E’ bene che si perda il ricordo dell’esperienza politica di Matteo Renzi o è meglio per gli Italiani che ne resti la memoria?

Renzi ha tentato di sperimentare una sorta di populismo che potrebbe qualificarsi come peronismo all’italiana, di cui è bene che i nostri connazionali non si dimentichino. E ciò, per non ripetere lo stesso errore di dare ancora credito a imbonitori della politica; a Dulcamara, venditori di illusioni, che con troppa frequenza compaiono nelle nostre piazze.

Intende dire un populismo diverso, quindi?

Sì dagli altri analoghi movimenti Euro-continentali e Latino-Americani?

Perché parla di populismi solo con riferimento a quelli Euro-continentali e Latino-Americani?

Il populismo nasce a causa dello smarrimento, della confusione conseguente al crollo dei cosiddetti Ideali. Vivono di Ideali, per loro natura, irrealizzabili e non di concrete mete che è possibile raggiungere quei popoli che si nutrono d’ideologia astratta e utopica. L’Europa continentale e l’America Latina hanno alimentato nel corso dei secoli quasi solo ideologie; quella religiosa: cattolica, cristiana ortodossa o luterana; e quella filosofica idealistica: comunista e fascista. Il populismo consegue alla caduta delle certezze promesse dagli imbonitori della politica: esprime incertezza e vaghezza di aneliti a migliorare le cose con una formulazione di propositi non più specifici ma generici, indeterminati, privi di veri e concreti contenuti politici.

Quindi Lei si riferisce ad una proposta di linea di governo priva di ogni indicazione specifica dei suoi obiettivi. Perché, però,  populismo?

Perché s’invoca il popolo come unico aggregato sociale autentico, omogeneo da cui attingere i valori positivi, specifici di una collettività organizzata e permanente.

Lei ritiene che tali valori, in un Paese che è stato molto ideologizzato, siano sempre, sia pure sotto forme mutate, quelli della vecchia sinistra cattolica e marxista (uguaglianza di tutti gli esseri umani, pace tra i popoli e via dicendo) e quelli della destra nazionalistica (amore per la Patria, idolatria della Nazione, ritenuta uber alles e così via)?

Naturalmente, i vertici finanziari del Pianeta preferiscono il populismo cosiddetto di destra a quello definito di sinistra. Quello di sinistra, però, in Paesi come l’Italia continua ad avere molto seguito. Da qui la drittata di Matteo Renzi, imitando Juan Peron.

Il Peronismo all’italiana?

Sì. Renzi, in pratica, ha provato a coagulare tutte le istanze che riteneva, non a torto, presenti nella massa italiana, in un Partito unico e nuovo. Lo ha pure dichiarato espressamente. Voleva, come Peròn, un partito che fosse, ad un tempo, del Popolo e della Nazione.

Non un accordo, quindi, ma un assorbimento di quasi tutti i partiti che sinora si sono combattuti in Italia in una sola forza politica? Don Camillo, Peppone…

…e il vecchio gerarca paesano, nostalgico del Duce.

Tutti insieme appassionatamente, nello stesso partito?

Sì!  In definitiva, Renzi voleva rifarsi all’ultima versione del peronismo argentino: quello di Juan e di Evita, quando il contributo sinistrorso e religioso della buona e pia moglie del dittatore si era aggiunto in modo visibile all’evidente fascismo iniziale del corpulento dittatore.

Quali altre peculiarità aveva il populismo renziano?

Il peronismo all’italiana affondava certamente le sue radici nel populismo (come comunemente lo si intende), ma anzi che sposarne i generici obbiettivi distruttivi, ancorandosi comunque a una visione di un certo colore,  esaltava i dati, multicolori, che riteneva ancora condivisi dall’intera massa dei cittadini. Li desumeva, superando scrupoli intellettuali e morali, da tutte le ideologie, nessuna esclusa, che rientravano nel patrimonio delle forze politiche che in Italia si erano scontrate per molti decenni e, quindi, sposava sia l’attenzione ai meno abbienti, al pueblo, proprio di tutti gli ex comunisti del mondo ma anche la considerazione dell’orgoglio nazionalistico, la Nacion, tipico degli ex fascisti del Pianeta. Inoltre, doveva essere un movimento politico in grado di assorbire anche le istanze religiose di un Paese in cima alla classifica del Cattolicesimo. Il peronismo in salsa italiana doveva essere, negli intendimenti del suo ideatore, qualcosa di diverso  rispetto al populismo di altri uomini politici del Bel Paese e ai populismi di Paesi diversi.

Un’oscillazione tra forme pressapochistiche e improvvisate di un socialismo marxista mal digerito nel suo utopico fervore egualitario e tra impeti nazional-socialisti di vecchio stampo, echeggianti anche la retorica del popolo eletto.

Certo! La trovata dell’ambizioso leader di dare attenzione, da un lato, ai meno abbienti, come hanno sempre fatto gli ex comunisti e i democristiani di sinistra, dall’altro, all’orgoglio nazionalistico, proprio degli ex fascisti, dei democristiani di destra, dei leghisti, di sedicenti liberali di incerta e varia provenienza, non era priva di suggestioni.  Ed esse erano state esercitate anche con un uso disinvolto dell’ente pubblico radiotelevisivo.

Di proprio il leader ci aveva messo qualcosa di suo?

Sì! Per cancellare del tutto sia il virilismo impettito dei gerarchi di regime, sia il maschilismo ben camuffato dei comunisti di via delle Botteghe oscure e il bigottismo bacchettone dei democristiani (c’era chi ricordava ancora Oscar Luigi Scalfaro prima maniera), sia, inoltre, la sostanziale misoginia fascista, comunista e cattolica insieme, aveva fatto molto. Aveva dato ampio spazio, nei vertici del potere nazionale, a donne possibilmente di bella e attraente presenza e/o di buon carisma personale. E ciò, ovviamente, a fini di seduzione collettiva.

Sull’esempio, se miconsente, dell’indimenticabile Evita Duarte Peron, divenuta protagonista di un celebre musical, mondialmente conosciuto.

In definitiva, Matteo Renzi ci aveva provato seriamente a sollecitare il consenso degli Italiani su un partito unico: un conglomerato di cattolici, post-comunisti ed ex-fascisti.

L’idea, però, non è andata avanti per merito del voto referendario degli Italiani, ma c’è chi insinua che l’idea di un peronismo all’italiana fosse piaciuta a esponenti di rilievo del mondo Anglosassone.

Soprattutto i vertici finanziari della City e di Wall Street avevano immaginato che la delusione e la sbandata dell’ideologismo catto-comunista potesse far ritenere che il peronismo, già sperimentato in  Sud-America in quella forma confusa immaginata da Juan ed Evita Peron, potesse divenire il vangelo, dei nuovi governanti dell’Italia d’oggi e favorire, sottobanco, la crescita del business capitalistico mondiale.

Che cosa ha fatto mutare il loro avviso?

In primo luogo, che gli Italiani si erano dimostrati meno sprovveduti di quanto si potesse pensare: avevano capito che il governo di Renzi era più abile a nascondere la realtà che non ad affrontarne seriamente i problemi. L’uomo, inoltre, non era stato assolutamente in grado di arrestare la corruzione che investiva il Paese come un tornado. Prima ancora dell’esito referendario, erano stati, infatti, i gravi scandali, causati da palese e manifesta corruzione del familismo imperante nel suo entourage, a rendere a Matteo Renzi impossibile l’approdo a nuovo autoritarismo di lunga durata. In secondo luogo, la contraddittorietà della politica dell’improvvido Premier (come lui amava farsi chiamare, per devozione a Tony Blair e all’Inghilterra) che da un lato faceva approvare dal Parlamento il Jobs Act , gradito ai fautori della de-industrializzazione del Paese, e dall’altro, su suggestione del Vaticano, apriva le frontiere agli immigrati che fornivano, invece, alle imprese in difficoltà la possibilità di colmare i vuoti dell’organico con operai assunti a un terzo del costo di quelli italiani.

E così mentre l’Inghilterra con la Brexit e gli Stati Uniti d’America  con l’elezione di Donald Trump chiudevano le frontiere all’immigrazione, l’Italia favoriva il sogno di Angela Merkel di fare della Germania l’unico colosso industriale produttore di manufatti altamente competitivi, con l’aiuto di una massa di operai a basso costo provenienti dalle terre africane e mediorientali.

L’Arlecchino italiano diventava ancora una volta, agli occhi dei patroni dell’alta finanza, il solito servo di due padroni?

Ed è questo il motivo ispiratore di una mia recente intervista su dal titolo La Finanza mondiale abbandonerà Renzi. Una facile previsione.

 

 

CONDIVIDI

1 COMMENTO

Comments are closed.