Nel 1994 di fronte al palese tentativo di consegnare l’Italia, attraverso un colpo di Stato politico giudiziario, alla trionfante macchina da guerra degli ex comunisti guidati da Achille Occhetto, scegliemmo di sostenere il coraggioso tentativo di Silvio Berlusconi, pur nella convinzione che sembrava un impegno quasi disperato. Tuttavia gli elettori capirono che dietro un semplice cambio di nome, si nascondeva l’ultimo colpo di coda del comunismo italiano, già morto oltre la cortina di ferro, ma ancora forte nel nostro Paese. Inaspettatamente la variegata coalizione messa su in pochi mesi dal fondatore di Forza Italia, vinse le elezioni, anche se di misura, salvando il Paese da un rischio incalcolabile. Immediatamente dopo prendemmo le distanze da una politica che tendeva ad identificarsi con la figura del capo e vedeva sbiadirsi il ruolo ed il significato dei singoli partiti, intesi, come li avevamo conosciuti, quali organizzazioni volte alla formazione politica ed alla raccolta del consenso sulla base di valori che si fondavano sulle diverse visioni culturali della società. Ci affrettammo quindi, vent’anni fa, a ricostituire il Partito liberale Italiano, nel quale ci eravamo formati e le cui idee ritenevamo, e riteniamo tuttora, le più  idonee ad interpretare una modernità molto più complessa di quanto  non si riesca a sospettare.

Commettemmo tuttavia il grave errore di ritenere quella fase assolutamente transitoria, nella convinzione che i partiti dovessero ritornare ad essere come erano sempre stati, organizzazioni piramidali, nelle quali le classi dirigenti venivano selezionate dal basso, sul terreno della cultura, dell’intelligenza e del carisma personale. Pensavamo ad elites riconosciute e democraticamente selezionate, non a partiti padronali, dove, come nelle monarchie assolute, contava solo il capo.

L’esperienza illuminista da cui erano scaturite le democrazie liberali e la teoria della separazione dei poteri, ci sembrava una conquista della civiltà destinata a durare in eterno. Gli esempi che avevamo conosciuto sia nel campo del socialismo reale che in quello delle dittature autoritarie di stampo sudamericano, come il peronismo o lo stesso castrismo, apparivano  condannate inesorabilmente a tramontare o ad un rapido declino, perché avevano prodotto soltanto privazione della libertà, miseria, mortificazione della dignità  e delle qualità personali degli esseri umani.

La prepotente affermazione dell’informazione di massa, con la scomparsa del ruolo della stampa tradizionale ed il prevalere di web e TV, produsse invece una inarrestabile corsa verso il leaderismo. Non contavano più le formazioni politiche, che divenivano ogni giorno più liquide, ma i capi. La personalizzazione trasformò la politica in una sorta di organizzazione verticale in cui veniva valorizzata sempre più la fedeltà che la qualità, la quale anzi era guardata con sospetto. Nel tempo gl’imitatori del metodo Berlusconi si sono rivelati tutti di gran lunga peggiori dell’inventore del partito personale, perché privi dell’indiscutibile genio del fondatore di Forza Italia. Ha così avuto facile successo Grillo, che non ha fatto altro che utilizzare in politica il suo talento di comico e rendere estremo, volgare e semplice il suo messaggio populista antisistema. Altrettanto ha fatto Salvini, sia pure limitandosi a cavalcare paure diffuse ed egoismi territoriali. Lo scorso ventennio ha bruciato rapidamente le figure di molti altri leader, da Segni a Di Pietro, da Occhetto a Bossi, da D’Alema a Monti, da Fini a Bersani. Il tentativo più spregiudicato  e pericoloso lo ha fatto Renzi, che non solo ha trasformato il PD, (che per un ventennio era rimasto il partito organizzato di derivazione ideologica dei postcomunisti e dei cosiddetti cattolici democratici) in un partito personale, ma ha tentato l’azzardo di una riforma costituzionale illiberale ed autoritaria, che per fortuna la saggezza degli italiani ha nettamente respinto. Tale enorme sconfitta in qualche misura sembra avere aperto gli occhi ai nostri concittadini, che sono diventati diffidenti dopo le delusioni di quasi un quarto di secolo di personalizzazione populista della politica. Sembra si stia  preparando una nuova stagione, caratterizzata dal  desiderio di ritornare ad orientarsi verso soggetti valoriali, soprattutto di fronte all’ulteriore, recente trasformazione  dei partiti da liquidi in gassosi. La personalizzazione è destinata a seguire la sorte, inevitabilmente prima o poi declinante, dei rispettivi leader, mentre le moderne società complesse hanno bisogno di partecipazione e finiscono col rifiutare le decisioni imposte dai vertici.

Basti pensare alla straordinaria trasformazione in atto delle società  industriali in moderne economie fondate sui servizi, alla scommessa di contenere il predominio della finanza che ha troppo a lungo dominato i mercati, come al diffuso desiderio di restituire alla politica il primato perduto da troppo tempo. Il protagonismo mediatico e l’esasperato decisionismo, non solo spaventano, ma quasi istintivamente spingono verso un rinnovato impegno per le grandi cause, per il ritorno alla riflessione, alla valorizzazione delle opinioni, al desiderio della centralità del singolo, rispetto al cesarismo parolaio dei capi.

Ribadiamo di aver sbagliato nel ritenere che la transizione sarebbe stata breve, ma finalmente intravediamo i primi segnali di stanchezza verso l’esasperato protagonismo mediatico e registriamo un desiderio dei singoli di una nuova orizzontalità, quale ritrovata motivazione per  abbandonare l’astensionismo e ritornare  a scelte individuali più orizzontali e consapevoli,  attraverso le quali ciascuno sarà in grado di riappropriarsi del proprio destino.

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