Sul problema dell’immigrazione bisogna porsi una domanda, evitando l’emozionalità delle risposte e tenendo ben saldi i piedi sul terreno della logica.

Cominciamo dalla Storia e chiediamoci: a che cosa sono serviti, storicamente, i flussi di popolazioni diseredate da terre povere verso Paesi a forte crescita produttiva?

Ad alimentare la forza-lavoro, laddove quella della popolazione indigena si rivelava insufficiente per mandare avanti, in modo adeguato, la macchina della produzione.

Gli immigrati hanno reso soprattutto possibile la crescita della società agricola e industriale occidentale (statunitense, britannica, europea), quando le popolazioni locali mostravano riluttanza a impegnarsi i fatiche particolarmente dure.

Gli americani del Nord hanno fatto addirittura ricorso alla schiavitù con catene; i britannici e gli europei all’utilizzazione di popolazioni coloniali. Tutti, servendosi della religione, come strumento palese od occulto di persuasione.

Passiamo alla situazione attuale. Perché, oggi, sull’immigrazione l’Occidente s’è spaccato in due, con la chiusura dei flussi verso gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna e l’apertura e il sostegno alle immissioni anche con ingenti mezzi economici verso i Paesi dell’Europa Continentale?

Una risposta plausibile è mi sembra questa.

Perché i Paesi Anglosassoni sono in larga parte usciti dall’orbita della produzione industriale ordinaria, entrando prepotentemente nel mondo (il primo) della creazione di beni immateriali, di manufatti di grande eccellenza e di servizi (in altre parole: nella cosiddetta società industriale).

E’ chiaro che, in tali mutate condizioni, a essi non servono più masse d’immigrati incolte, prive di capacità lavorative in settori molto specializzati, idonee a inserirsi in una società, che avendo in grande parte sconfitto il rischio dell’inquinamento con l’eliminazione delle ciminiere delle fabbriche, può dedicarsi al benessere dei propri consociati come mai altre aggregazioni umane prima d’ora.

L’Euro-continente non ha saputo rispondere alle sollecitazioni dei partneroccidentali Anglosassoni a de-industrializzarsi: è rimasto al palo e non ha saputo disincagliarsi dal mondo industriale (divenuto, per forza di cose, il secondo, non molto dissimile da una larga parte del terzo), con l’aggravante di divenire non più competitivo sul mercato mondiale dei manufatti per l’alto costo della sua mano d’opera e del suo welfare.

Per non finire soffocata nella palude con sabbie mobili, resa più pericolosa dall’isolazionismo nordamericano e britannico, l’Unione Europea è stata costretta, anche se in mutate condizioni storiche, a far ricorso al vecchio strumento dell’immigrazione e dell’accoglienza nei propri confini di lavoratori a basso costo.

Da qui: il ricorso a mezzi economici, particolarmente ingenti, per procurarsi una mano d’opera non più reperibile sul mercato interno.

Il tutto, naturalmente, con la consueta mobilitazione mediatica delle emozioni al fine nascosto di contrabbandare come opera umanitaria un’acquisizione di forza-lavoro volta a ben altri fini.

CONDIVIDI