Mentre bevo un caffè in un grande bar di Roma, si affaccia un giovane migrante. Poco più di un ragazzo. Sguardo intelligente, aspetto pulito. Non il solito insistente questuante incontrato, ogni dove, ai semafori o ai parcheggi. Con voce sommessa – forse timido per l’italiano incerto – domanda a una commessa e poi alla cassiera, se vi sia lavoro per lui. Qualsiasi lavoro. Gli rispondono di tornare con un curriculum. Sembra smarrito. Forse non capisce la precisazione o, semplicemente, non sa. Che ci potrebbe scrivere, d’altra parte? Sbarcato a Pozzallo, ospitato nel CIE di …..? Si guarda intorno, cercando forse un chiarimento o un suggerimento che però non arriverà. China la testa, ringrazia e lentamente esce. Qualcuno vorrebbe dargli la solita moneta. Ma si trattiene, perché non vuole offendere il ragazzo che cerca lavoro, non l’elemosina.

Appena fuori dalla porta diventa argomento di conversazione tra gli altri avventori che si interrogano a vicenda sul senso di quella presenza e sulla stolidità di chi, al governo del Paese, vede solo la parte più scenografica dell’accoglienza.
Ecco questa e’ l’integrazione che i nostri governanti propongono alle migliaia di migranti ricevuti a braccia aperte nei nostri porti e, poi, abbandonati a se stessi, a vagare nelle strade delle nostre città, senza meta, senza futuro. Forse la cooperativa, che se lo è aggiudicato, continuerà a dargli da dormire e da mangiare (mangiandoci sopra, essa per prima, é chiaro) ma non si preoccuperà di aiutarlo a scrivere un curriculum (con almeno i dati anagrafici e i recapiti certi). O di indicargli dove e da chi recarsi per cercare un lavoro, anche semplice, anche per pochi giorni. Già, dimenticavo, a questo provvedono i “caporali” che intruppano i raccoglitori nelle campagne. Per gli altri, il commercio abusivo di griffe contraffatte, lo smercio di stupefacenti, la vendita di altri articoli, inclusi se stessi. Ringraziamo le ONG che li hanno “salvati” dal bisogno e dallo sfruttamento nei paesi di origine per abbandonarli alla desolazione e al lavoro nero nel nostro. Le coscienze dei nostri governanti sono salve. Così le tasche dei professionisti dell’accoglienza.

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