Può anticiparci qualcosa sul contenuto del suo libro L’ORSO E LE PALME, che pubblicherà a breve con l’Istituto Editoriale del Mezzogiorno?

Il testo del libro è imperniato, ovviamente, sulle recensioni dei film italiani vincitori del Berlinale e dei Palmares. Credo, però, che a lei interessino i riflessi politici dello spettacolo. Allora le preciso che è l’Introduzione al volume a soddisfare questa esigenza.

E’ noto che il pensiero espresso nelle opere degli autori teatrali e cine-televisivi influenza le opinioni, anche politiche del pubblico. Le chiedo: a suo giudizio, il teatro, il cinema e lo spettacolo televisivo italiani hanno svolto tale ruolo in modo utile alla crescita culturale del Paese?

No, ma è, ovviamente, un mio personale punto di vista. Lei ricorderà che la critica militante per anni si è affannata a ricercare il “messaggio” contenuto nei film italiani; ha smesso soltanto quando sul termine è calata l’ironia di commentatori meno allineati alle posizioni del PCI.

Desumo che si trattasse di un “messaggio” molto impegnato nel sostenere le battaglie della sinistra?

Certamente. Erano, in buona sostanza, i social-comunisti, che avevano egemonizzato il settore culturale del Bel Paese, a chiedere agli autori cinematografici, con una certa insistenza, di lanciare “messaggi” propagandistici.

I democristiani, però, avevano sempre un grande peso…

Sì, ma soprattutto i democristiani di sinistra che condividevano sostanzialmente quei “messaggi”.

Vi saranno stati, pure, pensatori liberi….in Italia…o no?

Pochi! Ciò che è sempre mancata in Italia è la presenza di un pensiero libero, non condizionato dalle ideologie. Tutte le nostre attività di spettacolo hanno sempre affondato le loro radici nell’asfittica realtà culturale della penisola, dominata da due millenni da concezioni, religiose e filosofiche, assolutistiche e quindi autoritarie.

Mancanza sostanziale di una vera e profonda libertà, quindi?

Sì! Il Bel Paese, in un’Europa continentale già fortemente ideologizzata, è sempre stata l’unica realtà geo-politica in cui, nel corso dei secoli, sono stati del tutto assenti conati di ribellione e di rivolta, sia religiosa e sia politica, di un certo rilievo: un Paese senza rivoluzioni, senza scismi, senza eresie; dove persino le guerre civili sono chiamate con termini alterati: Resistenza, Risorgimento, Brigantaggio….

E mai con il loro vero nome, lei dice?

Appunto! Come si chiamano altrove: guerre civili.

Pensa che nelle attività di spettacolo il clima di libertà abbia un rilievo maggiore che in altre Arti?

Certamente! Se la pittura, la scultura, la musica possono anche non ricevere danno o pregiudizio dal clima di sostanziale illibertà o di libertà meno piena, ciò non avviene per la narrativa, per la filosofia e per le arti teatrali, cinematografiche e televisive. Qui, il discorso va in direzione del tutto opposta. L’arte del romanzo, del teatro e della fiction cine-televisiva si sviluppa di più e meglio nei Paesi, dove la cultura sia veramente libera.

Perché?

L’ho detto più volte e rischio di ripetermi: è la cultura empiristica, sperimentale, non confessionale, non ideologica, non condizionata da dogmi sia religiosi sia filosofici e rendere possibile lo sviluppo di un pensiero libero.

Intende dire che esso non è favorito da ebraismo, cristianesimo, islamismo, Platone, Marx, Hegel e i suoi seguaci di sinistra e di destra? Tutti i punti di riferimento, cioè, della cultura Euro-continentale? Perché una tale cultura non favorirebbe opere di spettacolo veramente libere?

Perché siamo in un campo in cui l’inventiva e la creatività non possono essere mai disgiunte dalla logica speculativa. Non si può prescindere da approfondimenti storici, psico-sociologici, filosofici che, pur restando sottostanti al testo, devono risultare chiari e leggibili allo spettatore. Si va a cinema, a teatro, per farsi unavisione del mondo. E ci si augura che sia libera, aperta, priva di pregiudizi e di preconcetti. Nei Paesi cattolici (o protestanti luterani) ovvero vetero-idealisti quest’attività del pensiero trova le porte sbarrate, perché contraria alle nozioni catechistiche o della propaganda ideologica.

E ciò che cosa provoca, a suo giudizio?

Succede che le cose cominciano a non andare per il verso giusto. Il pensiero contenuto nelle opere è percepito come falsato, fuorviante.

Perché?

Perché, anche se in modo ovviamente non sistematico ma rapportato alla narrazione di un fatto singolo dell’esistenza umana, il discorso di approfondimento della conoscenza della realtà non dev’essere utilizzato per propagandare messaggi religiosi o filosofici. Ora, finché il pubblico vive all’ombra delle prediche parrocchiali e dei pistolotti dei funzionari di partito, tutto va per il meglio nel migliore dei modi possibili: quelle opere ricevono diffusione e plauso. Le cose cambiano, però, se visioni diverse, offerte da opere di spettacolo, spregiudicate e libere di altri Paesi (leggi: Stati Uniti d’America e Gran Bretagna), cominciano ad aprire alla gente gli occhi e la mente.  A quel punto, il pubblico diserta le sale.

Lei, in buona sostanza, dice. L’apparenza e la forma di un romanzo, di una “piéce” teatrale, di un film, di una “fiction” televisiva non deve nascondere, furbescamente, il contenuto di un messaggio ideologico, dogmatico e immotivato. Altrimenti, la gente si sente presa per il naso. E’ così?

Esatto. Un pubblico, abitante di un Paese, come l’Italia, in parte di lunga tradizione teocratica e in parte di orientamento ideologico molto marcato (nelsecolo breve, in direzione prima del fascismo e poi del social-comunismo) è, per fatti storici, intimamente intriso di fideismo e non riesce, di primo acchito, a discernere opere teatrali o cine-televisive che non siano (anche involontariamente) espressione di fanatismo ideologico o catechistico, ma se, grazie agli effetti della comunicazione globale, gli occhi gli si aprono…..

Lei ritiene che sono state molte le opere italiane di spettacolo che hanno orientato il pubblico a muoversi in una certa direzione politica?

Certamente. Esse hanno favorito l’espansione e la diffusione di taluni assiomi a danno di vere e proprie idee, influendo, in tal modo, sulla coscienza degli spettatori.

Il discorso, però, riguarda solo l’Italia o tutta l’Europa continentale?

Tutto l’Euro-continente, ma con livelli di chiusura a una vera libertà di pensiero molto diversi da Paese a Paese. Per esempio solo nel Bel Paese, intellettuali e pseudo-tali hanno preteso per decenni di essere in toto o in stragrande prevalenzadi sinistra. In Francia a Sartre si contrapponeva Aron e Camus andava per conto suo. In Italia, le commissioni erogatrici di premi letterari, di sovvenzioni, di premi di eccelsa qualità cinematografica e di sostegni di varia natura sono sempre state organizzazioni nelle salde mani della Sinistra social-comunista.

Eppure agli Italiani del dopoguerra lo spettacolo era apparso, comunque, libero! Non ricorda i discorsi e le conversazioni di quell’epoca?

Certo, perché Mussolini aveva fatto molto di peggio. Il cinema fascista era stato di propaganda pura, neppure mascherata! Gli ampi spazi di Cinecittà, inaugurati nel 1937, dopo la distruzione degli stabilimenti privati della Cines a seguito di un incendio e il Centro Sperimentale di cinematografia erano sorti, per volontà del dittatore e, per un ventennio, il cinema avevano costituito il fiore all’occhiello del regime. Artisti di grande abilità e di buona capacità narrativa, oltre che di particolare abilità drammaturgica, erano stati in grado di nascondere e celare le finalità più recondite e vere delle loro opere con artifici di vario tipo. Di essi, peraltro, molti condividevano le finalità dell’azione politica del Duce. Altri, anche indipendentemente dalla loro volontà, esprimevano quelle concezioni assolutistiche che si erano, comunque, profondamente radicate nella loro mente e quindi erano evidenti nelle opere che realizzavano.

Possiamo dire, però, che, all’epoca, non v’era un contenuto propagandistico anche delle opere degli Alleati?

E’ vero!  Spesso non era facile mascherarlo. Mantenere sotterraneo il fine di propaganda nella drammaturgia per così dire “di guerra” è il primo impegno che un teatro e un cinema evoluti richiedono agli autori delle storie narrate; ma il manicheismo conseguente a ogni guerra, che divide tutta la realtà in due (quella buona e quella cattiva, quella che attacca e quella che si difende) è stato presente, con una certa evidenza anche nelle opere dei Paesi democratici e liberi di pensiero, quando hanno raccontato gli eventi bellici.

Lei ritiene, però, che il divario tra lo spettacolo anglosassone e quell’italiano, dopo la fine della seconda guerra mondiale, abbia ripreso a manifestarsi in tutta la sua evidenza?

Sì. Le origini del divario sono storiche. Al fulgore e allo splendore del teatro inglese, shakespeariano ed elisabettiano, impregnato di quel sano empirismo che aveva generato la grande drammaturgia greca, il Bel Paese (imitato dalla vicina Francia) aveva continuato per anni a contrapporre, in versione man mano aggiornata, quella Commedia dell’Arte che era caratterizzata da un variegato panorama di personaggi macchiettistici e istrionici. Gli interpreti affidavano ai loro lazzi buffoneschi, all’improvvisazione, alla creazione a braccio, il disegno di un canovaccio e di uno scenario sostanzialmente privi di problemi e pensieri profondi. Nel dopoguerra, la dimensione bigotta e fideistica dello spettacolo italiano ha impedito a esso di librarsi su temi di grande respiro e ha ridotto il racconto sulla scena (come, peraltro, nei libri) alla dimensione del bozzetto localisticamente circoscritto, sostanzialmente “provinciale”.

Non è colpa anche degli “spiriti liberali” del dopoguerra se non si sono mai posti il problema?

In un certo senso sì! Non si sono resi conto che il pensiero, prevalentemente, libero nei Paesi di lingua e di cultura anglosassone consentiva al teatro, al cinema statunitense e a quello britannico di esprimere una diversa idea di libertà nel fare spettacolo e di attrarre le nuove generazioni proprio in virtù dello spirito libertario, disincantato, sincero. Non si sono avveduti che tale strumento era utile alla conoscenza, della storia o della cronaca, e mezzo particolare per un confronto dialettico d’idee, anche diverse e contrapposte, circa la visione dell’esistenza umana e della complessa realtà del mondo.

Quello concreto in cui viviamo….

….. l’unico in grado di essere approfondito con l’uso della logica e del raziocinio.

E lei ritiene che tale tradizione dello “show” inglese e statunitense sia stata sempre presente in quei Paesi? Ho letto, però da qualche parte che, sul piano produttivo, una forma di condizionamento c’è stata, almeno per il cinema hollywoodiano del passato da parte delle cosiddette “major” private.

Esatto! E ciò, per la presenza di una potente lobby ebraica, non tanto nel settore degli intellettuali, spesso insofferenti dei diktat religiosi, quanto in quella dei produttori e distributori cinematografici, veri padroni incontrastati di Hollywood. Il via al riscatto è iniziato con una memorabile sentenza antitrust della Corte Suprema che costrinse le case produttrici a vendere le proprie catene di sale cinematografiche. Un effetto indiretto si era prodotto sul sistema distributivo che era parzialmente sottratto alle major anche per effetto del crescente appeal delle produzioni televisive e dell’home entarteinment. La situazione appare, oggi, molto cambiata rispetto ai primi decenni del secolo scorso. A nulla sono valsi i sempre più frequenti ricorsi all’outsourcing della grande produzione hollywoodiana: il dadoper il trionfo, a livello internazionale, del cinema più libero e creativo del Pianetaera stato definitivamente tratto. Sono mutati gli assetti societari e le dimensioni delle compagnie si sono ridotte, snellite. Produzione e distribuzione si sono, in grande parte, autonomizzate, distanziate. Il cinema indipendente, un tempo schiacciato dalle major (e scacciato in buona sostanza dalla stessa Hollywood) si è preso la sua rivincita articolandosi in un net work più conforme ai dettami della new economyed è uscito dai confini californiani.

E’ vero che come effetto riflesso, molti rappresentanti del vecchio sistema di “farecinema” sono divenuti investitori di una produzione destinata indifferentemente al grande o al piccolo schermo e che, per effetto di ciò, il “network”, alla fine, è diventato prevalente su tutto?

Sì. La prevalenza della “rete” sul sistema delle “major” ha condotto alla rivincita del cosiddetto cinema indipendente. Piccole e grandi società di produzione autonome l’una dall’altra, altamente specializzate con equipe molto qualificate di sceneggiatori, scenografi, costumisti ed esperti di missaggio, doppiaggio, castingsono state all’origine di una vera e propria rivoluzione, sia sul piano quantitativo  sia su quello della qualità.

Capisco: il pubblico ha sempre più bisogno di immagini animate sonore e le pretese degli spettatori crescono. Come avviene, in pratica, tutto ciò?

La “rete” ha vita breve in ogni sua singola configurazione, perché è limitata alla realizzazione di una sola opera e le partnership sono, per loro natura, temporanee; ma il network si rigenera e cambia di continuo e ciò procura molti vantaggi quantitativi e qualitativi.

Ho letto qualcosa al riguardo. Con le nuove aperture di tale cinema, la creatività artistica del sistema nordamericano ha ricevuto un impulso sorprendente e ha conquistato anche i mercati europei, un tempo, contrari ad acquistare a scatola chiusa le confezioni hollywoodiane.

Sì. Una schiera di autori irriducibili nel loro anelito all’indipendenza e alla libertà, sostanzialmente scettici o miscredenti, anticonformisti e irriverenti (se necessario, anche verso le istituzioni patrie più riverite) ha avuto addirittura la meglio nel conquistarsi i favori del pubblico. L’iconoclastia irridente di un cinema, definito dai benpensanti, in modo dispregiativo, nichilistico, non ha impedito agli autori delle sue satire di ricevere consensi anche a livello dell’assegnazione di premi.

Non crede che in modo solo apparentemente paradossale, l’orgoglio nazionalistico di un Paese giovane e pieno di speranze per il futuro ne sia uscito al tempo stesso temperato e rafforzato? E’ l’effetto del trionfo dello spirito liberale!

E’ così! Le storie narrate hanno esaltato un modello di vita che, pur ritenuto “non soddisfacente”, secondo i vecchi canoni dell’american dream, appare libero e disinvolto; esemplare, sotto il profilo dell’indipendenza da tutto e da tutti, per l’intero mondo. Dall’abbigliamento, soprattutto casual, all’alimentazione, al comportamento fuori dagli schemi delle convenzioni europee, gli Statunitensi hanno gettato molta acqua sul fuoco delle loro convinzioni tradizionali.

E ritiene che ciò abbia giovato a quel cinema?

Molto! La nuova american way of life, anche a dispetto del degrado crescente della vita pubblica e privata, ha potuto ancora dimostrare al mondo che il pensiero libero alberga a quelle latitudini più che in ogni altra parte del Pianeta. Quanto avveniva nel mondo delle major è oggi soltanto il ricordo di un passato abbastanza remoto. In un tale modo disincantato e disinvolto di fare film o fiction seriale televisiva confluisce il pensiero libero, incondizionato, relativista, intellettualmente ricco, irridente e irriverente che era stato dell’antichità greco-romana, allegramente pagana. In tale alveo di spregiudicatezza e libertà, si collocano, oggi, film e fiction televisive seriali. Le opere di autori indipendenti stimolano associazioni di pensiero e spunti speculativi per rivisitare e mettere in discussione luoghi comuni e opinioni consolidate dalla tradizione.

Questi autori denunciano, però, senza mezzi termini anche il crollo del mito familiare tradizionale e dell’insuperabilità economica statunitense, e ciò non è da tutti considerato un bene!

E’ vero. Le ipocrite ritualità falsamente perbenistiche della borghesia intrise di reciproci, anche se controllati e celati rancori personali; la feroce e impietosa competitività sociale; la frantumazione progressiva della vita consociata: l’atomizzazione degli individui; la precarietà delle situazioni di lavoro nella società post-industriale; il degrado della vita urbana per la presenza di un’immigrazione selvaggia e incontrollabile; le deformazioni e le storture della democrazia; le visioni aberranti e persino criminali di alcuni leader politici acclamati e votati rappresentano un pout-pourrì messo a nudo tutt’altro che tranquillizzante. Raccogliere, però,  la polvere sotto il tappeto non sarebbe certamente meglio.

Mi sembra una filmografia in cui si rinvengono poche tracce di speranze facili e, per così dire, a buon mercato.

Certo! Con sincerità, a volte anche brutale, i cineasti anglosassoni si dimostrano capaci di denunciare, in modo esplicito o implicito, le falsità ereditate dai loro padri, ideatori di modelli di vita, considerati ormai superati dai tempi. Spesso il nichilismo distruttivo non concede spazi a eroi positivi né lascia intravedere spiragli di bontà e di solidarietà umana, come, del resto, accadeva nelle più cupe tragedie greche e shakespeariane. L’ambiente dei ricchi e quello dei poveri sono rappresentati per ciò che sono sotto il profilo umano e non come stereotipi per stimolare sentimenti di avversione contro i primi e di pietà verso i secondi: entrambi appaiono mossi da diversi e, spesso, contrastanti, calcoli che restano freddamente e lucidamente d’interesse. Su di un piano più generale, c’è negli autori del cinema anglosassone la tendenza a descrivere in modo spietato l’egocentrismo che rende gli individui monadi isolate e tra loro incomunicabili con la sola, apparente, eccezione di consumazioni superficiali e algide d’improvvisati amplessi sessuali e di oscure tessiture di trame d’affari o d’iniziative di natura criminale. La presenza nella società americana di anticorpi per combattere e vincere ogni magagna va ormai provata sul campo e non sbandierata ai quattro venti in modo apodittico. Il pessimismo cosmico Leopardiano (bistrattato e deriso dagli intellettuali catto-comunisti nel Bel Paese) ha trovato nel nuovo cinemaindipendente nord-americano un accogliente approdo. E può affermarsi che le funzioni di stimolo intellettuale che, nell’evo antico e prima della scoperta dei fratelli Lumiére, assolveva il teatro oggi sono divenute il precipuo compito delcinema anglosassone.

Se, però, nelle piéce, gli autori di film o di fiction televisive fanno penetrare nel pubblico principi di politica, di religione o di critica a essa, di filosofia, soprattutto etica, nell’intento di fornire alla collettività degli esseri umani strumenti e incentivi per migliorarsi, non si tratta pure in tal caso di propaganda?

No, perché ciò avviene assolutamente al di fuori della presenza di organismi amministrativi e burocratici. Tutte le attività di spettacolo, nei paesi Anglosassoni, sono sottratte all’ingerenza pubblica e sono, pertanto manifestazioni pure di libertà.

… continua …

 

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