Della fase “destruens” della società italiana attuale, lei ha parlato a lungo.

Esatto. Ho detto che il nostro Stato di diritto dà ormai poche certezze, in preda a un marasma legislativo e a un uso, spesso politicizzato, della giustizia; che lo Stato sociale va sempre più sia ridimensionandosi per ragioni finanziarie sia deteriorandosi, a causa della corruzione in progressivo aumento nei suoi apparati; che la pubblica amministrazione, pletorica, sovrabbondante, è sempre più espressione sia dell’autoritarismo colbertiano e astratto dello Stato-Ordinamento sia del preoccupante livello di collusione, raggiunto con una classe politica di mezza tacca.

Vi sono e, in caso affermativo, quali sono le condizioni per una risalita?

Il discorso è lungo! Le devo proporre un’intervista a puntate. Vi sono condizioni e pre-condizioni.

Bene! Cominciamo delle pre-condizioni!

Molto da lontano, quindi!

Sì!

Il mondo presocratico e pagano dei nostri antenati greco-romani era sostanzialmente monista (persino le divinità vivevano su un monte dell’Ellade, l’Olimpo) e molto solidale. C’era la consapevolezza di vivere sotto la spada di Damocle delle casualità imprevedibili del Cosmo e ciò induceva a trovare regole di civile e possibilmente pacifica convivenza tra gli esseri umani. Certo, si viveva in una società, comunque, patriarcale e la violenza naturale del maschio scatenava ugualmente guerre fratricide; ma per ragioni comunque umane, anche se predatorie. La società Europea continentale ha vissuto per duemila anni sotto la schiavitù di ideologie, religiose o filosofiche, che hanno diviso gli esseri umani tra  detentori di una Verità divina, che li destinava alla salvezza nell’oltretomba, o i seguaci di un Verbo di un Maestro del Pensiero che assicurava analoghi vantaggi e condizioni di felicità su questo mondo (magari per le generazioni future). La lotta fratricida, a questo punto, non ha più avuto le fragili motivazioni di un tempo (Elena di Troia, il volto irsuto, barbaro e colorato di Annibale e così via) ma quelle nobili delle Cause ritenute giuste e insuperabili.

Parliamo, però, del “passato”!

Che per le generazioni come la mia e la sua è tuttora “presente”!

C’è sempre da sperare nei giovani….non crede?

In quelli che non abbandonano la nostra terra per Paesi meno ideologizzati e più in linea con i tempi; in quelli che decideranno di usare il raziocinio in luogo di rassicuranti fedi religiose o laiche; in quelli che non subiranno l’egemonia fanatica mussulmana dopo avere accettato supinamente quella cattolica.

Beh!  Diciamo, per quest’ultima che non si può negare una parziale scristianizzazione per effetto delle pratiche consumistiche. Non crede?.

Sì! Le catene sul petto villoso dei giovani portano sempre di più simboli del made in Italy che non croci di robusto metallo; ma quanti sono i giovani profondamente e sostanzialmente liberi?

Da liberale, le dico certamente pochi! Le chiedo, ancora: che fare?

Cominciamo con il liberare le giovani generazioni da quelle norme che forniscono alimento alle loro risse per effetto dei meccanismi distorti introdotti nelle nostre leggi, dai parlamentari o dai giudici.

D’accordo!

Le faccio due esempi dell’uno e dell’altro caso, ma essi sono, naturalmente molti di più. Eliminiamo il feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale che, dato il numero stragrande e in progressivo aumento dei reati da perseguire, offre a un pubblico dipendente statale di tipo colbertiano e, quindi, espressione dello Stato-Autorità nella sua forma meno democratica, la facoltà di scegliere chi perseguire e chi no!

Per affidarla a chi?

Al Parlamento o ad altra Autorità autonoma e indipendente dal potere politico di governo che sia espressione dello Stato-Comunità e non dello Stato-Amministrazione. E’ in questa sede che devono essere individuati, di anno in anno, i reati da perseguire prioritariamente: e ciò, in relazione alle contingenze momentanee della vita criminale.

E si affidi l’incarico a chi?

Non di certo ai “colbertiani” del Ministero della Giustizia ma a professionisti di larga e lunga esperienza, selezionati in base a fattori meritocratici di particolare severità e sottoposti al vaglio di Autorità che siano anch’esse espressione dello Stato-Comunità; se non al giudizio degli stessi cittadini. E poi…ripristiniamo almeno nel nostro mitizzato Stato di diritto la separazione dei poteri. Da noi un giudice non solo dice, nell’esercizio della funzione per cui è assunto come impiegato statale, quale sia il diritto esistente ma gli si consente di crearlo, passando a fare il legislatore, e di applicarlo amministrativamente, come membro del Governo. Una vera follia, dal punto di vista costituzionale e della divisione dei poteri!!

In Inghilterra c’è addirittura il riconoscimento di un’azione privata di carattere sussidiario, che si affianca, cioè, a quella pubblica…

Glissiamo! Per il diritto di cronaca il problema è ancora più semplice: si tratta solo di correggere l’erronea interpretazione dottrinale e giurisprudenziale data all’articolo 21 della nostra Costituzione.

Per eliminare la litigiosità italiana?

Sì! Le ragioni, per cui sin dall’inizio dell’era repubblicana, l’Italia si trova nel pieno di un turbinio di risse permanenti, d’insulti gratuiti di tutti contro tutti sui giornali, nei talk show televisivi, di carte bollate e di giornali stampati ugualmente roventi, di scandali di ogni tipo alimentati da lettere anonime, di cine-tele-prese collocate nei luoghi tipici dell’intimità, di scene di carattere esclusivamente privato, catturate da cannocchiali di grande resa visiva e capaci di superare mura e cancelli in apparenza impenetrabili, di intercettazioni a gogò (senza badare a spese) superiori per numero a quelle di Paesi ben più popolosi e ricchi del Pianeta,  non sono soltanto riconducibili al fatto di una corruzione endemica e di un pettegolezzo connaturato al  nostro DNA. Sono il frutto di un’aberrazione: un diritto di cronaca disegnato, a giudizio della Corte di Cassazione e di alcuni docenti universitari, come diritto funzionale o dovere civico di informare il cittadino.

Come si è giunti a ciò?

In ogni altro ordinamento giuridico diverso dal nostro, il diritto di cronaca del giornalista è considerato soltanto espressione del suo diritto di libertà. Ciò comporta che in caso d’asserita ingiuria, diffamazione o violazione della privacy di un cittadino, il giudice di un tale Paese deve bilanciare il diritto del cronista con il diritto fondamentale di ogni individuo alla tutela del proprio onore, della reputazione e della riservatezza.

E dovrebbe farlo con molta severità; altrimenti il pressapochismo di tanti che si ritengono idonei e autorizzati a giudicare gli altri, assolvendo sempre se stessi, e quelle pratiche di costume che, giustamente, taluno ha qualificato “indegne della vita politica di un Paese civile” continueranno a tormentare l’Italia. Possibile che nessuno metta mano a tale aberrazione?

Purtroppo, non si scorgono nel panorama italico uomini politici così coraggiosi da proporre una modifica della Costituzione che elimini in radice la possibilità dell’attuale distorta interpretazione giurisprudenziale dell’articolo 21 della nostra carta fondamentale, che ha ridotto in brache di tela l’onore, la reputazione e la riservatezza dei cittadini italiani.

Mi sembra, invece, che le reazioni della Federazione della Stampa, dell’Associazione Nazionale Magistrati, dell’Editoria e degli intellettuali, rispetto ad ogni tentativo di ridurre il numero delle costose intercettazioni per portarlo al livello dei Paesi più civili e liberali,  vanno in direzione del tutto opposta a quella da lei auspicata.

E’ vero: esse sono sintomatiche della mentalità che ha prodotto l’abnorme interpretazione dell’articolo 21 della Costituzione sino a farne la fonte di un diritto dei cittadini a essere informati di tutto e di tutti, di cui non v’è traccia alcuna in quella disposizione.

Un diritto di libertà si configurerebbe quindi come un doveredel cronista?

Esatto! Questi è paradossalmente privato dall’interpretazione di una norma della carta fondamentale della sua intangibile libertà di tacere!

E come si è giunti a questa situazione aberrante, unica nel panorama mondiale dei mass media?

Con un ragionamento molto capzioso. L’articolo 21 della nostra Costituzione tutela il diritto di manifestare il proprio pensiero, come diritto di libertà del singolo non solo di esprimere opinioni, ma anche di comporre poesie, narrare fatti aderenti al vero (storia e cronaca) o di pura fantasia (romanzi e novelle di varia natura). Così come avviene in ogni altra parte del mondo civile. L’articolo 2 della stessa Carta fondamentale riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e tra questi ci sono indubbiamente i diritti all’onore e alla reputazione. Se gli interpreti della Costituzione si fossero ritenuti paghi di una lettura piana e non arzigogolata delle due norme succitate e avessero ritenuto che tra le manifestazioni del pensiero tutelate vi fosse stato anche il diritto di cronaca in quanto espressione dello jus narrandi,tipica manifestazione del pensiero umano alla pari del diritto di opinione, di critica e di creazione artistica, il problema del suo eventuale conflitto con il diritto altrui all’onore e alla reputazione si doveva risolvere, come in tutte le democrazie veramente liberali, con il bilanciamento tra due diverse utilitates privatae: e cioè, da un lato, il diritto del giornalista di raccontare i fatti, dall’altro, il diritto del cittadino di non essere ingiustamente offeso nel suo onore e nella sua reputazione di uomo.

E invece?

La fertile mentalità degli oppositori per vocazione e per professione, per ribaltare il principio liberale insito nell’articolo 21 e favorire quelle forze contrarie al governo (che si temeva fossero per lungo tempo condannate all’opposizione) del Paese ha configurato una libertà di cronaca che non ha precedenti nel mondo occidentale!

Con quale ragionamento?

Il seguente: l’articolo 21 tutela solo la libertà di opinione e non comprende il diritto cronaca, perché pensiero è uguale solo a opinione. Il racconto (storico o cronachistico) e la creazione letteraria e artistica sarebbero figli di un Dio minore. Secondo questa corrente di pensiero, però, sarebbe assurdo non trovare un aggancio per tutelare la libertà di cronaca, così utile alla democrazia. Ecco, allora, che si fa nascere il diritto di narrare i fatti come diritto funzionale (id est, pubblico), assolutamente necessario, anzi indispensabile, cioè, perché la gente sia informata. In pratica si è detto: l’articolo 21 tutela solo la libertà di opinione; per formarsi un’opinione ogni individuo dev’essere informato di ciò che avviene; ergo:anche se la libertà di cronaca non è configurata come espressione di un autonomo diritto del giornalista essa dev’essere protetta come diritto-funzionale all’altrui informazione; in definitiva un vero e proprio dovere d’informare.

E così la cronaca sarebbe passata da diritto individuale a dovere civico?

O comunque a diritto funzionale ben più importante e pregnante del diritto individuale (id est,privato) di libertà del giornalista.

Non le sembra che sostenere che la Costituzione non avesse dato alcuna importanza alla cronaca, non tutelandola direttamente come diritto individuale di libertà e dire che la cronaca, invece, sarebbe stata (e sarebbe) oltremodo necessaria per consentire ai cittadini di formarsi e manifestare quell’opinione tutelata dall’articolo 21, sia  stata un’esercitazione interpretativa, solo discutibile,  ma un vero e proprio capolavoro di acrobazia ermeneutica?

Un bell’arzigogolo che ha costretto i cittadini italiani a essere i più vituperabili del mondo. E ciò, perché nel bilanciare il diritto all’onore, alla reputazione e alla privacy con il dovere funzionale di raccontare i fatti, il giudice deve far prevalere quest’ultimo perché, come ogni munus publicumesso ha più valore di un diritto privato.

Dov’è l’inghippo? Possiamo chiarirlo per i nostri lettori?

E’ nel fatto che l’articolo 21 non tutela il diritto d’opinione del cittadino ma il pensiero che ha tra le sue manifestazioni certamente la critica fondata sul ragionamento, la logica, il raziocinio  ma anche il racconto dettato dalla memoria e l’arte prodotta dalla fantasia. Ergo: Se il diritto di fare cronaca collide con l’onore e la reputazione, il giudice deve fare il bilanciamento tra due utilitates privatae, senza tirare in ballo inesistenti diritti-doveri funzionali di natura pubblica.

Allora è un Leviatano dell’informazione, palesemente, contra o quanto meno praeter Costitutionem a  consentire le smodate campagne su scandali e gossip di questi ultimi tempi?.

Facendola discendere da un inesistente (e dedotto solo in via interpretativa) diritto dei cittadini a essere informati si è collegata, maliziosamente, la legittimità costituzionale della cronaca alla sua utilità sociale, rendendola un Moloch intoccabile. L’effetto, sul piano della tutela dell’onore, della reputazione e della riservatezza altrui è stato, a dir poco, devastante.

In conclusione, non c’è rimedio alle contumelie quotidiane che riecheggiano sul video, sulla stampa, sul web,  alla guerra di tutti contro tutti, senza esclusione di colpi. Non le sembra che siamo giunti a un livello d’inciviltà del tutto intollerabile?

L’accettazione della tirannide informativa vigente in Italia dipende da una mansuetudine che è l’effetto dell’abitudine della gente del nostro Paese a vivere nel clima asfittico degli assolutismi. L’inesistenza (o quasi) d’intellettuali irregolari, veramente liberi e la presenza (in grande prevalenza) di quelli condizionati da verità ritenute indiscutibili oltre che salvifiche, maestri del pensiero o cattolico o idealistico (e, in questo secondo caso dell’una o dell’altra sponda, fascista o comunista) creano le condizioni favorevoli per il trionfo ripetuto dell’autoritarismo.

Perché non è così anche negli altri Paesi continentali dell’Europa, ugualmente ideologizzati?

Forse perché qualche sacca di libero pensiero in Francia, in Spagna e in Germania c’è sempre stata. Sono Paesi che hanno conosciuto scismi religiosi, come il protestantesimo nelle sue varie forme. In quei luoghi, un avvio di discussione su temi ritenuti tabùc’è stato; sia pure entro i confini comunque costrittivi di un credo religioso! Da noi, purtroppo poco o niente! Ed è stato sempre così!

Nella prossima intervista ci soffermeremo su come si può concretamente avviare la ricostruzione della convivenza civile in Italia.

 

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