L’ondata sovranista e populista che sta scuotendo il mondo intero, rischia di alterare equilibri da lungo tempo consolidati, che apparivano immodificabili. L’evento più consistente ovviamente è rappresentato dal significativo cambiamento che Donald Trump ha impresso  alla politica estera americana,  scegliendo di rinunciare al tradizionale ruolo di riferimento strategico e militare di tutto il mondo occidentale. La richiesta di condividere il peso economico e militare della NATO, oltre al brusco cambiamento nei rapporti con l’area del Centro Sud America e con quella asiatica, di fatto sposta l’asse centrale della civiltà occidentale, dalle due sponde dell’Atlantico ad un nuovo complicato equilibrio Washington, Mosca, Pechino. Al medesimo tempo il presidente americano, mentre si avvia a stabilire un colloquio diretto con Putin, ha lanciato un consistente attacco all’Euro, che ha definito volutamente sottovalutato per fare concorrenza alle produzioni americane, principalmente rivolgendosi alla Germania.  Tali imprudenti dichiarazioni hanno scatenato consistenti reazioni negative nelle borse, che, per quanto concerne l’Italia, hanno inciso principalmente sullo spread.

Teresa May, Premier del Regno Unito, è corsa a Washington per tentare di ristabilire il tradizionale primato delle relazioni tra i due Paesi anglosassoni, probabilmente con poco successo, tanto che la stessa Regina Elisabetta è intervenuta per spegnerne l’entusiasmo.

Angela Merkel, che non ha mai avuto la nostra simpatia, per l’austerità tipicamente teutonica della sua linea politica priva di fantasia e per la malcelata diffidenza istintiva nei confronti dell’Italia, nel recente vertice di Malta, ha avuto il coraggio di una sortita da leader di spessore, prendendo atto che la radice della grave tensione dei mercati è tutta politica. La cancelliera ha sottolineato che non basta più il tenace e determinato intervento della BCE di Mario Draghi, che ha brillantemente fronteggiato la più grave crisi economica del dopoguerra, stabilizzando l’Euro, allentando la tensione dei mercati, frenato lo spread e contenuto parzialmente le difficoltà del sistema bancario. L’Europa, per sottrarsi alla nuova pressione di ben diversa natura cui è sottoposta,  deve dare una risposta in grado di assicurare stabilità. Questo impone, secondo la Merkel, di prendere atto che, per il futuro, sarà necessaria un’Unione a più velocità. Affermando questo,  implicitamente ha riconosciuto l’errore di aver spinto eccessivamente per accelerare il percorso di allargamento dell’UE, accogliendo Paesi che, sia sul piano economico come su quello della maturità democratica, non erano pronti. Inoltre si sono rese troppo complesse e sovente impossibili le decisioni a ventotto, oggi a ventisette. Per dare contenuto più concreto alle sue proposte, dovrà dar seguito alla linea indicata, proponendo un significativo e concreto programma di ulteriore convergenza tra i Paesi del primo livello sul terreno della politica estera, fiscale e di sicurezza, da realizzare in tempi molto brevi. Il principale pericolo sotteso nel ragionamento della cancelliera, consiste nel rischio che, oltre a Polonia ed Ungheria, anche Paesi fondatori, come la Francia e l’Olanda, entrino in una spirale antieuropea sovranista, che potrebbe determinare conseguenze gravissime per la tenuta politica dell’Unione e per quella dell’Euro. Anche il nostro Paese è considerato tra le nazioni a forte pericolo di destabilizzazione politica per il grande debito pubblico accumulato e la incertezza sul suo futuro destino politico. In effetti, l’Italia, Paese fondatore, ha già rinunciato nell’ultimo quarto di secolo per la propria debolezza in termini di equilibrio economico e di bilancio, ma principalmente per la mancanza di leader all’altezza, al ruolo che nella fase iniziale, e comunque fino al trattato di Maastricht, aveva svolto onorevolmente.

Il sessantesimo anniversario dei trattati di Roma rappresenta un’opportunità straordinaria per rilanciare i valori fondanti del Manifesto di Ventotene e prendere atto del nuovo contesto in cui può  essere ridisegnato il futuro dell’Unione, necessariamente a due o più velocità, difendendo al contempo la conquista della moneta unica. Dopo le bizzarrie di un Capo del Governo inaffidabile, il cui europeismo era a corrente alternata, anzi condizionato da un’attrazione fatale verso Putin, il tranquillo Gentiloni, nonostante il rischio per fortuna limitato, che il titolare del Ministero degli Esteri faccia qualche imperdonabile gaffe, avrebbe un’importante carta da giocare per garantire al nostro Paese di rimanere nel gruppo di testa e non finire nel purgatorio della serie B europea. Una significativa mossa in tale direzione sarebbe gratificante sul piano del prestigio internazionale e potrebbe avere l’effetto benefico di stabilizzare il dibattito interno, evitando ulteriori pericolosi cedimenti verso il versante lepenista e trumpista.

Dobbiamo augurarci e, per parte nostra, fare il possibile perché, entro la data fissata per il G7 di Taormina, il Presidente americano  modifichi il suo atteggiamento  di indifferente distacco verso l’Europa, che rinnega una linea che per settant’anni, dopo il  sacrificio molte giovani vite per la nostra libertà e cospicui sostegni economici e militari, è sempre stata coerente.  Procedere con l’annunciata chiusura protezionistica del più  grande mercato libero della storia, sarebbe come consumare una sorta di formale secessione dall’Europa, e dall’alleanza atlantica, che cambierebbe gli equilibri mondiali e potrebbe  determinare la definitiva marginalità del Vecchio Continente, insieme ad un pericoloso isolamento degli USA.

La partita è molto delicata e rivelerà la vera statura degli attori internazionali,  i qualità devono tener ben presenti che sono in gioco i valori della civiltà occidentale, conquistati a prezzo altissimo.

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