Di fronte alla recente polemica sulla volgarità oltraggiosa e senza più alcun limite dei media italiani, mi sono domandato persino se i grillini non avessero ragione nel loro furibondo attacco al circo mediatico. Infatti è superficiale limitarsi a ridurre a ignoranza o maleducazione il vergognoso titolo di Feltri su “Il Giornale” gravemente offensivo verso Virginia Raggi o definire meschine le insinuazioni dell’assessore Berdini sulla medesima vicenda. È altrettanto riduttivo confinare l’indegno apprezzamento di Asia Argento sulla schiena “lardosa” di Giorgia Meloni nell’ambito di un semplice eccesso di prevenuto antagonismo politico. Vittorio Feltri pratica da sempre nel suo linguaggio giornalistico un qualunquismo volgare e supponente, che deriva dal gusto della provocazione e dall’assenza di un solido retroterra culturale. L’Argento, il cui successo deriva dalla nascita, dal gruppo sociale privilegiato nel quale è cresciuta, dalle sue performance artistiche provocatorie di dubbio gusto e da una ostentata appartenenza alla sinistra estrema, ha ritenuto di potersi permettere un gratuito apprezzamento di carattere fisico, soltanto perché ne era oggetto quella che la stessa considera una deprecabile rappresentante della “subumanità” fascista, quindi convinta di ricevere il plauso del cosiddetto mondo politically correct . Le scuse tardive, di fronte alla generale indignazione, non valgono nulla.

Si può dissentire, anzi solitamente è una ricchezza, ma nel maneggiare le parole ci vuole prudenza, perché facilmente si possono trasformare in un’arma micidiale. La polemica fondata sulla cultura e l’identità, anche se a tinte forti, è un gioco intellettuale affascinante, quella  dominante oggi è soltanto indegna sguaiataggine. Esiste un confine netto tra la libertà di stampa e la volgarità del trash. Da una parte si esalta il legittimo dissenso colto, intelligente, carico di passione, quindi anche forte nel colore espressivo, e dall’altra, la volgarità barbarica, l’ammiccamento pruriginoso, l’insulto gratuito, l’uso improprio della ricchezza del linguaggio in indecente pattumiera di indifferenziata volgarità.

Gli esempi di questi giorni evidenziano che il grave decadimento della professionalità nel campo dell’informazione non è altro che il sintomo di una generale carenza di spessore culturale. Dilaga una stampa militante, che ha rinunciato alla propria orgogliosa autonomia, per limitarsi ad essere megafono di questo o quel pezzo di società, di un effimero che fa audience, o dei poteri che finanziano gli esangui bilanci di giornali che non legge quasi più nessuno. Il camaleontico e servile mondo dell’informazione, sovente si è fatto acritico amplificatore delle gesta eroiche delle procure d’assalto, talaltra di un presuntuoso aspirante dittatorello, o persino di un becero populismo xenofobo, privo di umana, prima ancora che cristiana, pietà.

Nella cultura liberale, la libertà di stampa è fondamentale, ma  è cosa ben diversa dall’arbitrio, va sempre tenuto ben presente il netto confine tra informazione e diffamazione, tra critica costruttiva e miserabile pettegolezzo. Solo oggi che  cominciano ad esserne vittime, i pentastellati insorgono contro l’ostile circo mediatico, con la consueta virulenza sopra le righe, ma dimenticando che fino a ieri ne hanno assecondato la populistica campagna contro la cosiddetta casta dei privilegiati, contro la politica, intesa come una sorta di associazione criminale, composta tutta da eguali impostori, soltanto dediti al successo, all’arricchimento personale, quindi responsabili di aver devastato un’intera società. Questo attacco quotidiano, enfatizzato da media e tolk show, ha distrutto la credibilità della classe dirigente, in particolare quella politica ed ha prodotto l’allontanamento dalla vita pubblica di personalità degne di rispetto. Inoltre ha cancellato le diversità, che costituivano la ricchezza e il sale del confronto tra visioni diverse, producendo, attorno a capi partito-padroni, un nuovo ceto politico di ignoranti, servitori, amanti, arrivisti, disoccupati, precari, cassintegrati, falliti, ambiziosi, come ha dimostrato platealmente la assoluta mancanza di professionalità della classe dirigente prelevata dalla strada dal M5S, appena messo alla prova.

Cancellati partiti, che per decenni erano stati scuole di politica ed avevano espresso classi dirigenti di spessore in tutti i segmenti della politica, oggi si deve ricorrere agli annunci economici sui giornali per trovare qualcuno con il profilo adeguato per fare l’assessore o ricoprire qualche altro delicato incarico, mentre i militanti si limitano a starnazzare ripetitive banalità qualunquistiche sui social e coltivano il desiderio di approdare in Parlamento, come nominati, per grazia ricevuta dal capo o per qualche miracolosa acrobazia  attraverso le designazioni manipolate sul web.

I soggetti politici senza forti radici ideali ed una precisa visione del futuro rappresentano soltanto accolite di potere. I capetti che sanno soltanto alzare la voce per dettare le proprie regole e cercano scorciatoie per consolidare la propria supremazia, sono pericolosi aspiranti caudillos, fortunatamente   destinati a cadere rovinosamente. La quotidiana instillazione di consistenti dosi di odio verso i diversi, produce una devastante guerra tra poveri e, sovente finisce col registrare soltanto un tardivo rimorso per gravi tragedie. Auspichiamo nuove forze politiche, non legate al carisma, alla forza del denaro o del potere di una singola persona, ma fiorite dalla condivisione ampia di un patrimonio culturale e identitario, che possano confrontarsi, scontrarsi, trovare i necessari compromessi sui contenuti, definire le linee di demarcazione tra maggioranza ed opposizione, per raggiungere il faticoso equilibrio necessario a dare stabilità ad un Paese, che ha necessità di grandi riforme. Bisogna avere passione e forte credibilità politica  per assumere le drastiche decisioni necessarie ad aggredire il debito pubblico, per ridurre la insopportabile pressione fiscale espropriativa, per conseguire il traguardo della liberazione dall’oppressione burocratica, per ristabilire le regole della competizione e del mercato, che rappresentano il presupposto necessario alla ripresa di  crescita e occupazione.

La caparbia testimonianza liberale ha questo unico, ma ambizioso obiettivo per il Paese.

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1 COMMENTO

  1. Un’analisi corretta fatta da una persona saggia,e da una cultura al di sopra delle righe,che bella Italia sarebbe se la guidassero uomini con questo spessore.

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