Mi chiedo se abbia ancora senso ricordare l’8 marzo (e uso la parola ricordare, e non festeggiare, non a caso), e me lo chiedo proprio io che ad ogni vigilia di una giornata internazionale critico l’ipocrisia che fa sempre da sottofondo! Se alle parole non seguono i fatti nulla ha senso.

Però questa volta la mia risposta è sì.

Sì, e con più determinazione di prima. Perché?

Perché questa data che molti associano ad un evento tristissimo,  la morte di centinaia di operaie rimaste uccise nel rogo di una fabbrica di Cottons divampato a New York nel 1908, in realtà si risolve con un momento che si confonde con una festa, ed è tutto tranne che una festa. “Rappresenta da un lato le conquiste politiche, sociali ed economiche delle donne, dall’altro le discriminazioni e le violenze da loro subite nella storia”.

Questa giornata ricorda l’autodeterminazione delle donne nella società che le discriminava; dello sfruttamento operato dai datori di lavoro ai danni delle operaie in termini di basso salario e di orario di lavoro, delle discriminazioni sessuali al diritto di voto.

Grazie alla loro lotta, alla loro determinazione e coraggio oggi noi “donne moderne” abbiamo raggiunto diritti prima negati e oggi noi abbiamo il dovere di mantenerli, e tramandarli alle nuove generazioni, soprattutto in un’epoca tanto confusa come questa che stiamo vivendo, dove dietro il dito della globalizzazione vi è una corsa al ribasso per tutti e quindi anche per le donne. Non a caso da una statistica risulta che a parità di ruolo professionale, ad esempio, la donna è ancora troppo spesso meno retribuita.

La Giornata internazionale della donna nata come Woman’s Day è stata istituita negli Stati Uniti a partire dal 1909, in alcuni paesi europei dal 1911 e in Italia dal 1922 (l’italia sempre più tardi rispetto ad altri stati, purtroppo …), dando inizio anche al movimento femminista.

Il senso di questa data dunque non deve essere vissuta come una gara tra sessi o di superiorità tra sessi, anche se a volte, non lo nascondo, penso che la donna in modalità multitasking: “lavoratrice – mamma – moglie” sia notevolmente più completa di un uomo (perdonatemi questo passaggio, so che al sesso “forte” non farà piacere ma lo penso) e, nonostante ciò, siamo ancora succubi di un sistema maschilista pure nei paesi considerati civili.

Se non fosse così non ci sarebbero ancora donne vittime di violenze familiari o coniugali, non ci sarebbero disparità di trattamento lavorativo, e così via.

Una data che ricordi parità di trattamento, rispetto, libertà di scelta.

Libertà di scelta reale e non subita, come spesso viene mascherata per quieto vivere familiare o sociale .

8 marzo dunque come autodeterminazione, dell’emancipazione femminile.

Già,”autodeterminazione”: parola chiave in un’epoca in cui vi è uno “scontro” (passatemi il termine) fra “culture” tanto diverse che oggi pagano un prezzo altissimo in termini di pessima integrazione e miopia in termini di rispetto reciproco, dovute, diciamolo, ad un diverso concetto di libertà di scelta.

Da donna l’8 marzo lo voglio ricordare con un “grazie” a queste donne che hanno combattuto per la libertà di cui oggi io, e noi donne occidentali godiamo (rispetto ad un tempo passato) e che noi “donne moderne” dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni accompagnate dal rispetto reciproco.

Allora non buona festa della donna.

Ma auguri, per il nostro 8 marzo e per le battaglie che ancora ci attendono, per una vera e reale libertà di scelta voluta e non subita.

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