La massificazione culturale dominante produce anche un nuovo linguaggio, spesso incomprensibile, che tuttavia viene accolto e fatto proprio anche dai commentatori  dei media più importanti. Nell’uso quotidiano sono quindi entrate parole, espressioni, vocaboli inesistenti nella nostra lingua o considerati grammaticalmente scorretti. L’ultimo neologismo è la “post verità”. Ma che significa? Niente più che una trovata semantica tanto originale, quanto priva di senso, forse riferita alla diffusa pratica del tentativo di distorcere la verità, ma tuttavia priva di un preciso significato. Infatti se il riferimento è alla verità fattuale, non esiste altro che quella rappresentata dai fatti medesimi: in un determinato giorno e luogo è accaduta una certa cosa. Non c’è quindi spazio per pre o post definizioni diverse. Se invece ci si riferisce alla verità intesa come lettura interpretativa, ne esistono tante quanti sono gli individui che vengano chiamati a descriverla o comunque a parlarne. La post verità in quanto tale non esiste. Se il riferimento allude allo stravolgimento dei fatti, dopo che si siano verificati, si tratta di mistificazione. Non occorre un altro termine per qualificare tale atteggiamento. Altrimenti si contribuisce soltanto ad incrementare una babele terminologica, che corrompe la lingua, la quale invece dovrebbe essere l’elemento unificante di un popolo.

Ricordo che un trentennio addietro si era diffusa una critica condivisibile nei confronti del mondo politico, che parlava con un linguaggio iniziatico, ai più incomprensibile, che venne definito “politichese”. Si fece strada l’accusa, credo questa infondata, che si trattasse di una furbizia per  non farsi comprendere dalla maggioranza di chi li ascoltava, non abituata ad usare determinate espressioni sofisticate e che pertanto si perdeva di fronte a circonlocuzioni complesse. Più probabilmente tale pratica discendeva da un altro fattore, forse volutamente trascurato. Lo scontro politico in quell’epoca era principalmente di carattere ideologico e basato su fondamenti culturali diversi e spesso radicalmente contrapposti. Il ceto politico militante quindi era condizionato da tale competizione intellettuale e ne ricalcava molti bizantinismi anche linguistici. Sbagliato, perché il linguaggio della politica dovrebbe essere comprensibile a tutti, ma non era frutto di malafede.

Oggi si è fatta strada una tendenza opposta: quella verso la estrema semplificazione, come constatiamo ogni giorno leggendo i messaggi sul web o la quantità di interventi sui social network. I media hanno fatto propria questa tendenza distorcente, utilizzando espressioni mutuate da una sorta di dialetto convenzionale, particolarmente diffuso nel mondo giovanile, nonché usando molti, troppi, termini anglosassoni, pur esistendo equivalenti espressioni nella nostra lingua.

Tali abitudini determinano un obiettivo impoverimento culturale, che non eleva la qualità intellettuale dei nostri giovani, i quali invece dovrebbero usare correttamente la propria lingua, (e conoscere le altre) ben rivendicando il valore profondo di uno dei principali elementi che maggiormente ci unifica e ci differenzia da coloro che derivano da un altro ceppo linguistico e vantano diverse ed importanti tradizioni, altrettanto degne di rispetto. La diversità, oggi spesso è considerata elemento di ostilità, mentre dovrebbe essere invece un elemento che esalta l’uomo, quale espressione e testimonianza della ricchezza della pluralità  di  esperienze che hanno dato luogo a ciascuna  civiltà.

In nome di una velocità, che sovente è superficialità ed ignoranza, si disperde  il grande valore dell’Italiano con la sua antica ed importante storia letteraria,   rispetto ad altri idiomi, magari efficaci e di facile apprendimento, ma poveri in quanto a forza espressiva. Non deve meravigliarci quindi il becero, dilagante populismo, che è anche figlio legittimo di tutto questo.

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