Coniugare i principi di libertà, uguaglianza ed autorità è sempre stato il più grande sforzo della scienza della politica, anche quando non aveva assunto, come oggi, una propria autonomia, ma era materia affidata alla filosofia o alla religione.

È indiscutibile che l’essere umano nasce libero e che il problema della limitazione della sua totale libertà, deriva dalla necessità di realizzare una convivenza sociale pacifica tra gruppi organizzati, in genere su un determinato territorio, molto sporadicamente nomadi, che si distinguono dagli altri, considerati per convenzione diversi, spesso nemici.

Le società antiche avevano risolto il problema della necessaria autorità attraverso sistemi piramidali. Partendo dal basso, si distinguevano gli schiavi, (in genere prigionieri di guerra) al di sopra, la massa del popolo, ed, in posizioni più elevate, un numero limitato di funzionari pubblici o condottieri militari ed infine, al vertice, il sovrano, dotato di poteri assoluti.

Unica esperienza diversa fu la Polis greca, in cui si tentò l’esperimento della democrazia diretta, ancorché in comunità dal numero limitato di appartenenti. Il principio di autorità, per millenni, fu di carattere assoluto, fino a quando non fu elaborata, nel periodo dell’Illuminismo, l’idea moderna dell’autorità responsabile. Toqueville sostenne che autorità e la responsabilità sono due facce della stessa medaglia. Al di sopra vi è soltanto la legge: da tale concezione è derivato il moderno Stato di diritto. Rispetto ad una legalità molle e capricciosa, affidata al sovrano, venne teorizzata dagli illuministi una nuova autorità, che discende dalla forza della legge.

Tranne, come detto, l’esperimento democratico della Polis greca, tutte le società antiche erano fondate sul potere assoluto, sovente ritenuto di derivazione divina, del sovrano, che promulgava le leggi, imponeva i tributi, nominava i funzionari governativi e decideva l’organizzazione statale, oltre ad amministrare giustizia. Con la eccezione  di una parte della Grecia, tutte le società  antiche furono organizzate sostanzialmente nel medesimo modo, da quella egiziana, a quella mesopotamica, alla cretese micenea, alla macedone, all’impero romano, fino alle monarchie assolute medievali.

L’Illuminismo determinò una svolta radicale. A partire dalla rivolta di Oliviero Cromwell in Inghilterra, fino alla più cruenta Rivoluzione della storia, quella francese del 1789, il principio maggiormente messo in discussione, fu proprio quello di autorità. Sia pure, come sempre avviene nelle rivoluzioni, attraverso eccessi, violenze, atrocità, si affermò il principio della separazione e bilanciamento dei poteri, tra legislativo, esecutivo e giudiziario, che tuttora vige nella prevalenza degli stati democratici occidentali.

Più complesso è sempre stato il rapporto tra libertà e uguaglianza. In contrasto con la filosofia presocratica, il primo a porre la questione dell’eguaglianza fu Platone, la cui influenza ha permeato una linea di pensiero ultramillenaria ed ancor oggi in voga, perché fatta propria dalle più diffuse religioni monoteiste, in particolare Cristianesimo e Islamismo,  nonché dall’assolutismo medioevale e dai principali filoni del pensiero filosofico di derivazione idealista egheliana.

Il cittadino romano era sostanzialmente un uomo libero e fiero della sua appartenenza al grande impero. Si riconosceva quindi in una società costituita da diseguali, composta da schiavi, solitamente prigionieri di guerra, contadini con limitati diritti, militari che avevano un posto elevato nella scala sociale, nobili in prevalenza molto ricchi e muniti di privilegi, fino al rango elevato del Senato ed a quello, quasi divino, dell’Imperatore. Questa società con le sue diseguaglianze era fortissima, poggiava su un solido ordinamento giuridico ed aveva costruito un grande impero, che era riuscito a dominare il mondo. Ad un certo punto arrivò da oriente, con il Cristianesimo, una spinta potentissima, non solo verso il monoteismo ed una spiritualità sconosciuta nella epicurea e gaudente società romana, ma verso l’uguaglianza, destinata a demolire il principio di autorità ed a scardinare, come riuscì a fare, lo stesso impero. Senza autorità e senza diseguaglianze non può esistere alcuna solida organizzazione statale, che ha invece bisogno di poteri forti, di leggi rispettate, di spazi per le ambizioni degli uomini che aspirano a salire nella scala sociale, di un esercito addestrato e motivato. La divisione in due dell’impero, insieme agli editti di Teodosio e Costantino, forse frutto di debolezza più che di convinzione, determinarono la caduta del più grande impero della storia e consentirono alle gerarchie ecclesiastiche di minarne la forza, fino ad impadronirsene, in nome di un principio di eguaglianza, che ne indebolì inesorabilmente la struttura. La chiesa si inserì, come i vermi nel formaggio, nella grande struttura imperiale, impadronendosene e predicando un’uguaglianza falsa, che servì soltanto a sgretolare le forze su cui si era retto l’immenso dominio romano. Il Papa assunse le caratteristiche dell’imperatore, compresa la sua natura quasi divina, anzi  venne stabilito persino il perverso principio della infallibilità, tanto da essere fino al giorno d’oggi, non considerando i dittatori di alcuni Paesi arretrati che sconoscono la democrazia, l’unico sovrano assoluto del mondo avanzato. Il solo che non sbaglia mai, che concentra tutti i poteri nelle proprie mani, che non deve rispondere a nessuno. Se Trump commette un grossolano errore, può  essere anche aspramente criticato, gli altri poteri dell’Unione possono smentirlo e caducarne le iniziative. Lo stesso non vale per il Pontefice, che, fino al giorno di Natale del milleottocento, quando fu umiliato da Napoleone, aveva persino il potere di incoronare Re ed Imperatori. La dittatura del vescovo di Roma tuttavia ancora oggi propugna per la comunità  dei fedeli il principio di eguaglianza, ad eccezione del ruolo dei cardinali, elevati al rango di principi della chiesa. Per millenni l’esistenza di altri poteri temporali fu soltanto tollerata e l’Inghilterra, per sottrarsi, fu costretta ad uno scisma. In un simile contesto il principio di eguaglianza del popolo non soltanto è la logica conseguenza, ma finisce con l’esserne l’ovvio corollario per rafforzare l’assolutismo.

E’ con l’avvento della democrazia che l’uguaglianza assume valore soltanto per un giorno, quello delle elezioni. Dopo, la libertà del singolo deve potersi esprimere nella sua pienezza. Quindi gli Stati liberali, cominciando dal Regno Unito, con Gladeston, elaborarono i principi del diritto dei più  deboli di essere sostenuti ed assistiti e quello, su cui ha molto scritto Einaudi, dell’eguaglianza dei punti di partenza (istruzione, sanità,  assistenza sociale) poiché, vivaddio, gli uomini sono diversi ed hanno diritto nella corsa della vita a crescere liberamente diseguali. Nessuna società democratica, fondata sul valore della libertà, può rinunciare ad una scala gerarchica di valori, oltre che di crescita sociale ed economica, salvo rimanere condannata, come nelle esperienze fallimentari del socialismo reale o delle dittature autoritarie, ad un destino piatto e dominato dalla miseria economica, culturale e morale.

Il ritardo principale del nostro Paese, a causa di una troppo prolungata e opprimente supremazia della Chiesa, deriva dal rifiuto di accettare il principio di diversità tra gli uomini, quindi il diritto di ciascuno di accedere, attraverso l’ascensore sociale, ai più  alti gradi del prestigio sociale, del successo e del benessere economico.

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1 COMMENTO

  1. Sembra incredibile, eppure ancor oggi c’è bisogno di ribadire il concetto che alla Chiesa, anzi, alle chiese, va riconosciuto solo il diritto di esigere obbedienza sul piano spirituale. De Gasperi ebbe un sussulto di laicità quando si oppose all’ “Operazione Sturzo” del 1953, pilotata da Pio XII. Per fortuna ( soprattutto della stessa Chiesa ) le cose sono cambiate dall’avvento di Papa Giovanni. Ma i tentativi di far risorgere il “temporalismo” ogni tanto emergono, soprattutto da parte dei “catto-comunisti”; per non parlare dell’ indulgenza che una certa sinistra mostra nei riguardi del fondamentalismo islamico, quando pretende di permettere l’uso del velo in pubblico alle donne islamiche in nome del rispetto delle diversità culturali, e non tollera, nello stesso tempo, che nelle aule scolastiche si esponga il crocifisso. Se laicità deve essere, deve esserlo verso tutte le fedi; così come si deve pretendere il rispetto verso tutte le espressioni religiose.

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