Il PLI, Partito Liberale Italiano, si approssima a festeggiare il ventennale della sua ricostituzione avvenuta il 4 luglio 1997. Oggi, è una piccola realtà che ha difeso valori e ideali, e che nel procedere politico di un’Italia contraddistinta dal 50% di astensionismo riacquista una sua visibilità, vuoi perché i contenuti sono stati conservati, vuoi perché nell’idea liberale la ricetta è sempre chiara: uomini garantisti e onesti, liberali nel rigore e con uno Stato autorevole ma minimo.

I valori e l’identità in politica sono un presupposto, non possono essere una proposta, certamente, ma offrono una casa certa, oggi come per domani. Innovativi, sul ceppo autentico del liberalesimo e del liberismo, si può essere contemporaneamente conservatori e progressisti; apparenti paradossi, ma che legano la qualità delle persone che sono autenticamente liberali al pragmatismo delle proposte, mai ideologiche. Chi è liberale guarda, da sempre, al futuro.

Con l’ultimo Congresso Nazionale, celebrato il 12-14 maggio 2017, ci riconosciamo naturalmente nell’alveo del centro destra italiano, senza essere mai stati né berlusconiani né tanto meno renziani (ad altri “diversamente” liberali lasciamo questi apparentamenti), quali eventuali membri di coalizioni o di alleanze, ovvero autonomi e, comunque, sempre scomodi seppur seri.

Alcuni analisti italiani comprendono bene che da noi un “Macron” non può esistere, seppure una rivoluzione “macroniana” potrebbe far rinascere una buona politica di qualità in Italia; una di quelle “rivoluzioni”, ovviamente, liberali e popolari. Abbiamo avuto molte prove deludenti di leadership sbagliate, ma anche di sistemi elettorali distruttivi, anzché premianti le migliori risorse e competenze sia politiche che della classe dirigente del paese.

Solo nell’ottica di uno “stato minimo” si possono ridurre le tasse, rendere le libertà non un proclama ma una realtà concreta, far sì che i cittadini crescano con le loro gambe e, dunque, garantirsi un futuro. Oggi, è palese la crisi e la necessità di ricette realmente liberali per rilanciare l’economia, salvare lo Stato da una disastrosa crisi istituzionale e riportare l’Italia fra il novero delle nazioni progredite.

Lo Stato “liberale”, per sua natura, è uno stato “nazionale” perché riconosce nell’autorevolezza delle proprie istituzioni democratiche, con confini ben precisi, il presupposto per contrapporsi come cittadini liberi; perciò, dobbiamo ricordarci che si è liberi solo se si difendono l’identità e i valori, ma che senza un’economia reale, senza ricchezza nazionale e benessere individuale si perdono le libertà e i diritti. I confini, per un liberale, sono tutto: sono l’ambito in cui lo si è, si garantisce libertà, si accoglie chi lo vuol essere nel rispetto di valori e regole.

Per questi motivi, l’idea che i liberali hanno di Europa è “federativa”, non certo “unionista”; dunque, senza perdita di identità, di usi, di lingue e di costumi, e con limitate deleghe di sovranità ai livelli superiori. L’Europa è per noi sia sviluppo che garanzia, perché nazioni libere e liberali sono fondamentali per il mantenimento e l’allargamento a tutti dei diritti e delle libertà. In Europa esiste una ricchezza culturale che continuamente attrae da tempi immemori; noi siamo la culla della civiltà occidentale, delle libertà e dei diritti.

Visione politica, ordine delle scelte, disciplina nel perseguimento degli obiettivi sono termini focali per determinare una politica efficace. Guardando a tutti coloro profondamente disinteressati dall’insipienza della politica italiana, crediamo di poter offrire un rifugio e un potenziale; sappiamo resistere, dunque, sappiamo rischiare.

 

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