Il taglio della fiscocrazia va fatto e basta, perche’ paga sempre.

di Luca Maria Blasi

Nei periodi di crisi è difficile ragionare sulle cause dei fenomeni economici. Manca la serenità, l’ipocondria prende la mano e si genera pessimismo per una reazione a catena psicotica, difficile da fermare. Come per la manzoniana “Storia della colonna infame”, oggi l’untore è il liberismo, che affama le masse, sempre più povere. Che si tratti di luogocomunismi è chiaro, o comunque dimostrato in innumerevoli studi (v. es. “Il capitalismo e gli storici” del 1954 di von Hayek).

Ma non è solo questo il punto. Esiste una vecchia questione politica da chiarire in argomento: se il liberismo appartenga a partiti o movimenti “conservatori” o “progressisti”, o, se si vuole, se è di destra o di sinistra (come ad es. sostengono Alesina e Giavazzi nel loro libro “Il liberismo è di sinistra”), ovviamente moderate.

La realtà dei fatti dimostra però che si tratta di classificazioni stucchevoli: non c’è mai stata garanzia che la lotta allo statalismo, e quindi a quella che chiamo FISCOCRAZIA (fisco + burocrazia), fosse connaturale a un particolare schieramento politico. Molto spesso, anzi, è stato un orientamento trasversale. L’unica certezza, in argomento, è che il taglio delle imposte e della burocrazia, da chiunque effettuato, ha poi prodotto SEMPRE espansione e benessere.

Lo spiega bene Arthur Laffer (quello della famosa curva, disegnata sul tovagliolo di un ristorante alla presenza di Donald Rumsfeld e Dick Cheney), con riguardo all’esperienza statunitense, nel suo libro del 2009 “THE END OF PROSPERITY”, da cui ho tratto i dati che seguiranno.

Prima di analizzarli, dò il risultato in sintesi, che forse sorprenderà qualcuno: sono esistiti presidenti USA convintamente liberisti sia repubblicani (tipico esempio Reagan) che democratici (es. Kennedy); e viceversa, capi dell’esecutivo statalisti sia repubblicani (es. Nixon) che democratici (es. F.D. Roosevelt).

Il che significa che L’APPARTENENZA AD UN DATO PARTITO NON DA’ AUTOMATICAMENTE PATENTI DI LIBERISMO. A meno che non si fondi, ovviamente, un partito liberista…

Questo è il messaggio del post. Chi ha abbastanza volontà, tempo e pazienza, può proseguire la lettura con i dati a supporto di ciò che sostengo, tratti dal libro di Laffer, che vanno dal primo dopoguerra al 2008.

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Fino all’approvazione del sedicesimo emendamento, nel 1913, l’imposta sul reddito negli Stati Uniti era incostituzionale. Ma una volta introdotta, è andata sempre aumentando, con luminose eccezioni cui corrisposero, puntualmente, periodi di prosperità.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, si verificò una recessione a causa delle ingenti spese militari finanziate da Woodrow Wilson (democratico), che aveva aumentato l’aliquota massima al 73%. Ne seguì un forte aumento della disoccupazione.

I repubblicani Harding e poi Coolidge ridussero perciò drasticamente l’aliquota al 25%. Ne nacquero i “ruggenti” anni Venti. Le entrate fiscali aumentarono considerevolmente, nonostante la riduzione delle aliquote: 720 milioni di dollari nel 1921, oltre un miliardo di dollari nel 1928.

L’idillio si ruppe col crack del 1929, che però non fu dovuto certo alla riduzione della pressione fiscale o ai mercati troppo liberi, come la rinnovata vulgata marxista sostiene, ma causato da errori politici e della banca centrale, come rilevato da Friedman e Rothbard.

Con il New Deal e l’interventismo statale di F.D. Roosevelt (democratico) la tassazione salì considerevolmente, e si mantenne alta sotto Truman (democratico) e Eisenhower (repubblicano).

Fino ad arrivare al 1961, quando fu eletto alla presidenza John F. Kennedy, democratico. All’epoca, le aliquote fiscali andavano dal 20% al 91% a seconda degli scaglioni di reddito. Kennedy affermò che “il metodo più sano per aumentare le entrate nel lungo periodo è quello di ridurre le aliquote … un’economia ingabbiata da alte tasse non produrrà mai abbastanza entrate per mantenere in equilibrio il bilancio, non creerà posti di lavoro, non creerà profitti”. Elaborò imponenti tagli fiscali, attuati solo nel 1964, dopo la sua tragica scomparsa. La riduzione delle aliquote riguardò tutti gli scaglioni: la più alta scese dal 91 al 70%.

Negli anni successivi, la crescita dell’economia fu straordinaria e rapida. La disoccupazione scese al livello più basso da trent’anni. L’ultimo anno prima dei tagli fiscali, le entrate erano calate del 3,4%, attestandosi a 68,8 miliardi di dollari. Dopo, crebbero costantemente, sino a raggiungere addirittura il 14,3% nel 1968, raggiungendo i 95,7 miliardi di dollari.

Ma Lyndon Johnson (democratico), che succedette a Kennedy, abusò del boom: aumentò massicciamente le spese e le imposte per la guerra del Vietnam, introdusse la leva obbligatoria per tutti i giovani dai 18 ai 26 anni e varò programmi assistenziali di “lotta alla povertà” che crearono una classe parassitaria di americani, dipendenti dal welfare. Un disastro che deprimerà la società USA per decenni.

Alle presidenziali del 1968 venne quindi eletto il repubblicano Richard Nixon, che si rivelerà probabilmente il peggiore presidente USA della Storia, non solo per lo scandalo Watergate che lo costrinse nel 1974 a dimettersi. Nixon – che si dichiarò keynesiano – inanellò infatti una serie imbarazzante di provvedimenti disastrosi: fu il fautore di una regolamentazione ambientale e sul lavoro che raddoppiò i costi per le imprese americane; abolì il Gold Standard nel 1971, decretando la fine della convertibilità in oro del dollaro, che si svalutò pesantemente, facendo lievitare il prezzo dell’oro da 35 dollari all’oncia nel 1971 a 850 dollari nel 1980; impose dall’agosto 1971, per timore dell’inflazione, il congelamento degli stipendi e dei prezzi (che durò fino al 1973) e una tariffa del 10% su tutte le importazioni americane, in violazioni dei trattati commerciali. Dal 1970 al 1974 incrementò la spesa pubblica del 30% per cercare di “stimolare” l’economia: ma la disoccupazione raddoppiò, passando dal 3,5 al 7%.

Le politiche keynesiane continuarono col successore Gerald Ford e poi col democratico Jimmy Carter, eletto nel 1976. Il controllo dei prezzi petroliferi da lui disposto causò scarsità di carburante e un’inflazione galoppante, che raggiunse nel 1980 il 14,5% annuo. Fu il famigerato periodo della stagflazione (stagnazione + inflazione), in cui i tassi d’interesse lievitarono fino al 21,5%.

Il disastro di Carter fu completo dopo la sciagurata vicenda degli ostaggi in Iran, mentre la guerra fredda con l’URSS – che era arrivata alla massima espansione della sua influenza in Africa e in Asia – sembrava perduta.

Nel 1980 la svolta: il repubblicano Ronald Reagan. Il suo programma anti crisi era in sei punti: 1) abbassare le imposte; 2) sconfiggere l’inflazione e restaurare un dollaro forte mediante una politica monetaria restrittiva; 3) ridurre l’intervento statale e portare il bilancio in equilibrio; 4) deregolamentare le industrie chiave dell’energia, dei servizi finanziari, dei trasporti; 5) espandere il libero commercio e favorire la globalizzazione; 6) vincere la guerra fredda ricostruendo l’apparato militare.

Reagan ridusse l’aliquota più alta dal 70 al 50%; dal 1986 fissò solo due aliquote d’imposta: 15% e 28%; ridusse la tassa sui guadagni da capitale dal 28 al 20%. Ecco i risultati: nel 1983 si registrò una crescita del 3,5%, nel 1984 addirittura del 6,8%. Negli otto anni della sua presidenza, il PIL crebbe del 26%, furono creati 17 milioni di nuovi posti di lavoro, il dollaro tornò una moneta forte grazie al contenimento dell’inflazione, (che scese dal 13,5% del 1980 al 4,1% del 1988); i tassi d’interesse calarono dal 21,5% al 10%.

Grazie alla deregulation reaganiana, i prezzi nei settori-chiave industriali (gas naturale, telecomunicazioni, linee aeree, autostrade e autotrasporti) crollarono tra il 25% e il 60% nel periodo successivo fino al 1995. Alla fine degli anni di Reagan, l’economia USA era cresciuta di un terzo e tutte le classi sociali ne erano state beneficiate.

A Reagan fu però rimproverata l’impennata del debito federale, che triplicò a causa delle spese militari necessarie per la vittoria della guerra fredda. Tuttavia, nonostante i tagli, le entrate federali aumentarono comunque del 24% nel periodo della sua presidenza.

Le ricette liberali di Reagan portarono fuori dalle secche della lunga recessione degli anni Settanta l’economia dell’America e del mondo industrializzato, garantendo un periodo di espansione durato più di 25 anni.

Nel periodo 1982-2007 l’economia americana ha conosciuto un’espansione di 288 mesi; la crescita media in questo periodo fu del 3,4 % all’anno: il più grande e prolungato periodo di creazione di ricchezza della storia americana.

Il successore di Reagan, George H. W. Bush, rialzò tuttavia la pressione fiscale, determinando una breve recessione che favorì l’elezione del democratico Bill Clinton nel 1992. Clinton cominciò il suo mandato con un programma di sinistra; ma la vittoria dei repubblicani al Congresso nelle elezioni di medio termine del 1994 lo convinse a cambiare linea. Con il secondo mandato, infatti, adottò politiche decisamente liberiste, promuovendo gli accordi di libero scambio, riducendo le tasse sui guadagni di capitale, riformando in senso restrittivo il sistema di welfare e portando il bilancio federale in attivo.

Gli americani che vivevano di sussidi si ridussero da 4,4 milioni nel 1996 a 1,9 milioni nel 2005: un grande risultato, merito però anche di Newt Gingrich, influente presidente repubblicano della Camera dei rappresentanti, che favorì le politiche liberiste di Clinton.

Dal 1994 al 2000 l’economia si espanse del 4% all’anno senza inflazione, e la disoccupazione toccò il minimo degli ultimi 25 anni.

Anche la politica fiscale del repubblicano George W. Bush, in carica dal 20 gennaio 2001 fu positiva: nel 2003 ridusse le imposte sui dividendi (dal 39,6 al 15%), sui guadagni di capitale (dal 20 al 15%), sui redditi (abbassando l’aliquota massima da 39,5 al 35%) e sugli investimenti aziendali.

Interventi che, benché accusati di voler favorire i ricchi, crearono 8 milioni di nuovi posti di lavoro, facendo anche aumentare le entrate federali, come previsto dalla curva di Laffer, di ben 785 miliardi dal 2004 al 2007.

Tuttavia, la politica di spesa di Bush jr. fu un disastro. Nel 2001 il bilancio federale aveva 200 miliardi di attivo, ma tre anni dopo – anche a causa delle guerre in Afghanistan e Iraq seguite all’attentato dell’11 settembre 2001 – era in passivo di 400.

Il libro di Laffer è uscito subito dopo l’elezione alla presidenza del democratico Obama, per cui non può esprimere un giudizio sul suo operato. E’ ragionevole ritenere, tuttavia, che non sarebbe stato molto lusinghiero, dato che nei suoi otto anni Obama ha esteso considerevolmente l’intervento pubblico in economia, secondo la (il)logica della crescita a debito. E gli effetti si sono visti: la crescita del PIL USA dal 2008 al 2016 è stata asfittica, quasi perfettamente in linea con l’espansione del bilancio della Federal Reserve, mentre l’occupazione è rimasta al palo. Risultato deludente, che contribuisce a spiegare l’avvento alla presidenza del repubblicano “sui generis” Donald Trump.

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