Un Governo ha il compito, consentitogli dal voto favorevole ottenuto, di amministrare la res publica e ha il dovere di sottoporsi, al termine del mandato, al giudizio dei cittadini. I futuri elettori, per giudicare, debbono essere informati sulle iniziative e sulle azioni governative intraprese dai governanti. Da chi? 

Da tutti, tranne che dal Governo medesimo: dovrebbe essere questa la risposta logica. E invece, se è così in parte per la carta stampata, (che perde lettori a causa del web e la cui proprietà si va concentrando in poche mani) non è così per la radio-televisione.

Perché? E’ solo un’anomalia italiana?

No! Il problema dell’informazione, che pure è cruciale per la sopravvivenza di una vita democratica nell’Occidente, vede contrapposti i Paesi dell’Europa non solo continentale ma anche insulare, anche se in misura più limitata, al nuovo mondo nord-americano.

In che senso?

Nel senso che  solo negli Stati Uniti manca una vera e propria televisione di Stato (la presenza per così dire pubblica è del tutto insignificante). Lo stesso non può dirsi per gli Inglesi che hanno, a dispetto della logica e del buon senso, ancora la loro BBC.

Situazione uguale, quindi, al resto dell’Europa?

Non proprio. Nel loro caso, i “paletti” posti all’attività della rete pubblica sono più rigorosi ma non tali comunque da mettere al riparo i cittadini da possibiliinfluenze autoritarie di natura governativa. Anche in Gran Bretagna, la rete pubblica inglese, pur ridotta nei suoi compiti, prevalentemente culturali,rappresenta comunque un brutto esempio per tutti i Paesi dell’Occidente che pretendono di definirsi “democratici”.

Capisco. Non a caso l’esempio inglese resta il caso più citato dagli avversari, interessati (a vario titolo) a ogni riforma di totale privatizzazione dell’informazione radio-televisiva. 

E’ augurabile, quindi, che l’intendimento dichiarato di privatizzare anche l’unico canale pubblico della BBC si realizzi presto.

Quale pericolo vede in un’informazione pilotata dal Governo e/o dal Parlamento?

L’informazione affidata a una struttura pubblica presenta il rischio, tipico dei regimi comunisti e fascisti o altrimenti teocratici e autocratici, che a fornire notizie ai cittadini, perché giudichino alle votazioni l’operato dei Pubblici Poteri  siano gli stessi Governanti e Parlamentari!

Perché mai  nessuno sembra avvedersi del pericolo di una scorretta informazione ai cittadini?

In nessun  Paese Europeo si parla di una riforma totale del sistema radiotelevisivo. S’immaginano aggiustamenti, ritocchi, temperamenti all’assurda situazione di una informazione pilotata dalla classe politica vittoriosa alle elezioni: pannicelli caldi a sostegno dell’autoritarismo.

Eppure la necessità di occuparsi dell’informazione, come di una priorità assoluta, comune all’intero Continente Europeo, dettando principi rigorosi in materia e del tutto contrari all’ingerenza pubblica attuale, è divenuta improcrastinabile.

Certamente. La presenza di uno strumento di propaganda politica gestito, sia pure indirettamente, dallo Stato non è compatibile con un sistema democratico.

C’è una ragione che giustifichi una situazione che  sembra aberrante?

No! Fino a quando v’era la possibilità di utilizzare una sola rete radiotelevisiva, si può capire che  essa doveva essere gestita dallo Stato: si parlava correttamente, a tal proposito, di monopolio naturale pubblico.

Correttamente?

In tali circostanze solo una struttura pubblica poteva – almeno a parole – garantire obiettività, pluralismo di fonti per le notizie e diritto di accesso (si fa per dire!) di tutti i cittadini.

E’ questa la ragione per cui in Italia sorgeva  un pachiderma burocratico, denominato RAI sulle spoglie mai decomposte dell’EIAR, l’ente monopolista di Benito Mussolini? 

Sì! E strutture pubbliche analoghe nascevano anche in altri Paesi Europei. Erano intraprese, pilotate da Governi e Parlamenti, che assolvevano lo stesso ruolo che nei Paesi nazi-fascisti e in quelli comunisti d’oltrecortina era stato assegnato, durante i rispettivi regimi, dalle radiotelevisioni di Stato.

Una televisione di regime anche nei Paesi dell’Occidente democratico?

Sì! L’unica differenza era soltanto nella maggiore ipocrisia dei governanti democratici Occidentali e in una loro più contenuta e meglio camuffata propaganda politica.

Che cosa è successo, quando è finita, l’era del necessario monopolio naturale dello Stato sull’etere ed è cominciata l’epoca dei satelliti, del digitale, del cavo e via dicendo?

Nulla! Proprio nulla!  Si è mantenuto ancora in piedi il baraccone pubblico senza alcuna ragione veramente plausibile!

E nessuno ha mai  protestato? Anche se il monopolio non trovava più le sue basi cosiddette naturali nell’unicità della Rete, continuava a essere supinamente accettato?

Sì!  Eppure, mantenere in vita una struttura mastodontica di funzionari superpagati da Pantalone risponde solo a esigenze di potere di chi governa. Lo spreco è  reso più evidente dal fatto che molti di quei funzionari, continuando a essere ben retribuiti, se ne stanno spesso a casa a godersi lo stipendio, perché i nuovi governanti non li vogliono più tra i piedi. E ciò, per mettere in sella, in loro vece, i propri adepti!

Cosa pensa della recente riforma della RAI imposta dal Goberno Renzi?

L’ente pubblico radiotelevisivo,prima dell’intervento di Matteo Renzi,  divideva le tre reti tra democristiani, socialisti e comunisti. Esse con Renzi sono divenute tutt’uno e finite sotto il tallone di ferro del capo del governo che ha messo la museruola a tutti i leader storici anche del suo stesso partito, impedendo loro di “abbaiare” contro le sue eventuali malefatte. Quando era ancora Presidente del Consiglio dei Ministri, i telegiornali si aprivano con interviste chilometriche che ricordavano i tempi delle più oscure tirannidi del secolo breve.

Il Governo utilizza la favola del servizio pubblico radiotelevisivo obiettivo e pluralista per dare informazioni  ai cittadini che devono rinnovargli il consenso con il voto. Questa posizione è  antitetica con la libertà d’informazione e quindi con la democrazia. L’incongruenza, anzi l’aberrazione sta nel fatto che un’informazione destinata a formare l’opinione dei cittadini su chi li governa, è fornita da una struttura pubblica sotto il potere degli uomini politici che sono al governo e negli organi di controllo parlamentare.

Ogni tanto per contenere l’enorme spreco finanziario, a causa del tanto denaro, si parla di cessione delle azioni dell’ente radiotelevisivo pubblico e la borsa fa finta di crederci, eccitandosi: poi tutto finisce nel nulla. Il carrozzone resiste agli attacchi e ogni cosa resta come prima. Secondo lei, perché?

Perché chi ha il governo del Paese e utilizza la RAI non intende rinunciare ai suoi spot di propaganda elettorale. E chi è all’opposizione spera di poter fare altrettanto se conquista il potere di governare.

Che cosa ha  di veramente pubblico un servizio di tale genere? 

Nulla! Diventa, infatti, sempre più difficile, infatti, distinguere le programmazioni RAI da quelle delle reti televisive private: sono del tutto analoghe tra di loro; anzi talvolta di qualità persino peggiore per la propaganda politica che fanno nei talk-show e che non riescono a mascherare.

In altre parole, secondo Lei, considerare ancora oggi, (con la proliferazione di canali e reti esistenti, con la TV satellitare, digitale e via cavo) l’attività dell’ente radiotelevisivo, finanziato, in gran parte, con un canone a carico degli utenti, come un servizio pubblico è una palese falsità?

Esatto! Funzionari, pagati con il pubblico denaro (in pratica estorto ai cittadini sotto forma di canone obbligatorio e non volontario, com’è per ogni altra rete privata), assunti con criteri di pura arbitrarietà, sottoposti a turn-over bizzosi, nel migliore dei casi, e odiosi, nel peggiore, sono indotti, per poter sopravvivere nell’azienda pubblica, ad accettare supinamente le direttive del Governo e/o del Parlamento. Usano le famigerate veline per confezionare notizie che  contribuiscono a favorire la permanenza nel potere di determinate forze politiche.

Vi sono ragioni storiche che possono spiegare, però, l’inizio di tale sconcertante stato delle cose?

Vi sono ma sono ampiamente superate. A sorreggere l’idea della radiotelevisione come servizio pubblico è stata la diversa situazione che c’era in Europa rispetto agli Stati Uniti d’America negli anni anteriori alla seconda guerra mondiale.

Politica?

Anche (per alcuni, pochi Paesi) ma c’era soprattutto un gap esteso a tutti di natura tecnologica. Negli anni Trenta-Quaranta il Vecchio Continente era in forte ritardo rispetto al Nuovo, quello Nord-Americano, nel settore delle radio e delle tele diffusioni. Le bande e i canali utilizzabili per svolgere tali attività erano realmente limitati. Non si potevano soddisfare le esigenze di tutti quelli che richiedevano di gestire una rete. Lo Stato, in conseguenza, era visto come il solo possibile garante dell’oggettività delle informazioni.

Non c’era anche una ragione di matrice per così dire culturale?

Sì! Sappiamo che una concezione ideologica sostanzialmente autoritaria (anche se in misura diversa da Paese a Paese e con l’unica eccezione della Gran Bretagna) dominava, in modo molto diffuso nell’Europa di quegli anni. I Governanti e la loro corte di paludati docenti dell’Accademia esaltavano pretesi compiti educativi, informativi e formativi dello Stato nei confronti del cittadino.

In altre parole: gli effetti negativi e aberranti che ancora subiamo a causa dell’informazione di Statohanno anche una ragione storico-filosofica?

Sì! Anche se le concezioni statalistiche nel settore della formazione culturale dei cittadini sono tramontate da un bel po’ di tempo, uno schieramento contrario al servizio radiotelevisivo cosiddetto pubblico da parte di intellettuali non v’è stato e tuttora manca.

Intende dire che incalliti tardi cultori degli autoritarismi del secolo breve, improntati ora a integralismi religiosi ora ad assolutismi filosofici, continuano a dettar legge?

Sembra così anche se contro ogni senso logico. Gli Italiani continuano a ritenere che le notizie, i telefilm, i varietà, i cabaret, i quiz, gli oroscopi diffusi sul piccolo schermo da un’emittente pubblica abbiano note differenziali rispetto ad analoghe attività svolte da privati. E’ assurdo ma è così!

Non crede che ostacolare per tanti anni l’imprenditorialità radiotelevisiva privata in Europa è stato un male economico aggiunto di notevole peso?

La globalizzazione impone che ogni industria radiotelevisiva, sia nel momento produttivo sia in quello distributivo non può che aspirare a essere mondiale: circoscriverla nell’ambito ristretto di un servizio sostanzialmente servente per i Governanti di un Paese, ha il significato di strozzarne le potenzialità.

Sul piano scientifico, l’idea del servizio pubblico è corretta o rappresenta un’aberrazione? Su tale punto anche i giuristi hanno tenuto ben cucita la bocca. 

E’ un’aberrazione! Si è detto che si tratta di un concetto mutuato dalla scienza economica e finanziaria. Il legislatore non ne ha mai dato una definizione. Se n’è occupata la dottrina e tutti i cultori del diritto sono sempre stati concordi nel rifiutarne una concezione, puramente nominalistica e soggettiva.

Vuole essere più preciso su tale punto?

Si è sempre pensato che non bastasse che a gestire il servizio fosse una pubblica struttura, finanziata in modo diretto o indiretto da denaro non privato.

Mi sembra di capire che un insieme di programmazioni informative, spettacolari e d’intrattenimento offerte da un ente sostanzialmente finanziato con il denaro dei contribuenti non possa costituire, di per sé, una base per definire pubblico un dato servizio. E’ così?

Sì! La RAI svolge solo un’attività di pregnante natura privatistica e commerciale. E’ un’intrapresa economica che ha le caratteristiche di una struttura esteriore pubblica e che approfitta di una tale posizione per influire politicamente sulle convinzioni degli italiani, che essi, invece, a buon diritto vorrebbero libere e non condizionate; e ciò, a prescindere dall’obbligo del canone.

In tutti questi anni di gestione pubblica dell’informazione, hanno funzionato le prescrizioni normative sull’obiettività, sul pluralismo, sulla par condicio, sulla trasparenza e così via o si sono dimostrate delle semplici fole?

Pure fandonie!

Che fare?

Le cose possono cambiare, soltanto se l’esercizio dell’attività radio-televisiva è reso, totalmente, libero.

Senza regole?

No! L’uso degli strumenti di diffusione dei suoni e delle immagini (siano essi di natura analogica, satellitare, digitale terrestre, o via cavo)  dev’essere soggetto  al rispetto da parte dell’esercente, dei diritti posti a tutela dei cittadini, dalla Costituzione, dall’ordinamento penale e da quello civile.

 

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1 COMMENTO

  1. Con il governo illegittimo di Renzi la Rai ha subito una invasione da parte degli uomini di Renzi e per giunta anche toscani.Questo paese non aveva mai subito una Rai comunistizzata dal Renzi illegittimo preside del consiglio!

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