Per la serie “aiuti quotidiani al populismo”, è in primo piano, nelle recenti settimane, la vicenda del livello di retribuzione dei grandi volti RAI: gli indirizzi di legge vengono rispettati solo in parte, il che apre la via verso casi abnormi  la cui vetta è Fabio Fazio, pagato 11,67 volte di più del Presidente della Repubblica. L’aiuto al populismo deriva da un modo di interpretare la legge, che viola il senso comune e fa imbestialire i cittadini.

In sostanza, la nuova legge dell’editoria nell’estate 2016 ha stabilito il tetto di 240 mila euro (quanto percepisce il primo Presidente della Cassazione) di stipendio per gli amministratori, i dipendenti e i consulenti della RAI, non superabile nemmeno in caso di emissione di titoli finanziari quotati da parte dell’azienda. Formulazione concepita per evitare l’applicazione della norma del decreto Salva Italia (dicembre 2011) che consentiva di non rispettare il tetto quando si fosse ricorsi a prestiti obbligazionari, cioè si operasse in regime di concorrenza. Tale formulazione non è però bastata. Di fatti, la piovra del mondo RAI , per difendere i propri privilegi con le unghie e con i denti, ha escogitato con il pieno assenso del Governo una distinzione in base ad un decreto della primavera 2014 sui “contratti d’opera”: le prestazioni artistiche non rientrano nel tetto, applicabile solo ad amministratori, dipendenti e consulenti.

Su questa linea si sono attestati due pezzi da ’90 della RAI, prima Bruno Vespa (il quale ha scritto ricordando come la sua trasmissione Porta a Porta sia una prestazione artistica e non giornalistica) e in ultimo Fabio Fazio (il quale ha detto che, seppure nel centesimo della rivoluzione russa, non si può contrastare il  sistema di mercato in cui opera la RAI e quindi è bene applicare le quotazioni correnti  per le trasmissioni di intrattenimento). E non si pensi che dichiarazioni simili siano elucubrazioni delle persone interessate, poiché il Direttore generale RAI, Mario Orfeo, ha teorizzato esplicitamente che i compensi altissimi corrisposti portano un vantaggio alla Rai in termini di valore del prodotto e di benefici economici.

Ed è qui che spunta l’aiuto ai populismi. Perché la RAI giustifica di continuo i propri privilegi  con l’essere il cardine del servizio pubblico dell’informazione pagato dagli utenti con il canone (tra l’altro riscosso mediante l’addebito nella bolletta elettrica, che sfida la costituzionalità). Ma un servizio pubblico sta al di sopra del mercato, non è in concorrenza nel mercato. In specie quello dell’informazione. Le ragioni dell’esistenza della RAI-TV,  stanno nell’opportunità di coprire settori altrimenti trascurati (ad esempio cultura non effimera , divulgazione della scienza, approfondimenti storici),  di esercitare un sistema quanto più possibile equilibrato e imparziale nel dare le notizie di attualità, di assicurare una tribuna senza vincoli in caso essa sia necessaria per svolgere compiti istituzionali del tipo allertare la popolazione. Non stanno nello sfruttare le risorse pubbliche per contendere gli artisti sul mercato dell’intrattenimento e del sollazzo. Quando lo fa, il servizio pubblico tradisce il suo compito e si trasforma in centro di potere che sgomita per esibirsi  ed affermare così il suo peso sociale. Ma allora scatta la protesta dei cittadini. Ben comprendono come, dietro le esibizioni muscolari del potere RAI, si nascondano i privilegi delle reti di clientele che prosperano nelle strutture preposte ad organizzare materialmente le trasmissioni imperniate sulle prestazioni artistiche. Tale protesta è la culla dei populismi.

L’Avvocatura dello Stato, che avalla l’interpretazione di norme pensate per enti pubblici, quali l’Eni (che stanno sui mercati internazionali) applicando i contratti d’opera agli artisti in RAI, è gravemente colpevole. Ma lo è ancor più il governo che, facendosene scudo, consente venga distorta la volontà del parlamento, approfondendo il fossato che separa i cittadini dalla gestione burocratica pubblica e facendo crescere il discredito per le istituzioni. Distinguere in RAI tra giornalisti e artisti quanto a retribuzione,  è un’offesa al senso comune. Specie nell’attuale momento, in cui milioni di famiglie sono strette dalle gravi difficoltà economiche e sono incredule nel vedere sperperati i soldi pubblici in settori del tutto estranei ai compiti delle istituzioni che prima di tutto dovrebbero prendersi cura delle condizioni di vita dei cittadini.

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