Alexis de Tocqueville ci ha insegnato che autorità e responsabilità sono due facce della stessa medaglia. Dopo oltre due secoli, l’autorità appare sbiadita e la responsabilità quasi scomparsa. Di chi è la colpa? Del popolo sovrano che non sa scegliere? Rispondere affermativamente sarebbe la prova evidente di un’osservazione superficiale. Non si può infatti trascurare che gli elettori sono chiamati a votare sulla base di leggi elettorali, spesso truffaldine, oltre ad essere condizionati da una propaganda mediatica servile al potere o superficialmente qualunquista. I partiti, che costituzionalmente dovrebbero formare la classe dirigente ed elaborare i programmi per il futuro, sono divenuti invece soggetti evanescenti e servono soltanto per la raccolta del consenso elettorale, solitamente attorno alla figura di un capo. Probabilmente in gran parte tale degrado dipende dalla mancata attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che avrebbe dovuto regolarne per legge il funzionamento, in considerazione che ad essi è attribuito il delicato potere di designare e, talvolta, nominare le persone cui affidare le più importanti responsabilità pubbliche. Nella vulgata mediatica, accettata quasi universalmente, è passata l’idea che era tramontata l’era dei partiti ideologici, pesanti, organizzati e disciplinati del novecento, mentre la modernità imponeva soggetti più leggeri. Questi hanno infatti assunto la denominazione di movimenti, governati da un capo autonominatosi o eletto plebiscitariamente attraverso presunte primarie senza garanzie, o, peggio, attraverso il web, in forme ancor meno trasparenti e garantiste ed in dispregio del principio liberale del pluralismo e della tutela delle minoranze. Ne consegue che, in mancanza di bussole adeguate e di bravi capitani, scegliere una rotta ed avventurarsi nel mare aperto della politica, è diventato quanto mai difficile. Pertanto il voto è divenuto sempre più di pancia, anziché consapevole e convinto. Le democrazie, in particolare quella italiana, hanno registrato un forte regresso, rispetto al periodo di fervore illuminista in cui visse ed operò Tocqueville.

L’inaspettata mobilitazione verso le urne determinata dal recente referendum costituzionale deve farci riflettere attorno ad un fenomeno nuovo: il popolo non si riconosce più nella rappresentanza espressa dalle attuali formazioni politiche, divenute ormai padronali, ed è alla ricerca di nuove forme di protagonismo, che lo coinvolgano direttamente. Una politica gridata, senza idee, palesemente attenta soltanto all’occupazione del potere, ha prodotto nell’ultimo ventennio una profonda disaffezione. L’elevata recente partecipazione referendaria ha rappresentato un segnale di rinnovata tensione partecipativa, che tuttavia va indirizzata e guidata per non scivolare verso il populismo. La delusione delle campagne elettorali all’insegna di chi la spara più grossa, di chi promette di più, ha reso il cittadino diffidente e forse più attento. Per dare risposta a tale grandioso elemento di novità non basta più la sporadica mobilitazione, che abitualmente va in scena nelle ricorrenti campagne elettorali, all’insegna del folclore clientelare. Bisogna riscoprire un rinnovato e motivato impegno di rappresentanza. Non pensiamo alla riedizione delle vecchie sezioni di periferia dei partiti del secolo scorso, ma a forme di presenza reale nel territorio, condividendone i problemi più scottanti, ristabilendo un rapporto di fiducia, che nasca dall’ascolto, dal confronto quotidiano, dalla condivisione delle ansie e dei problemi, evitando suggestioni presuntamente salvifiche e ricercando insieme forme nuove per rendersi interpreti di bisogni e speranze reali, da rappresentare nel confronto, anche aspro, con il potere a tutti i livelli. Il terreno quindi non può che essere quello concreto degli effettivi interessi in gioco delle rispettive comunità, delocalizzando il messaggio dal centro verso la periferia, che oggi, specialmente nel Meridione, soffre di un inedito senso di abbandono e di paura. Un primo tentativo in tale direzione il PLI lo propone il prossimo 21 gennaio a Roma con un confronto serrato e senza mezzi termini sul disastro delle municipalizzate cittadine con il titolo provocatorio: Fuori il Comune dalle partecipate! La strada sembra tracciata, sarà difficile affrontarla, ma principalmente riconoscere i compagni di viaggio.

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