Dopo le grandi illusioni del dopoguerra, che condussero all’Alleanza Atlantica, alla costruzione europea, alla sconfitta dei nazionalismi del novecento ed al crollo del socialismo reale,  con il conseguente superamento delle ideologie autoritarie e l’affermazione dei principi di concorrenza, merito e libero mercato, sembrava che il modello di democrazia  occidentale fosse destinato a prevalere ovunque ed in modo definitivo. Invece il nuovo millennio si è trovato dinnanzi ad una imprevista è spaventosa crisi identitaria.

L’UE, anziché fondarsi sui valori della democrazia liberale, sulla cooperazione scientifica e commerciale, sulla convergenza fiscale, su una sempre più stretta solidarietà  continentale, nell’esaltazione della libertà e nella costruzione di una autorevole politica estera ed una efficiente difesa militare comuni, si è appiattita sul modello renano, fondato esclusivamente sul rigore nelle politiche monetarie e di bilancio. A propria volta il mondo anglosassone, prima con la Brexit nella visione miope del Governo di Teresa May e, dopo, con lo schizofrenico  protezionismo egoista di Trump, ha avviato un progressivo isolamento, che bisogna augurarsi sia temporaneo, allentando i legami col Vecchio Continente.

Indiscutibilmente sullo sgretolamento del blocco occidentale ha influito in modo determinante il prevalere di una potentissima finanza internazionale spregiudicata, priva di valori o bandiere, che ha facilmente preso il sopravvento rispetto ad una politica divenuta senz’anima,  in assenza  di ancoraggi valoriali o, come ai tempi della guerra fredda, di reali minacce antagoniste. Si è quindi aperto uno spazio immenso per il predominio nel mercato globale di regimi autarchici, come quello Cinese,  quello della Russia di Putin, o i ricchi e spregiudicati potentati arabi.

La minaccia dell’estremismo islamico, fondato prevalentemente sull’invidia sociale verso l’Occidente ricco e progredito, inoltre, ha fatto prevalere egoismi, paure, ricerca di scorciatoie, sfiducia verso libertà  e democrazia,  che invece erano le grandi idee che avevano prevalso nella seconda metà del novecento, portando progresso, crescita economica, libertà.

La massificazione della comunicazione, sempre più superficiale e volta a colpire l’istinto piuttosto che sollecitare la riflessione, ha altresì determinato un appiattimento culturale, che, per conseguenza, ha progressivamente cancellato le differenze, l’orgoglio delle tradizioni e delle appartenenze.  Il risultato è  stato quindi il dilagare del populismo rispetto alla razionalità,   la proliferazione di partiti personali dei rispettivi capi al posto di quelli valoriali, ancorati ad antiche regole di partecipazione democratica e rigide tradizioni culturali. Sono quindi andati scomparendo quei soggetti politici che, nella seconda metà  dello scorso secolo, avevano  percepito la grande emozione che Kierkegaard aveva definito “la vertigine della libertà”, riuscendo a spazzar via ed archiviare i partiti pesantemente ideologizzati ed autoritari di derivazione egheliana e marxiana.

Nel nostro Paese il fenomeno ha assunto proporzioni più rilevanti a causa di una campagna giudiziario-mediatica, volta ad associare la politica al potere ed  alla corruzione e non all’arte difficile e delicatissima di saper compiere  coraggiose scelte legislative e di governo. Ormai da un quarto di secolo, con l’unica eccezione di Silvio Berlusconi, (che tuttavia corrisponde più all’immagine di un caudillo che a quella di un leader) l’Italia non produce più figure politiche di rilievo, ma piccoli parolai da fiera di paese, che, alla prima difficoltà, dimostrano i propri limiti ed il loro successo, spesso affermatosi molto velocemente, precipita con altrettanta rapidità. Conseguenza tangibile del  vuoto che si è  determinato è la crescente e diffusa  considerazione nei confronti del pur opaco Gentiloni, che, senza l’inutile scalpore del suo predecessore, porta avanti il proprio compito con diligente modestia e talvolta con successo. Altrettanto riscuote consenso un serio e determinato, antico militante del PCI, come Minniti, che nel confronto col suo predecessore al Ministero dell’Interno, non soltanto appare un gigante, ma ha finito con l’assumere di fatto anche il ruolo che competerebbe al Ministro degli Esteri in tutte le scelte più rilevanti. L’enorme vuoto generazionale che ha coinvolto almeno cinque generazioni, tutte fallimentari, spiega come Prodi, D’Alema e Bersani siano ancora sulla breccia e dimostrino ancora, a sinistra, una forte capacità d’interdizione. Altrettanto avviene a destra, dove l’ottantenne Berlusconi si  appresta con molta probabilità a vincere le prossime elezioni. Al di fuori dei grandi vecchi, tutti formatisi al tempo della cosiddetta Prima Repubblica,  la concorrenza tra le nuove figure emergenti appare a dir poco modesta, come dimostra il balletto del duo Di Battista-Di Maio, che, lungi dall’assomigliare anche vagamente a degli statisti, fanno pensare ai polli di Renzo.  Salvini  ogni giorno perde punti nel confronto con Umberto Bossi, che era si molto ignorante, ma dotato di una istintiva sensibilità politica. Così la giovane Giorgia Meloni non riesce ad eguagliare il successo elettorale del Fini dei tempi migliori. Le seconde e terze file, anche a causa del sistema di reclutamento per cooptazione in base alla fedeltà piuttosto che alla qualità ed all’esperienza, rappresentano il nulla assoluto. Le palestre di formazione politica, dai partiti, ai sindacati, alle associazioni di categoria, ai movimenti studenteschi sono state cancellate, con la conseguenza che pur apparendo razionalmente impossibile, realisticamente non si può non temere che il prossimo Parlamento, a causa di un inarrestabile fenomeno di avvitamento, possa  rivelarsi persino peggiore di quello attuale.

Stefano de Luca

CONDIVIDI