Nel più recente linguaggio politico sono entrati termini che non sempre, però, sono usati con proprietà: si parla, per esempio, di “antipolitica” e di “antisistema. E’ inutile, però, ricercarne il significato nei dizionari. Sono neologismi utilizzati per esprimere concetti (rectius: stati d’animo collettivi) molto diversi e, certamente, nuovi.

L’anti-politica troverebbe origine e giustificazione nell’infimo livello raggiunto dalla vita pubblica nel nostro Bel Paese e avrebbe l’effetto di indurre le masse a disertare le urne elettorali.

La presenza di partiti o di movimenti “anti-sistema” dovrebbe indicare qualcosa di diverso. Sistema è un termine che ha una notevole molteplicità di significati: nel caso della politica indica l’insieme degli elementi che costituiscono l’organizzazione della polis, della società, l’individuazione delle connotazioni della condotta di vita collettiva; elementi che ruotano intorno a idee religiose o filosofiche ben precise.

Nel caso dell’Italia, si è sempre ritenuto, comunemente, che in essa predominassero le idee di libertà e di democrazia.

Soltanto, di recente, movimenti politici anche di consistente entità hanno cominciato a dubitare di ciò.

Si è osservato che la mentalità dominante nei suoi abitanti è caratterizzata da concezioni autoritarie e sostanzialmente ostili a riconoscere pari diritti altrui a esprimere opinioni diverse dalle proprie.

La forza politica che raggiunge il potere, più che di governare, si preoccupa di inventare marchingegni elettorali per restare nella stanza dei bottoni.

Affermazioni reboanti e stentoree coprono il vuoto di pensiero di una classe politica che ha l’unica vocazione di arricchirsi, in ciò favorita da concezioni, solo per così dire etiche, volte a consentire e perdonare tutto.

In un contesto di corruzione che tocca tutti gli aspetti della vita, i margini per un esercizio pieno della libertà e della democrazia si assottigliano enormemente.

In conseguenza, va diffondendosi il convincimento che una forza politica che si proponga ancora, pur nel crescente senso di sfacelo, il fine primario della difesa della libertà individuale e della salva-guardia della democrazia non può che combattere il sistema nel suo complesso, minandone le fondamenta ideologiche, quali che siano.

La collaborazione con chi detiene attualmente il potere e con gli eventuali, aspiranti o potenziali “compagni di merenda” sarebbe un suicidio politico e toglierebbe agli Italiani ogni speranza di un futuro migliore.

Sarebbe un vero fuor d’opera partecipare alla vita politica del Bel Paese, ripromettendosi di schierarsi al fianco di quelle forze, autoritarie, indotte alla corruzione da concezioni lassiste, che si pongono cinicamente e spregiudicatamente in competizione tra loro solo per ottenere il consenso degli elettori a fini di spartizione di posti di potere e di guadagno.

Né  può ritenersi sufficiente individuare e smascherare il groviglio d’idee autoritarie in cui s’annida l’anti-democrazia e l’anti-libertà nel nostro Paese (e nell’Europa continentale, in genere), senza tentare di capire perché il quadro socio-politico non è mai stato, da oltre due millenni, caratterizzato da un pensiero libero, com’è avvenuto, invece, in scenari informati dall’empirismo filosofico, dal pragmatismo operativo, dall’assenza dell’ideologismo astratto e dalla pratica quotidiana della tolleranza. Se non si approfondiscono le ragioni storico-filosofiche della grandezza dell’antica Roma Repubblicana e della vita interna dei Paesi Anglosassoni dell’oggi, diventa difficile combattere il “sistema” dei pseudo-valori Euro-continentali.

Non si può tacere o far passare sotto tono gli eventi più significativi della vita dell’Occidente. Negli ultimi secoli, la Monarchia assoluta (scomparsa in Inghilterra, con la caduta dei Tudor) s’irrobustiva e ingigantiva in Europa; il cattolicesimo pontificale, mandato a picco da Elisabetta I con le navi dell’invincibile Armata Spagnola, si radicava più che mai nel Vecchio Continente; ben due guerre mondiali e una guerra cosiddetta fredda, portate vittoriosamente a termine da Gran Bretagna e Stati uniti d’America, liberavano l’Europa dagli effetti nefasti dell’ideologismo tedesco di destra e di sinistra, soltanto in apparenza, perché quella mentalità, in forma attenuata, continuava a condizionare la vita politica dei nostri Paesi.

La terapia per i mali che affliggono l’Italia e l’Euro-continente, non può che essere conseguente alla diagnosi. Solo in un clima di naturale, acquisito anti-autoritarismo, l’individuo amante della libertà può agire, da protagonista fattivo e operativo e assumersi responsabilmente compiti di governo della res publica o di opposizione costruttiva.

La nascita in Europa di molte forze politiche “anti-sistema” è la riprova di un tale assunto. Soltanto tali forze, infatti, possono andare al nocciolo del problema e liberare il sistema dagli autoritarismi striscianti che lo pervadono.

In Italia, la situazione è ben più difficile che nel resto del Vecchio Continente.

Parlare di movimenti anti-sistema in un Paese che da duemila anni accetta ideologie assolutiste di ogni tipo e natura e che in tutto questo tempo non ha neppure tentato una rivoluzione vera, uno scisma, un’eresia, uno straccio di vera Riforma, subendo invece una contro-Riforma e l’Inquisizione, non è facile.

Non si può, d’altronde, discutere con gente che erige muri, accampando di non poter proseguire nel confronto dialettico, perché a ciò impedita dalle Verità in cui fermamente crede e che non intende mettere in discussione.

Il modello politico, religioso o sociale, che non trova effettivo riscontro nella realtà ma che è proposto come speranza, aspirazione a un progetto (anche se s’intuisce come irrealizzabile) non può rientrare nelle discussioni politiche di chi non intende rinunciare a essere, sempre e veramente, razionale, logico, con i piedi sulla terra e con la testa sul collo.

Non si può fare politica utile ai consociati restando servi di credenze irrazionali, di sogni e di favole, di onirismi e di fantasie. E’ un imperativo cui un amante della libertà non dovrebbe rinunciare, anche a prezzo della solitudine. La laicità, d’altronde, non basta. L’esperienza insegna, infatti, che anche pensatori ritenuti di grande e libera statura intellettuale, possono cadere nella trappola dell’utopia, intesa come ideale di azione politica!

Se nell’esercizio della libertà c’è anche, ovviamente, ciò che si sente come un’estrinsecazione dell’istinto di ogni essere vivente, di partecipazione solidale verso chi si trova in una situazione critica e dolorosa, ciò non significa che sono validi i miraggi irrazionali di uguaglianza economica o d’ecumenica beatitudine psichica, contrabbandati ai gonzi per carpirne il consenso e i vantaggi conseguenti.

La solidarietà, trasfusa nel cosiddetto patto sociale, come impegno dei consociati alla reciproca assistenza non turba il senso della libertà individuale, perché ha un fondamento di razionalità certamente non paragonabile alle fole fantastiche del disegno di un’irrealizzabile uguaglianza economico-sociale universale.

Un’ultima domanda è da porre: è cultura o il suo contrario quella che domina nella parte Euro-continentale dell’Occidente?

Ci si può veramente lagnare dell’ignoranza dei giovani, quando l’Europa continentale offre loro solo carta scritta da corifei delle più intolleranti teocrazie e delle peggiori e più spietate dittature comparse sul Pianeta?

Non è meglio che i giovani ignorino i pennivendoli che sono passati dagli incensi delle sacrestie ai  fasti “littoriali” del Duce e poi ai premi letterari elargiti dai fanatici di Stalin, disseminati nelle Giurie?

In conclusione: se il sistema è rappresentato dall’alternanza di forze assolutistiche, autoritarie e intolleranti, sostenute da altre forze che non riescono a esprimere altro che una deplorevole sudditanza per mancanza d’idee e che lottano solo per l’occupazione di posti di poteri (e ciò, nel dilagare della corruzione più piena e nel sostanziale distacco della massa dai problemi che la riguardano), le persone con forte anelito alla libertà, dovrebbero vederne con favore la fine.

La situazione è seria e purtroppo anche disperata. Non deve trarre in inganno, la recente affermazione e la vittoria elettorale del Partito Liberale in Olanda. In questo Paese la percentuale degli atei raggiunge e supera il cinquanta per cento degli abitanti e tra i religiosi predomina il calvinismo, che ha informato e caratterizza il mondo anglosassone e che, come il buddhismo in altro contesto socio-politico, non ha mai posto ostacoli allo sviluppo del capitalismo e alla pratica della solidarietà.

L’Olanda atea e calvinista rappresenta un’eccezione nell’Euro-continente ancora diviso tra azioni ispirate o a credenze religiose mediorientali o a utopie idealistiche tedesche.

Sono queste, entrambe, le fonti dei “fantasiosi sogni” che hanno distrutto il limpido pensiero presocratico greco e il solido pragmatismo della Roma repubblicana.

Il pensiero euro-continentale, per i suoi condizionamenti ideologici, oggi più sotterranei ma sempre presenti nella coscienza dei cittadini, non riesce a operare pragmaticamente per risolvere in concreto i suoi problemi.

E’ inutile chiedersi, infatti, se per l’Europa dei proclamati idealismi religiosi e politici, sia preferibile il liberalismo britannico di John Maynard Keynes o quello americano di Milton Friedman, noto esponente della “Scuola di Chicago”.

Un giudizio sulla bontà delle due “ricette” (comunemente definite: liberale la prima e liberista la seconda) non può prescindere da una premessa necessaria.

Quando parliamo d’interventi correttivi pubblici, con capitali sufficienti per rianimare l’economia ed espandere i consumi, o di una loro assenza nel controllare la speculazione finanziaria per lasciare spazio a un turbo-liberismo giudicato nocivo, non dobbiamo dimenticare che ben diversa è la concezione dello “Stato”, in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America, rispetto a quella elaborata nell’Euro-continente.

Per fermarci all’esempio della politica Keynesiana, un conto è se essa riceve applicazione nei Paesi Anglosassoni dove le strutture pubbliche (che se ne occupano) fanno direttamente riferimento alla comunità dei cittadini (britannici o statunitensi) e non rispondono alle direttive, certamente interessate di corruttibili uomini politici; un conto diverso è se la medesima viene applicata nell’Europa continentale, dove finisce nelle mani di politicanti da tempo inquadrati in partiti politici privi di altri cementi politici diversi da quelli di un’originaria, ormai decrepita, ideologia e, dopo il crollo di essa, di un’esasperata ricerca di posti di potere.

Si tratta di cose profondamente diverse. In un contesto socio-politico molto improntato all’autoritarismo di Stato, gestito dai partiti e condizionato da una classe padronale paurosa, priva di iniziative e alla ricerca costante di benefici e provvidenze statali, la ricetta da proporre è di difficile formulazione.

Il liberalismo ha dato il meglio di sé in Inghilterra, dove l’empirismo è stato il pensiero filosofico trionfante.

Sono queste le ragioni per cui anche le soluzioni proposte da economisti di grande vaglio finiscono in piscem, come la Sirena oraziana, se ad applicarle sono Paesi a burocrazia controllata da uomini politici, rappresentanti dello Stato-autoritario, che è l’unica espressione possibile del potere di governo nella cultura dominante nell’Euro-continente.

Anche in Italia, quindi, parlare di soluzioni per la crisi economica in atto rischia di essere vuota ciarla.

Neppure può salvare il culto della libertà, nella parte non insulare del vecchio Continente, la vocazione Europeista dei Paesi che ne fanno parte; anch’essa, ormai, sa di naftalina. Tale vocazione conduce inevitabilmente all’esasperazione di una burocratizzazione della vita collettiva che ha pur sempre origine nella volontà tirannica del Re Sole, di Napoleone e dei dittatori successivi (Hitler. Mussolini, Franco, Salazar)   e che, non a caso, è stata ritenuta asfittica e rifiutata dal Paese creatore del vero liberalismo, l’Inghilterra che è uscita clamorosamente dall’Unione Europea con la Brexit.

So bene che l’Unione era nata con un diverso intento.

Comunque, a differenza che per i nostri antenati, per noi oggi non vi sono alibi: essere governati da un esercito di burocrati, telecomandati da politici di ben ventisette Paesi (non sempre di eccelsa tradizione ed apprezzabile esperienza burocratica), condizionati da imprenditori senza imprenditorialità vera, non può essere considerata una meta, ma probabilmente un pasticcio da rivedere.

Nell’Europa asservita da duemila anni a fideismi d’ogni tipo e dove sembrano ancora mancare le condizioni per la nascita di un pensiero veramente libero, ben vengano, quindi, i movimenti “antisistema” soprattutto se colti e filosoficamente motivati.

Sino a qualche tempo fa, si poteva cogliere nelle dichiarazioni e nei comportamenti del Movimento Cinque Stelle qualche segno di consapevolezza della strada da intraprendere.  L’idea di Beppe Grillo, secondo cui, in Italia i partiti assolutisti non sarebbero soltanto i fascisti, dispersi in varie forze politiche, talune addirittura sedicenti liberali, ma (peraltro, in numero molto maggiore) ma i Democratici, nella doppia componente, post-democristiana e post-comunista, che continuano a credere negli assiomi dell’ugualitarismo cattolico e marxista (oggi molto annacquati, ma sempre pericolosi per la loro falsità).

A tale diagnosi corrispondeva il sentire della gente. Si avvertiva (e si avverte) effettivamente il disagio di vivere male e di non poter sopravvivere al fango che rischia di sommergere l’intero Paese; e si aveva fiducia che qualcuno l’avesse capito.

Le recenti trattative per l’elaborazione dell’ennesima legge elettorale truffaldina, sedendo al fianco  degli autori del Porcellum e dell’Italicum, sono state un duro colpo per le speranze degli Italiani.

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