Nelle interviste da lei date a “Rivoluzione liberale” non ha parlato, se non in modo fugace, del fenomeno del neo-realismo italiano del secondo dopoguerra mondiale. E’ possibile dare un’interpretazione del suo silenzio, alla luce delle negative valutazioni della cultura fortemente ideologica del bel Paese? In altre parole, la sua omissione ha un significato politico?

No! Una certa propaganda di sinistra ne ha voluto fare il simbolo del cinema povero, girato con interpreti presi dalla strada, con pochi mezzi e scenografie naturali, e rappresentarlo come una sorta di Davide italiano che, con una modesta fionda, sconfigge e abbatte il Golia Hollywoodiano. A parte il “classismo” insito in una tale visione, “muscolare” e “partigiana” del confronto con il cinema statunitense, non v’è nulla in essa che possa alterare il senso della mia valutazione sulla cultura italiana, da me ritenuta infarcita di troppi dogmatismi, per esprimere opere di grande razionalità. Ho sempre sostenuto che essa è contraria a una libera espressione del pensiero inteso come logica e non, di certo, come creatività artistica e fantasiosa.

 Quali ritiene che siano state le ragioni di quel periodo d’oro della nostra produzione filmica ?

Nell’immediato secondo dopoguerra mondiale, lo spirito di ripresa e di rinascita di un popolo che era stato assuefatto dal Duce al servaggio (e costretto a ripetere giaculatorie imboccate dai potenti gerarchi del Regime) era prevalso su tutto un desiderio di riappacificazione ed esso si era accompagnato al proposito di porre una pietra tombale sugli odi scatenati da una feroce e crudele guerra civile fra opposti schieramenti.

Ci si rendeva conto, all’improvviso, che tutti fossero stati caratterizzati da pregiudizi assolutistici e come tali intolleranti?

Certamente, no! La guerra militare e quella civile, però, sia pure per un brevissimo tempo, erano state archiviate nella coscienza degli Italiani e la creatività cinematografica, aveva potuto esprimersi senza i condizionamenti e i paraocchi dei tre assolutismi da sempre egemoni nel Paese.

Mi pare di capire, che l’evento, nella sua genesi,  rimanga misterioso anche per lei.

Soprattutto per la sua assoluta imprevedibilità. Non posso parlare, da uomo con pretese di razionalità, di una sorta d’incantesimo che aveva regalato all’Italia una vera e propria stagione d’oro di creatività artistica, ma il neo-realismo cinematografico resta, come lei dice, un mistero per un Paese che aveva prodotto in rilevante quantità, fino a quel momento, solo film di pura propaganda politica fascista (“Luciano Serra, pilota”, “L’assedio dell’Alcazar”, “Bengasi”) o d’ingenua edificazione religiosa cattolica (simil “Golgota”).  E’ vero che c’erano stati “Ossessione” di Luchino Visconti e “I bambini ci guardano” di Vittorio De Sica, ma nessun critico s’era accorto della svolta.

I film di propaganda avevano, comunque, riempito le nostre sale cinematografiche! Non dimentichiamocelo!

Certamente. Era la stessa gente delle adunate oceaniche di piazza Venezia!  La valutazione di cittadini adusi a un bimillenario servaggio non andava nella direzione di un vero giudizio critico sul valore artistico dell’opera ma in quella ben diversa della propria congenita e connaturata convenienza di plaudire ai Potenti del momento (che erano il Duce e il Papa).

Nel secondo dopoguerra mondiale, però, le cose erano, se mi consente l’avverbio, “miracolosamente” cambiate e gli Italiani avevano trovato un coraggio di cui nessuno li riteneva dotati. Sa indicarmene le ragioni?

Non è facile. Si può pensare che la sconfitta bellica avesse fatto ritrovare agli Italiani quello spirito di coesione sociale che raramente essi hanno conosciuto, nei due millenni della loro storia. In quegli anni di sofferenza e di dura, faticosa ripresa, la delusione per tutte le “chiacchiere” che politici e preti continuavano a raccontare era, probabilmente, giunta al diapason. La gente sapeva che in divisa, in borghese o in abito talare quei lor-signori non avevano evitato, ma anzi procurato, lutti e dolori per la gente. L’assolutismo cattolico e quello della destra nazionalista, da molto tempo entrambi presenti nella mente e nella coscienza dei nostri connazionali nelle sembianze del clerico-fascismo sembravano caduti in sonno e divenuti muti per le orecchie degli Italiani. Il regime mussoliniano era stato messo alle corde dalla sconfitta in guerra. Gli autori di opere narrative, soprattutto cinematografiche, pur restando profondamente conformisti e pur continuando ad avere le ali tarpate per prendere il volo, provavano a gustare il sapore di una conquistata, sia pur limitata, libertà di espressione e si consentivano punte coraggiose di satira, con accenti sapientemente bonari, insperate un decennio prima. Nel periodo magico del neo-realismo l’intelligenza notevole degli Italiani si era miracolosamente unita, a un controllato coraggio, virtù rara tra gli abitanti dello Stivale. Si era trattato, ovviamente, di un tempo brevissimo, ma c’era stato.

Lei dice:  a causa, probabilmente, della ritrovata coesione nazionale dopo i disastri provocati con la guerra. Oggi si può dire che si è trattato, comunque, di una stagione veramente prodigiosa e dagli effetti sorprendenti.

L’impatto mondiale della nostra produzione filmica è stato enorme ed è ricordato, come meraviglioso, da tutti i grandi Maestri del settore. Il nostro cinema, negli anni d’oro del neo-realismo e immediatamente successivi, è stato abbastanza presente anche nelle maggiori competizioni internazionali europee e negli Academy Awards di Los Angeles, nell’Orso d’oro di Berlino e nei Palmares di Cannes.

Il blocco catto-comunista con la congiunzione delle due note e ingenti forze politiche, il partito democristiano  e quello  comunista, non si era già organizzato?

No e per ragioni anche storiche! Nel corso della guerra civile il coagulo non c’era stato per reciproca diffidenza. La democrazia cristiana aveva un’originaria, forte, componente centrista o di destra. Le intese tra social-comunisti e democristiani di sinistra erano state avviate sotterraneamente solo dopo il crollo dei governi di Alcide De Gasperi e la “distruzione politica” di Piccioni. C’è chi sospetta che vi fosse stato l’intervento di una “manina straniera”, al fine di avviare, in tempi lunghi, quel processo di social-democratizzazione dei comunisti; giunto, poi, sino alla comparsa dei Napolitano e dei Renzi dei nostri giorni.

Mi sembra un’ipotesi inverosimile, all’epoca, per le sue prospettive future. Non possiamo dimenticare che persisteva la suggestione religiosa come ostacolo, prima all’abbraccio e poi alla fusione in un unico partito di tutti quelli che per motivi di pur diversa fede credevano nell’utopia dell’eguaglianza umana sulla Terra.

Sì, c’era anche il vezzo di alcuni intellettuali di sinistra dell’anticlericalismo, ma si trattava soltanto di una frangia ridotta di radical-socialisti. Le donne comuniste frequentavano Don Camillo con il consenso di Peppone!  Un bestemmiatore che imprecava contro un Dio, in cui, evidentemente, credeva. Aggiunga che i Pepponi si dichiaravano materialisti storici senza neppure comprendere il significato di ciò che affermavano.

Ritiene che, anche fuori dei confini del cinema neo-realista, vi siano state in Italia figure di registi e sceneggiatori italiani che possano ricondursi all’idea liberale, intesa ovviamente in senso non partitico, di amore per la libertà?

Gli unici nomi che mi vengono in mente sono quelli di Pietro Germi e di Mario Monicelli. Il primo è stato una vittima del regime catto-comunista che si andava prefigurando in Italia. Germi era un uomo veramente libero, non condizionato da dogmi o assiomi e il suo cinema ebbe l’avversione dei militanti duri e puri dei partiti fideisti italiani. Erano film che inquietavano i conformisti religiosi e della sinistra dominante. Germi non lanciava “messaggi” di un ipotetico futuro di eguaglianza socio-economica, che sarebbe piaciuto ai timorati di Dio e di Stalin, ma esprimeva, al meglio, il concetto di una laica solidarietà per i diseredati della vita, i deboli, i disarmati. Mario Monicelli resta, per me, il più lucido e razionale dei nostri registi; una figura del tutto insolita e unica nel panorama dei nostri uomini di cultura. Considerato, da una parte della critica, cinico e spregiudicato, ci ha dato film che hanno anticipato l’irriverenza e la sincerità della più recente produzione anglosassone. Un borghese piccolo, piccolo e Parenti serpenti non hanno nulla da invidiare a pellicole di uguale, disincantata visione dei rapporti familiari e della natura umana. A differenza di Germi, Monicelli non amava l’umanità di cui coglieva con uguale, limpida chiarezza tutti gli aspetti negativi. E li descriveva con una spietatezza estranea alla perspicacia indulgente del regista genovese.

Sì, ma si dichiarava comunista, almeno negli ultimi tempi…dopo una lunga milizia socialista.

Perché era un uomo-contro e le sue simpatie politiche fuori dal recinto dell’amore per la libertà più sconfinata possono spiegarsi con il disprezzo sostanziale che aveva per la stragrande maggioranza dei suoi simili.

So bene che non rientra nell’argomento, ma mi farebbe piacere conoscere la sua opinione sulle idee politiche di Federico Fellini, rimaste sempre avvolte nel mistero.

Certamente, Fellini non ha seguito la moda dei suoi colleghi cineasti di dichiararsi comunista. Non lo era e forse non era neppure convinto del voto che verosimilmente, dava alla Dc, turandosi il naso (come gli suggeriva Montanelli) o a partiti del centro. Personalmente ritengo che le sue opinioni oscillassero tra l’anarchismo (della maggioranza dei suoi film) e l’autoritarismo (di Prova d’orchestra). In realtà, più che proporsi di avere delle idee politiche, Fellini mi sembrava concentrato soprattutto su se stesso e sulla fantasmagorica superfetazione del suo Ego ha creato i suoi capolavori. Per Federico Fellini dobbiamo spostarci dal campo della ragione a quello della pura fantasia, dell’immaginazione più libera e della creatività artistica più disorientante. Il suo merito è stato anche quello di fare il regista senza pretendere di essere lo sceneggiatore unico dei suoi film, pur avendo iniziato la sua carriera in tale veste. Per lo script, del suo primo periodo di attività, si è avvalso della collaborazione delle più belle penne allora esistenti. Nei suoi ultimi lavori, sempre più spesso, non si avvaleva neppure di un plot predefinito: improvvisava sul set.

 

CONDIVIDI