, pur insignito della prestigiosa onorificenza internazionale, denominata Brain Prize.  Le sue ricerche hanno avuto inizio con la scoperta di un’area motoria del cervello, che rispondeva a stimoli visivi.  I successivi esperimenti hanno riservato una grande sorpresa: si è scoperto che la scimmia “scaricava” i neuroni preposti al movimento non solo nell’atto di prendere un oggetto, ma anche nel momento in cui vedeva un altro individuo prendere l’oggetto.  In altri termini, l’osservatore condivideva con il soggetto osservato l’impulso motorio, in forma riflessa; vi erano neuroni che rispondevano sia quando la scimmia effettuava una determinata azione, sia quando osservava un altro individuo compiere un’azione simile. A questi è stato dato il nome di neuroni specchio, classificabili in bimodali, somatosensoriali e visivi, e neuroni trimodali (scoperti più di recente), in grado di rispondere a stimoli somatosensoriali, visivi e uditivi.

Gli esperimenti sugli uomini hanno consentito di ampliare la portata della scoperta.  Il sistema dei neuroni specchio dell’uomo investe non solo singoli atti, ma intere catene di atti; inoltre è in grado di codificare non solo l’atto osservato, ma anche l’intenzione con cui esso è compiuto.  Ciò “rende possibile quella reciprocità di atti e di intenzioni che è alla base dell’immediato riconoscimento da parte nostra del significato dei gesti degli altri”. “Il possesso del sistema dei neuroni specchio e la selettività delle loro risposte determinano così uno spazio d’azione condiviso, all’interno del quale ogni atto e ogni catena di atti, nostri o altrui, appaiono immediatamente iscritti e compresi, senza che ciò richieda alcuna esplicita o deliberata operazione conoscitiva” (Rizzolatti-Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore, p. 127).

Infine, recenti studi sulle parti del cervello attivate dall’esposizione agli odori (amigdala e insula) hanno consentito di osservare che la dinamica dei neuroni specchio induce la condivisione delle emozioni.  “La comprensione degli stati emotivi altrui dipende da un meccanismo specchio in grado di codificare l’esperienza sensoriale direttamente in termini emozionali” (p. 177).  “L’osservazione di volti altrui che esprimono un’emozione determina un’attivazione dei neuroni specchio della corteccia premotoria.  Questi inviano alle aree somatosensoriali e all’insula una copia del loro pattern di attivazione (copia efferente), simile a quello che inviano quando è l’osservatore a vivere quell’emozione” (p. 179).  In altri termini, tra il soggetto osservatore e il soggetto osservato si instaura una relazione di empatia, che prescinde da qualsiasi elemento cognitivo.

Ma ciò non significa che l’attitudine dell’uomo a relazionarsi coi propri simili in termini di reciprocità e di condivisione emozionale e sentimentale è innata?  E se tale attitudine alla “socialità” è iscritta nel patrimonio genetico dell’uomo, non si deve concludere che il monopolio statalistico della “socialità” è una grave iattura? E se tale attitudine alla “socialità” prescinde da qualsivoglia elemento cognitivo, non si deve ulteriormente argomentare che l’ordine fondato sulla libertà asseconda la natura umana, mentre l’ordine fondato sul dirigismo dello Stato la opprime e la mortifica?

Tradurre la scienza neurologica in programma politico è certamente un fuor d’opera.  Ma trarre indicazioni dalla scoperta dei neuroni specchio, per supportare la dottrina di Adam Smith e giudicare conforme alla condizione naturale dell’uomo l’ordine spontaneo delle relazioni sociali ed economiche, è senz’altro corretto.

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2 COMMENTI

  1. bellissimo articolo. La scienza conferma il grande ruolo dell empatia nei rapporti economici.La storia politica ed economica di alcuni Paesi(Usa-GB) hanno validato le teorie economiche di Adam Smith

  2. Splendido articolo, da condividere appieno. Ma non avevo dubbi: conosco da tempo l’autore e so che le sue teore non sono mai banali

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