Scrivere di Piero Gobetti non è facile.

Un po’ perché il pensiero del liberale torinese è articolato, pur nella nitidezza dei contenuti e degli obiettivi; un po’ perché rivolgersi a un uomo di tale levatura significa fare i conti con la propria coscienza e rischiare di restare schiacciati dalle sue integrità, coerenza e intransigenza. Significa mettere in discussione il proprio essere liberale e accorgersi, magari, di non aver correttamente interpretato o letto o vissuto certi valori e principi.

Una società liberale è una società di anticonformisti, dove ciascuno può essere eretico all’altro, epperciò individuo”. Una delle definizioni più belle ed efficaci del mondo sognato da Piero Gobetti lo dobbiamo a Paolo Flores d’Arcais, nel saggio introduttivo all’edizione einaudiana de “La Rivoluzione Liberale”.

Chi più di Gobetti può essere definito anticonformista nella società del suo tempo, persino dentro il variegato mondo liberale?

A chi, più del torinese, può essere propriamente accostato il valore intransigente della difesa strenua dei propri ideali? Una intransigenza che lo condusse alla morte, non ancora venticinquenne, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1926, in Francia, per via di una bronchite a cui il fisico non ha saputo resistere, debilitato come era per via delle violenze subite dallo squadrismo fascista.

Egli venne picchiato, l’abitazione perquisita, le iniziative editoriali e giornalistiche chiuse, sequestrate e persino distrutte. Quanti avrebbero chinato il capo di fronte all’oppressione antidemocratica di una dittatura nata sotto i colpi dell’angheria? Non Gobetti, il quale non scrisse solo della Rivoluzione Liberale; egli la incarnò con l’esempio, affatto timoroso di adoperarsi per riunire tutte le forze antifasciste al fine di lottare contro la “banale palingenesi di patriarcalismo” in cui l’Italia era sprofondata.

Al mussoliniano “credere, obbedire, combattere” il liberale oppose “l’imperativo categorico della coerenza, della libera lotta politica, dell’autogoverno”, perché “chi sa combattere è degno di libertà”.

La lettura della prolifica mano di Gobetti non ha un valore meramente culturale e di comprensione della crisi di un momento storico drammatico quale quello degli anni Venti del Novecento. Come evidenzia Flores d’Arcais, l’attualità dell’analisi gobettiana è “impressionante”. Quei vizi sono gli stessi di oggi e, anzi, occorre riflettere sul rischio di ricadere negli stessi gravi errori di cui fu vittima la società dell’epoca, in primis la borghesia, ma anche la classe politica, oggi come allora sprovvista di due fattori essenziali per la necessaria rivoluzione liberale: la passione libertaria e la cultura.

Della mancanza della passione libertaria il piemontese accusò gli stessi liberali di allora, rei di aver tradito il Liberalismo delle origini, in Italia mirabilmente rappresentato da Cavour, per Gobetti punto di riferimento indiscusso per l’avvio del processo rivoluzionario, ancora oggi lungi dall’essere compiuto. Efficacissima la descrizione che egli fornisce dello statista suo conterraneo: “La singolare virtù di Cavour è piuttosto nella franchezza della sua astuzia. Egli era il diplomatico che sapeva parlare alle folle e, pur senza mendicarne il favore, non avrebbe mai arrestato o attenuato la forza che proviene dall’entusiasmo di un popolo”.

Si tratta dell’esatto profilo del governante liberale ossia di chi, pur sovrastando i suoi contemporanei per genio politico e oratoria, “ha trovato l’adesione del popolo senza corromperlo”. Gli italiani, purtroppo, si sarebbero successivamente lasciati adescare dalle lusinghe demagogiche di chi Gobetti osteggiò senza mai indietreggiare, pagando con la sua stessa vita.

Fu l’avvento del fascismo una conseguenza, tra l’altro, dell’involgarimento della politica, perché “i risultati sono di cultura, la loro fecondità per l’avvenire consiste nella preparazione di classi dirigenti più mature”. Non è arduo associare quel periodo storico a quello attuale, visto l’esacerbarsi del linguaggio e dei contenuti della politica, laddove anziché affrontare il problema con criterio si preferisce erigere muri fisici, ideologici e umani.

Ciò non significa un ritorno a regimi di tipo fascista, perché anche qui Piero Gobetti ci sa dare la giusta lettura: “Il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità”.

Urge, allora, il rinascere di una classe liberale rivoluzionaria, perché l’unica capace di contrastare i procacciatori del facile consenso.

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