Mi auguro che sia una “bufala” giornalistica, ma la notizia che persino il “Movimento Cinque stelle” si sia immesso nel percorso “Calderoli, Renzi e Verdini” allo scopo di garantire a una minoranza del Paese (del 35%) di governare contro il parere della stragrande maggioranza degli elettori (65%) mette i brividi.

Con tale iniziativa, s’intende sostenere l’assurdo di una minoranza che governa contro un’opposizione che ha essa sì, sia pure in modo disarticolato e non omogeneo, il consenso della maggioranza assoluta dei votanti.

Ci si dimentica che la cosiddetta “maggioranza relativa” è, in buona sostanza, solo una “minoranza” che resta tale, nell’elettorato, anche dopo la concessione del premio. A essa, infatti, si contrappone pur sempre un’opposizione che, complessivamente, nel Paese è di ben più consistente entità (divisa, sotto il profilo propositivo, ma coesa e compatta nell’avversare la parte che artificiosamente si proclama “vincente”).

E’ vero che in Nazioni come la nostra, dove la tendenza a restare attaccati alle poltrone ministeriali è più forte di ogni altro impulso, nessun sistema elettorale è mai riuscito a offrire buona prova, ma pensare di stravolgere la regola della maggioranza, che vige in tutti gli ordinamenti democratici del mondo, con marchingegni vari, giustificati con l’esigenza della cosiddetta governabilità (altra parola magica dei politici-imbonitori) è a dir poco aberrante.

Si pensa di sorreggere il governo con parlamentari non votati dagli elettori ma regalati al partito di maggioranza relativa con un trucco che altera la volontà dei cittadini e, in buona sostanza, truffa una parte consistente di essi, riducendo il peso specifico del loro voto, rispetto a quello degli altri. Il partito di maggioranza relativa, beneficiando di un premio, diviene, dopo una sorta di gesto alla Mandrake, un’abbondante maggioranza assoluta.

In conclusione, si dre stabilità a Governi che non rispecchiano la volontà espressa dall’elettorato perché votati soltanto da una minoranza nel Paese è una gravissima deformazione del voto espresso dagli elettori che non ha nulla a che vedere con il sistema per scegliere i membri di un Parlamento, che può essere quello proporzionale o maggioritario.

Se con una votazione, sia di tipo maggioritario sia di tipo uninominale, una forza politica resta numericamente inferiore al cinquanta più uno per cento dei voti non può procedere alla creazione di un governo se non alleandosi con altri partiti, su un ben preciso programma politico: tertium don datur.

In altri termini, per rispettare la volontà degli elettori, occorre sempre che un governo ottenga la fiducia di una maggioranza assoluta delle Camere, che dev’essere “effettiva” e non artificiosamente creata con aggiunte post-elettorali.

Per i nostri politici, basterebbe una sia pure superficiale cultura per non ignorare il senso lessicale delle parole che usano.

Nella lingua italiana, per maggioranza s’intende la parte di un tutto che è, quantitativamente o numericamente, superiore alle altre parti.

Si ritiene, cioè, che per aversi maggioranza debba ricorrere necessariamente la condizione di una parte che risulti superiore all’insieme di tutte le altre parti.

Ergo: quando si parla, genericamente, di maggioranza, ci si riferisce sempre e soltanto a quella assoluta, perché terminologicamente non è possibile riferirsi ad altra.

Invocare il concetto di maggioranza relativa e pretendere di stabilire, quale consistenza numerica della medesima sia ragionevole per governare significa aggiungere alla contraddizione un’insensatezza; anche per la vaghezza del termine ragionevole.

Il fatto che una cosa appaia a me (e magari a tanti miei amici) ragionevole non è sufficiente per affermare che lo sia in termini oggettivi.

Se non aggiungo una motivazione e uso soltanto il termine ragionevole in modo apodittico, mi esprimo  in modo, sostanzialmente, arbitrario, a dispetto delle parole: una scelta operata secondo un personale convincimento (mio e magari dei miei amici) è soltanto soggettiva, non legata ad alcun dato oggettivo.

C’è, infatti, da chiedersi: perché il quaranta per cento, è ragionevole e il trentanove per cento, no? O perché il quaranta tre per cento, sì e il quaranta due per cento, no? Su questa linea di “arbitrio irragionevole” si è posto il Movimento 5 stelle, nel formulare la sua ultima proposta (mi auguro in senso soltanto provocatorio).

Anche tirare in ballo, come ha fatto la Corte Costituzionale per effetto di un chiaro compromesso, un giudizio di ragionevolezza su una data percentuale di maggioranza relativa non ha, a mio giudizio, molto senso logico.

Non può esservi ragionevolezza nell’arbitrio; anche se condiviso da una massa considerevole di persone. Si tratta di una valutazione pur sempre disancorata da elementi certi e ben precisati da una norma.

In altre parole: per stabilire una soglia minima che sia ragionevole è necessario ancorarsi a un dato certo, oggettivo, incontrovertibile, dimostrabile per tabulase, in un certo senso, obbligato; comunque, non rimesso a valutazioni discrezionali, personali e soggettive di chi le assume.

Nella Costituzione non c’è alcun dato di riferimento che legittimi, anche per relationem, la possibilità di far governare una minoranza con un artificio che inizia a produrre effetto dopo il momento elettorale che ha registrato il mancato raggiungimento di una maggioranza assoluta.

E ciò per il semplice fatto che di maggioranza relativa (rectius: di minoranza di maggior consistenza) non si parla mai e a nessun effetto nella Carta fondamentale. D’altronde, sarebbe stato un mero contro-senso parlarne. In tutti i Paesi democratici del mondo, la fiducia al Governo dev’essere data da una maggioranza assoluta effettiva, concreta, reale. Non è conforme a logica e raziocinio adulterarla e farle cambiare natura. Se ciò avviene, è il concetto stesso di democrazia ad andarsene a pallino!

Per il Movimento, se la proposta del 35% dovesse essere confermata come seria ipotesi di lavoro, c’è l’alibi che la strada seguita dalla Corte nel decidere i ricorsi sull’Italicum renziano con la sua seconda sentenza in materia di sistemi elettorali, in senso favorevole alla legittimità costituzionale di una soglia del quaranta per cento per ottenere il premio di maggioranza.  Con gli alibi, però, un misfatto non cessa di essere tale: riesce a salvarsi solo l’accusato. Una maggioranza ragionevole per governare è solo  quella che si desume, in modo esplicito e inequivoco, dalla nostra Costituzione e che corrisponde al suo significato lessicale. La Carta, quando usa il termine maggioranza nella materia della formazione del governo e della fiducia da parte del Parlamento, ha un’idea ben precisa e assolutamente univoca di cosa si debba intendere con tale parola. Non a caso, per evitare ogni sorta di equivoco, aggiunge sempre e solo l’aggettivo: assoluta; l’unica qualificazione conforme ai dettami democratici.

Il governo costituzionalmente legittimo di un Paese deve sempre corrispondere al governo dei più; di quelli, cioè, che sono di più rispetto al resto.

Quando la Costituzione usa un aggettivo diverso e parla di maggioranzaqualificata, è solo per fare riferimento a casi particolari in cui la maggioranza assoluta non è ritenuta sufficiente e si richiede una maggioranza più ampia (di due terzi, di quattro quinti).

In nessuna Costituzione di un qualunque Paese democratico potrebbe mai prendersi in considerazione l’aberrante situazione di una minoranza che pretende di governare il Paese per effetto di un artificio normativo che la fa diventare inverosimilmente maggioranza.

Non si può consegnare il governo del Paese nelle mani di chi riceve più dissenso che consenso! Non si può lasciar governare chi raggiunge la cosiddetta maggioranza relativa, perché in tal modo si dà la palma della vittoria ha chi in pratica è stato subissato da una valanga di no ed è solo minoranza nel Paese! Si pensi al caso delle schede bianche che devono, sul piano della logica, sommarsi ai voti contrari o comunque non favorevoli.

La nostra Carta è stata scritta da gente competente: il governo del Paese dev’essere ancorato a dati di effettiva vittoria elettorale e non di sostanziale sconfitta numerica che soltanto con una sorta di gioco truffaldino  delle tre carte diventa vincente.

Il feticcio della governabilità non può andare a detrimento del principio di rappresentatività, anche perché è noto che il massimo di governabilità si ha nella dittatura, dove la rappresentatività è ridotta a zero.

Forme di alterazione anche più modeste di quell’equilibrio aprono il varco a regimi autoritari che nella terra dei Masaniello e dei Mussolini possono rappresentare un pericolo per guai anche maggiori.

A quest’ultimo proposito, c’è da chiedersi come si possa indurre la gente a ritornare alle urne e arginare il suo distacco crescente dalla vita politica, per mantenere in vita la democrazia. C’è chi non considera una bestemmia neppure il voto obbligatorio, con la previsione di una qualche sanzione.

Se non si vuole arrivare all’obbligatorietà (che è sempre una misura poco simpatica per il rispetto che si deve ai cittadini circa la libertà di recarsi alle urne) si potrebbero almeno contabilizzare le schede bianche, che sono pur sempre espressione, sia pure in direzione negativa, della volontà degli elettori; anche meglio i voti nulli, perché potrebbe esservi sempre una mano misteriosa che metta un segno su uno dei simboli. Il voto nullo non solo è più sicuro ma ha pure un significato diverso. E’ un voto che non palesa incertezza, ma ferma e decisa contrarietà a quel coacervo di nomi scelti dalle segreterie dei partiti.

Naturalmente, se in tanti depositassero nell’urna voti nulli, si vedrebbe facilmente da che parte sta la maggioranza degli Italiani e quanto ancora più ridotta, sia la minoranza che pretende di governare il Paese con trucchi elettorali!

Sarebbe, certamente, una manifestazione di volontà giuridicamente irrilevante; non inutile, però, se una legge imponesse di rifare le elezioni in caso di prevalenza dei voti nulli e delle schede bianche su quelli validi.

Si potrebbe ritornare alle urne soltanto con la presentazione di nomi assolutamente diversi da quelli bruciati nella precedente votazione, costringendo i capi-partito a scelte di candidati più presentabili, per usare un linguaggio di moda in questi tempi.

In un tempo in cui il disprezzo per la classe politica è maggiore del consenso (e non diciamo, neppure, dell’ammirazione), fare leva su un sentimento d’ostilità potrebbe dare qualche risultato!

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