L’albero della conoscenza e quello della libertà sono essenze rare e di difficile trapianto nei giardini Europei del Continente. Sono piante non amate da credenti e sacerdoti della fede né da discenti e docenti fanatici dell’ideologia. Un’erba, repente, strisciante o rampicante, che attecchisce bene in tali terreni è, invece, quella dei luoghi comuni.
E’ necessario munirsi di un efficace diserbante, di forbici bene affilate e tentare di ridurne l’affollamento nella nostra mente. Per dei lettori “rivoluzionari” come quelli del nostro quotidiano on line non sembra male compilarne un elenco: un work in progress, aperto ai loro suggerimenti.

Positivismo giuridico, senso dello Stato e certezza del diritto.
Può veramente entusiasmare l’esistenza di un diritto in sé, quale che sia e quale che sia applicato in una data comunità, solo perché posto e fatto valere dagli organi o autorità che esso indica come competenti a farlo?
Certo! La presenza di regole è necessaria per regolare la convivenza di ogni collettività umana. E più che pensare all’idea ancora più bislacca di un diritto naturale (leggi dettate dalla Natura e portate dal vento o dal soffio cosmico dell’Universo o diffuse dalla voce tuonante nell’etere di un invisibile Dio) meglio affidarsi a provvedimenti legislativi e regolamenti prodotti uomini anche se non sempre d’intelligenza eccelsa e di moralità specchiata. Non è colpa del diritto codificato: le selezioni delle persone da mandare in Parlamento da parte delle masse avvengono in forza di marchingegni escogitati dai furbi per gabbare gli ingenui o, nel migliore dei casi, per effetto d’incomprensibili più che imperscrutabili affinità. Non è di conforto neppure pensare che quelle leggi siano applicate, nelle aule dei tribunali e delle corti di giustizia, da dipendenti statali vincitori di un concorso del livello iniziale (e quindi basso) nell’ambito delle selezioni pubbliche.
A conforto dello scetticismo c’è la circostanza che le idee in proposito sono diverse già tra le due parti della stessa, nostra civiltà giuridica occidentale.
Per gli Anglosassoni, il Diritto di cui s’invoca la certezza non può che essere quello sostanzialmente giurisprudenziale (Common law) e dev’essere accertata la corrispondenza tra Sistemi di governo e rispetto della libertà.
Gli studi di Friedrich Von Hajek e di altri studiosi su tale punto non hanno l’equivalente per la Civil Law.
Eppure, come per il Diritto Pretorio dell’antica Roma Repubblicana, la Common Law dei Paesi Anglosassoni, è opera di persone investite della funzione in un modo cui non sono estranee la lunga e proficua esperienza acquisita nell’attività legale e la volontà popolare che conferma e convalida, dopo un certo tempo, la scelta operata dai pubblici poteri.
In quei Paesi se c’è il rischio che qualche legge del Parlamento non rappresenti il massimo della chiarezza, non c’è alcun pericolo che i giudici che fanno la giurisprudenza siano dipendenti statali con il loro semplice nozionismo tecnico giuridico da esame di concorso di primo livello.
Non possiamo dire che sia altrettanto rassicurante la situazione nei Paesi retti dal Diritto Codificato (Civil Law).
D’altronde, che intendiamo per diritto oggettivo? La risposta è ovvia, quello positivo; quello che esiste per tabulas; quello che è applicato nella nostra comunità perché posto e fatto valere dagli organi o autorità che sono competenti a fare ciò. Sul piano formale e astratto, sono affermazioni che non fanno una grinza, mal sul piano sostanziale possiamo dire lo stesso?
Di recente a noi Italiani deve dare sicurezza il diritto di un Parlamento dichiarato illegittimo dal nostro massimo organo di garanzia costituzionale perché non riproducente gli equilibri politici esistenti nella collettività. Il Paese, finito con l’essere dominato da una minoranza in forza di un marchingegno elettorale, del tutto illegittimo costituzionalmente, è retto da una minoranza. Come si fa a dire, in tali condizioni, che il diritto codificato rappresenta sempre il massimo della garanzia democratica e del rispetto della libertà?
In termini un po’ più astratti, dobbiamo porci la domanda: un sistema che diventa unicamente espressione del compromesso tra forze che lottano tra di loro, senza esclusione di colpi, solo per l’occupazione di posti di poteri, violando la legge fondamentale dello Stato, lasciando dilagare la corruzione più piena, ostentando un sostanziale distacco della massa dai problemi che riguardano la collettività può mai essere alla base di una democrazia libera su un piano che non sia meramente formale?
Il positivismo giuridico non ci dà scappatoie: lo Stato, quale che sia, è l’unica forma di salvezza da un individualismo disgregante. Non deve preoccuparci di chi sia la volontà del Legislatore. Può essere quella di Napoleone e dei Napoleonidi del “secolo breve” (Hitler, Mussolini, Franco, Salazar: non importa)!
E se è così, un amante della libertà può sentirsi confortato dal suono magico dell’espressione: certezza del diritto?
L’Europa Continentale, da due millenni, è dominata da concezioni assolutistiche, religiose e politiche, di natura indubbiamente autoritaria. Anche il nostro diritto, quindi, può essere espressione dell’autoritarismo, entrato nel DNA degli Europei di terraferma del vecchio Continente. Così come nel DNA degli Inglesi c’è la circostanza, non irrilevante, che in quel Paese neppure la Monarchia è stata assoluta, se si fa eccezione per il brevissimo periodo dei Tudor.
Noi giuriamo sull’oggettività del nostro Diritto, per il suo carattere di astrattezza e generalità: riteniamo che esso discenda in modo conseguenziario da alcune premesse che sono, comunque, meramente teoriche.
Orbene, anche la legge scritta da un dittatore con visioni assolutistiche, autoritarie, intolleranti può avere tale carattere: basta ciò per ritenerla veramente giusta? E la sua certezza costituisce sempre un dato rassicurante?
Dobbiamo essere felici, per esempio, dei reati di vilipendio, ancora presenti nel nostro codice penale, anche se essi avrebbero fatto “incavolare” i pensatori come William Hazzlit, secondo cui la libertà è l’unica vera ricchezza dell’essere umano?
La verità è che la legge, in Paesi in cui l’autoritarismo è presente sotto molteplici sembianze (religiose o politiche) difficilmente è veramente rispondente al bisogno di libertà dei cittadini.
Nel realismo giuridico della scuola anglosassone (ma anche scandinava) la certezza del Diritto di cui parla Kelsen diventa mera prevedibilità della regola. E ciò assesta alla teoria positivistica un colpo da knock-out.
Personalmente aggiungo che l’ordinamento giuridico codificato, con la rigidità e l’astrattezza che lo caratterizza non nasce per niente dal razionalismo, come si sostiene, ma dal suo opposto, l’irrazionalismo che è alla base delle filosofie idealistiche, da Platone a Hegel.
E’ del tutto illogico, a mio giudizio, pensare che l’Idea precede e configura astrattamente la realtà, anzi che dipendere essa dall’esperienza e dalla conoscenza concreta.
In conclusione: Non mi sembra esaltante l’idea di un diritto, certo quanto si vuole, ma pur sempre emanato da uno Stato che, in ipotesi può essere oppressivo e autoritario, e interpretato e applicato da una classe impiegatizia da esso stipendiata. Non mi si chieda, quindi, di sentirmi rassicurato dal fatto che il diritto oggettivo che osservo sia certo, pur nella sua farraginosità spesso truffaldina. La sua certezza è per me soltanto la prova di una battaglia persa sul piano della logica e del raziocinio. E della libertà! Lo dico con un certo rammarico, perché condivido l’aforisma di Hazzlit.

*

La cultura francese e l’illuminismo. Altro giro, altra domanda:
Erano proprio così luminose quelle idee contenenti i germi oscuri e tetri del Terrore?
Ritengo di no. Ogni movimento ideologico, astratto e falsamente utopistico, contiene sempre in sé elementi che possono sviluppare violenza e odio contro l’umanità che si ritiene schierata idealmente su un fronte contrapposto. La pretesa superiorità dei propri convincimenti genera disprezzo e rancore (non amore e fraternità, come falsamente si proclama). Il cosiddetto “secolo” breve ha fornito tristemente prova di ciò.
A riprova dell’autoritarismo, insito nella successione di tutti i governanti d’oltr’alpe (ma anche dell’intera Europa continentale), basta osservare che i nostri cugini francesi, a dispetto della loro rivoluzione e degli inni alla libertà, hanno conservato tutta intera l’ossatura burocratica dello Stato assoluto, voluta dal Re Sole e dal suo “illuminato” Ministro Jean Baptiste Colbert, fanatico di un governo tirannico, attraverso i bureaux, senza limiti. La vita libera dell’intero Euro-continente è tuttora compromessa dall’invenzione del Ministro francese. L’acronimo ENA (che indica la Scuola Nazionale della pubblica Amministrazione d’oltr’alpe) manda in visibilio i fiacchi ripetitori di frasi fatte ma irrita chi nel sistema di pubblica amministrazione, impostoci da Napoleone, e coltivato, non a caso, da Mussolini vede uno dei segni più inquietanti dell’autoritarismo che impedisce al Bel Paese di essere una vera (e non corrotta, per la stretta dipendenza dal potere politico) democrazia.
La parte continentale delle Vecchia Europa non conosce il collegamento diretto dei pubblici dipendenti con la Comunità, senza passare attraverso la mediazione dello Stato dominato dal potere politico. Non ha il sistema burocratico della Gran Bretagna a garanzia dell’imparzialità e correttezza amministrativa. E tanto meno quello giustiziale.
In Italia, anche chi amministra la giustizia è un impiegato pubblico, vincitore di un concorso, che non ha ricevuto né riceverà mai alcuna investitura popolare. E’ la longa manus dello Stato autoritario, come in Francia e in altri Paesi Europei; ed è l’espressione di autoritarismo congenito, personale, innato e autoreferenziale, come in Italia.
C’è da chiedersi se la sostanziale mancanza di libertà per la presenza incombente di una burocrazia e di un sistema giustiziale di tal fatta, non abbia influito sull’arretratezza economica dell’Europa continentale rispetto alla parte Anglosassone dell’Occidente.
L’Euro-continente non è riuscito a districarsi dalle trappole della società manifatturiera ordinaria (non d’eccellenza) ed è stata abbandonata dagli Anglo-americani che, stanchi di aspettare un evento che non si realizzava mai (la de-industrializzazione) hanno tirato i remi in barca, isolandosi, ovviamente nel loro precipuo se non esclusivo interesse, dal resto dell’Occidente.
L’Unione Europea, nel suo complesso, s’è mostrata del tutto incapace di stare al passo con lo sviluppo del capitalismo in direzione della produzione di beni immateriali e di servizi, è rimasta alla metà del guado verso l’approdo alla società post-industriale; e rischia di restarci per sempre, dopo l’isolazionismo britannico e statunitense.
La vittoria di personaggi politici come Emmanuel Macròn segna il trionfo degli industriali pavidi Europei, che pur di mantenere in piedi le loro industrie decotte e non più competitive sono disposti a favorire l’islamizzazione sostanziale del nostro Continente. E ciò, per avere una mano d’opera di nuovi salariati a basso costo, di sotto di ogni minimo sindacale.
La confusione politica che regna in Italia, consente ai nostri governanti, peraltro non sempre investiti di potere dal popolo sovrano in modo ortodosso, di seguire pedissequamente la leadership Franco-Tedesca.

*

Arrestare le nefandezze del capitalismo. E’ la frase fatta e priva di sbocco della gauche Europea, infarcita di illusioni ugualitarie. Il capitalismo non è eliminabile nella società patriarcale, dominata dall’ossessione maschile di assicurare ricchezza al prodotto del suo liquido seminale. Esso semplicemente non esiste nelle comunità matrilineari, ma il ritorno ad esse non appare verosimile neppure alle più agguerrite femministe, che vogliono lo scettro del comando non la sua distruzione.
Nella situazione data, un uomo amante della libertà, non può che vedere con dispiacere l’arresto dello sviluppo capitalistico e all’incremento della ricchezza che significano anche sostegno alla ricerca scientifica.
Né, da persona libera, può inneggiare al nuovo schiavismo. Una plebe di diseredati è offerta dai nostri governanti a imprenditori che non hanno saputo adeguare la loro attività ai nuovi tempi. Si deve inneggiare alla presenza nel nostro territorio di lavoratori a basso costo, che in buona sostanza, altri non sono che i nuovi schiavi del terzo millennio?
Al socialista (o Fregoli) francese, recentemente eletto, più per odio verso Marine Le Pen che per convinzione vera, applaudono, con buona ragione, tutti, i gauchiste euro-continentali e i codini dell’Ecclesia.

*N.B. Pur non coincidendo con la linea del giornale, l’intervento del Presidente Mazzella contiene spunti interessanti ed un diverso punto di vista, che, come è nella tradizione liberale aperta alla dialettica, merita di essere tenuto nella giusta considerazione.

CONDIVIDI