Contributo di avvio del dibattito precongressuale

Il 30^ Congresso Nazionale del PLI, convocato a Roma per i giorni 12,13 e 14 maggio 2017, ha il compito di fare il bilancio consuntivo del ventennale dalla ricostituzione del Partito, avvenuta nel 1997. La prima doverosa constatazione non può che essere di segno negativo, con riferimento ai risultati, definibili, nella migliore delle ipotesi, molto deludenti per i pochi  esperimenti elettorali ed i molti passi laterali, quando le condizioni non hanno permesso di partecipare alle competizioni. Tuttavia bisogna sottolineare che, nel corso di questi due ultimi decenni, la politica ha registrato un progressivo scadimento fino alla cancellazione dalla scena di tutti i soggetti identitari, mentre il PLI non soltanto è riuscito a sopravvivere, presidiando il perimetro del proprio insediamento nella società, ma è l’unico partito dell’area liberale ad aver ottenuto il riconoscimento delle previste caratteristiche per essere ammesso al due per mille di finanziamento pubblico volontario da parte dei contribuenti. La sua stessa presenza, esistendo l’originale, ha impedito che potessero avere successo i reiterati tentativi di molti avventurieri  comparsi sulla scena di sfruttare la diffusa simpatia per la parola “liberale” con lo scopo di accreditare l’ennesimo partito padronale a la carte, senza alcuno dei rigorosi elementi culturali, che ne identificano la particolare tradizione storica, ideale e morale e la rendono unica.

La constatazione che siano scomparsi i partiti che si richiamavano a tutti gli altri  filoni di pensiero o che avevano uno stretto collegamento con settori sociali e con articolazioni territoriali attive e diffuse, dimostra che il sistema politico ha avuto un cambiamento epocale. Persino l’ultimo dei grandi partiti organizzati con una lunga storia alle spalle, il PD (già PCI, PDS, DS) ha ormai definitivamente dimostrato di voler abbandonare la sua tradizionale vocazione di interprete dei sentimenti della sinistra  riformista italiana, per diventare il partito del proprio leader, rinunciando al posizionamento elettorale di classe, collegato col mondo operaio, i sindacati, il bracciantato. È divenuto quindi sempre più difficile distinguere le formazioni politiche in base al rispettivo insediamento sociale ed alla radice di pensiero alla quale si ispirano. Sono via via emersi  soggetti padronali in cui conta soltanto la figura ed il karisma del leader. Tale fenomeno di perdita di identità produce sul territorio la moltiplicazione all’infinito di liste civiche, che rappresentano esclusivamente il veicolo per appagare l’ambizione di faccendieri, ambiziosi o disoccupati in cerca di fortuna. L’antipolitica dilaga nell’esaltazione del ruolo persuasivo del web, in nome di parole d’ordine generiche, quasi tutte coniugate in forma negativa, contro la casta, contro la stampa, contro questa o quella corporazione, contro quelli che vengono definiti, spesso solo genericamente, poteri forti, senza poi riuscire ad identificarli, anzi perdendo di vista che l’unico potere veramente indistruttibile e pernicioso è quello della onnipresente parassitaria burocrazia, sovente fonte di corruzione. Il populismo si è insinuato in tutte le aree politiche, determinandone una vocazione autoritaria ed una identificazione nella figura del capo e finendo col trasformare i complessi, spesso sofferti, percorsi della democrazia, in riti plebiscitari per incoronare l’uomo solo al comando, attorniato da inservienti, opportunisti, mezze figure, amanti, segretarie. Persino il colorato mondo di veline, nani e ballerine di memoria craxiana e berlusconiana va scomparendo, per far posto ad obbedienti portaborse, compagni di merende, soci d’affari, prestanome, all’insegna del populismo, del sovranismo, del culto del condottiero con l’unico obiettivo di conquistare il potere. In un simile allarmante contesto il PLI è stato ed intende continuare ad essere un presidio di libertà, una sorta di coscienza critica e custode geloso dei valori irrinunciabili della civiltà occidentale, rappresentati dal metodo della democrazia liberale.

Ancor più preoccupante appare l’estensione del fenomeno, che non è più soltanto italiano, ma ormai caratterizza un po’ tutto il pianeta, con le forze politiche tradizionali che stentano ovunque a contrastarlo. Forse si tratta di un passaggio obbligato per mettersi alle spalle una politica troppo ideologizzata e segnare così una svolta epocale. In questo senso si potrebbe intravedere un elemento di modernità, ma a condizione che non serva soltanto per dare spazio al qualunquismo populista, al predominio di nuovi caudillos, di piccoli dittatorelli, di taicoon forti del proprio denaro e del conseguente potere sui media, di nuovi Masaniello, che, alla prova dei fatti, risultano incapaci di affrontare situazioni delicate e complesse.

A costo di essere gli ultimi assertori di una politica che derivi dalla formazione  culturale e sia ancorata a valori precisi, rivendichiamo con orgoglio l’antica tradizione di pensiero alla quale ci colleghiamo, sottolineando la necessità che il mondo, come la nostra Italia, per salvarsi, comincino a guardare alla modernità senza paura, ma con costruttiva curiosità, sapendo che essa deve significare livelli sempre più elevati di civiltà. Si potranno ridurre, come si sono già di molto ridotti, i mestieri tradizionali, i lavori sui quali ieri era costituito il benessere, perché sono superati dalla nuova realtà di un mondo in continua e velocissima trasformazione. Siamo di fronte ad un cambiamento straordinario, con un’ondata migratoria senza precedenti ed un diffuso impoverimento delle classi medie. Forse è la febbre di una malattia sociale, che si manifesta in forme tumultuose, dalla quale probabilmente nascerà un nuovo ordine mondiale migliore, comunque diverso. Di questo dobbiamo essere consapevoli e vivere il nostro tempo secondo i nostri valori, non rinunciare. Soltanto chi non sa o non vuole adeguarsi rimarrà indietro ed è condannato a precipitare nel buio di un nuovo Medio Evo. Il progresso è sempre affascinante, ma bisogna avere l’ambizione di volerlo cavalcare, sapendo di poter essere disarcionati. Il nostro Paese ha risorse intellettuali, di fantasia, di capacità di sacrificio che lo rendono capace di affrontare in modo vincente l’avventura per molti versi esaltante del domani, ma deve rinunciare all’assistenzialismo, alla burocrazia, allo statalismo, alla ricerca di collocazioni improduttive.

Competizione, mercato, concorrenza, alta formazione, difesa dell’ambiente, valorizzazione del patrimonio archeologico, artistico e naturalistico in uno Stato minimo non invadente, con ridotta pressione fiscale, sono le parole d’ordine del futuro, che ancora una volta intendiamo propugnare. Quelle che il nostro trentesimo Congresso dovrà saper coniugare con la realtà per dare alla nostra azione un contenuto strategico e programmatico preciso, valorizzando lo sforzo enorme, anche se avaro di soddisfazioni, compiuto nel ventennio di cui celebriamo la conclusione. Bisogna creare le condizioni per un rilancio del principio liberale di una ritrovata fiducia nell’individuo, con l’obiettivo di superare l’attuale pernicioso pessimismo e guardare ad un futuro in cui ognuno, sulla base delle proprie sole forze, non dimenticando il doveroso sostegno ai più deboli, possa aspirare al successo nella libertà.

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2 COMMENTI

  1. Complimenti per la lucida analisi che condivido appieno.
    Per fortuna esiste ancora una “nobiltà della politica” che trae origini da una formazione culturale, da valori e da un pensiero che spero vengano più spesso riaffermati.

  2. Mi piacerebbe che quanto scritto venisse letto e “meditato” da molti, molti italiani che hanno ancora dei valori quali “responsabilità, rispetto ed onestà”.
    Grazie, De Luca.

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