Lo ius soli della discordia da una parte. Lo ius soli trattato in tutte le salse in questi mesi e la cui discussione è rimandata soltanto a settembre. Una legge che divide e spacca il mondo politico e non solo. Dall’altra parte lo giuspersonalismo da valorizzare, da tendere oltre la nazionalità, oltre il sangue, oltre la razza, oltre coloro che assecondano il popolo facendo leva su bisogni e necessità che nulla hanno a che vedere con la cittadinanza. “Non può esistere un cittadino meno cittadino di qualcun altro” ripeteva il prof. Rodotà da poco scomparso. E queste parole sono quanto mai attuali e ricche di significato per volgere ad un analisi scevra da barocchismi retorici tipici del mondo politico mediatico e televisivo. Mondo che preferisce la frase sintetica ma spesso vuota di significato al ragionamento dai tempi lunghi, ragionamento che spesso raccoglie il senso profondo delle parole e la visione d’insieme per una comunità che si fonda sul concetto di Stato e di Cittadinanza che segna il tempo e muta con esso. In effetti la questione centrale che lega lo ius soli a tutto il dibattito è proprio il concetto di Cittadinanza.  La nuova legge introduce due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni: si chiamano ius soli(“diritto legato al territorio”) temperato e ius culturae (“diritto legato all’istruzione”). Lo ius soli puro prevede che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza. Lo ius soli “temperato” presente nella legge presentata al Senato prevede invece che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:

– deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale
– deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge
– deve superare un test di conoscenza della lingua italiana.

L’altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). Andiamo ai dati.
Al momento in Italia ci sono circa 1 milione e 65mila minori stranieri. Moltissimi di questi ragazzi sono figli di genitori da tempo residenti in Italia, oppure hanno già frequentato almeno un ciclo scolastico (a volte le due categorie si sovrappongono). I minori nati in Italia da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592 (assumendo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia). Per quanto riguarda lo ius culturae, sono invece 166.008 i ragazzi stranieri che hanno completato almeno cinque anni di scuola in Italia, non tenendo conto degli iscritti all’ultimo anno di scuole superiori perché maggiorenni. Sono tutti dati che legano fortemente lo IUS SOLI al GIUSPERSONALISMO dell’individuo persona che ha diritto ad esistere sulla carta perché di fatto c’è. La questione che secondo me sarà al centro del dibattito politico dei prossimi mesi si svilupperà su cosa la cittadinanza deve rappresentare. La cittadinanza può diventare il luogo giuridico nel quale includere l’individuo persona a prescindere dal sangue e dalla razza. Individuo che esiste nel paese reale. Oppure la cittadinanza può arroccarsi in astratto con l’esclusione dell’individuo persona che seppur minoranza nel paese esiste e c’è. In quel caso avremo cittadini sulla carta e cittadini di fatto nel paese reale che saranno antagonisti involontari di un cambiamento legislativo soltanto rimandato nelle prossime legislature. Tutto questo aumenterà il livello di ostilità e la frammentazione sarà inevitabile.

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