1. Sul reddito di cittadinanza c’è una gran confusione. Se n’è parlato anche durante la campagna per le elezioni amministrative, con promesse di sussidi in variante locale che hanno poco a che fare con le proposte originarie.

Cerchiamo allora di fare un po’ d’ordine e vediamo le carte.

Benché nel programma “storico” del Movimento 5 Stelle si parli di “sussidio di disoccupazione garantito” (SDG), oggi questo concetto è posto al primo punto del programma di quel partito, con il nome di “reddito di cittadinanza” (RC). Il relativo DDL, numero 1148/2013, denominato “Istituzione del reddito di cittadinanza nonché delega al Governo per l’introduzione del salario minimo orario” è attualmente all’esame della Commissione Lavoro, al Senato.

Visto il poco spazio a disposizione, stendiamo anzitutto un velo pietoso su alcuni interventi collaterali contenuti nel DDL, quale ad es. la fissazione legale del salario minimo orario garantito a 9 euro, davvero SMOG per la produzione, e concentriamoci sulla proposta di RC.

“Il disegno di legge prevede che per tutti i cittadini italiani, europei e gli stranieri provenienti da Paesi che hanno sottoscritto accordi di reciprocità sulla previdenza sociale, sia garantito un reddito stabilito in ordine alla composizione del nucleo familiare ed all’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’Unione europea, di valore pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, quantificato per la persona singola nell’anno 2014 in euro 9.360 annui e euro 780 mensili”. Ci sono poi cervellotici fattori perequativi algoritmici che riguardano i nuclei familiari, che qui vi risparmio (si può comunque arrivare a superare i 1.600 euro per una coppia con due figli minori).

Tralasciando le giustificazioni filosofiche della redistribuzione, per cui uno Stato dovrebbe “prendere ai ricchi per dare ai poveri” – questione sempre aperta – sorge spontanea una serie di brevi osservazioni.

Prima critica: è comunque una somma troppo alta, che indurrebbe alla passività larghe fasce di popolazione, specie al Sud, dove il costo della vita è meno alto, le quali smetterebbero di cercare lavoro o addirittura di lavorare. Ciò sarebbe devastante anche dal punto di vista culturale: si avrebbero milioni di fancazzisti in giro a giocare a carte. Forse sarebbe meglio tornare a chiamarlo sussidio di disoccupazione, e parametrarlo sui circa 450 euro mensili dell’attuale assegno sociale. Ma questo non risolverebbe i problemi collaterali che l’introduzione della misura potrebbe creare, come vedremo.

Seconda critica: criteri di assegnazione poco chiari e arbitrari, con possibili discriminazioni in base al tipo di occupazione e alla fascia d’età.

“Il disegno di legge prevede la possibilità di fruizione del beneficio anche per i lavoratori autonomi: pertanto al comma 5 dell’articolo 3 sono indicati i requisiti di accesso per l’anzidetta categoria di lavoratori per la quale, in ragione di motivazioni contabili, è necessario che la misura del reddito di cittadinanza venga elaborata con modalità diverse rispetto a quelle previste per il resto della platea dei beneficiari”. Sento puzza di bruciato e di ghettizzazione degli autonomi…

“Per i più giovani, ossia per i maggiorenni fino a venticinque anni di età, è stabilito che il possesso di una qualifica professionale o di un diploma di scuola media di secondo grado o in alternativa la frequenza di un corrispondente corso di studi o formazione sia requisito necessario e fondamentale per accedere al reddito di cittadinanza”. Un sussidio meritocratico? E allora perché non per tutte le età? Comunque, questa è la porta per le strade infernali della formazione continua e del controllo del cittadino, di cui dirò poi.

Terza critica: e la copertura finanziaria? Mistero.

Nello stesso DDL si dice che “le persone che si trovano al di sotto della soglia di povertà relativa sono 9.563.000, pari al 15,8 per cento della popolazione” e si quantifica il costo dell’intera misura in 15,5 miliardi di euro, pari a circa l’1% del PIL. Ma poiché l’ipotesi “viene allargata a tutti i residenti cittadini europei e agli stranieri provenienti da Paesi che hanno stipulato accordi di reciprocità sulla sicurezza sociale”, e ci sono costi occulti seminati nella normativa (v. es. art. 13 che “riconosce ai beneficiari del reddito di cittadinanza il diritto all’abitazione, quale bene primario, tramite forme di agevolazione del pagamento del canone di locazione” e dunque “prevede altresì un incremento di 500 milioni di euro il Fondo nazionale di sostegno per l’accesso alle case in locazione” oppure il misterioso “Fondo di garanzia per il finanziamento delle iniziative imprenditoriali legate al reddito di cittadinanza”, etc.) il dato è sicuramente sottostimato.

Non si sa dove si andrebbero a prendere questi soldi. Non a caso, del resto, in tema si sono registrati i pareri negativi del MEF e di Banca d’Italia, che hanno definito questa ipotesi insostenibile per i conti pubblici.

Ma a questo può ovviare, si sa, la fantasia del popolo della democrazia diretta, le cui ipotesi più gettonate sono i soliti “meno F35” e in generale il taglio delle risorse all’Esercito, alla Marina, ai Carabinieri, passando per una rapinuccia ai Fondi Pensione dei professionisti (ogni tanto riemerge il tic comunista dei grillini) per finire – e come ti sbagli? – col mitico “recupero del gettito dalla lotta all’evasione fiscale”.

A parte queste “quisquilie”, poi, c’è il problema dell’enorme appesantimento burocratico, e quindi dei relativi enormi costi occulti d’impianto e di gestione, che questo illiberale sistema di accertamento, controllo e erogazione comporta.

Sono infatti coinvolti nel progetto, a vario titolo: Centri per l’impiego, Ministero del Lavoro, Regioni, Comuni, INPS, Agenzia delle Entrate, ASL, Scuole, Università e centri di formazione, Agenzie formative accreditate e una mitica Struttura Informativa Centralizzata (SIC!). “Nella struttura informativa centralizzata confluiranno i dati anagrafici del richiedente, lo stato di famiglia, la certificazione dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), la certificazione del reddito al netto delle imposte, riferito all’anno in corso, la certificazione del reddito di cittadinanza percepito, i dati in possesso dell’INPS, quelli relativi ai beni immobili di proprietà, alle competenze certificate, allo stato di frequenza scolastica del minore”.

Ciliegina sulla torta, l’istituzione presso il MinLav dell’ineffabile “Osservatorio Nazionale del Mercato del Lavoro e delle politiche sociali”. Altra fuffa socialista, altro carrozzone per imboscati.

Questo, solo sul fronte pubblico. Dal punto di vista del beneficiario, per accedere al RC, sarà necessario sostenere continui adempimenti formativi, con la creazione del “fascicolo personale elettronico del cittadino” e del «libretto formativo elettronico del cittadino», cose che, per le numerose “simpatiche” interferenze nella vita privata (per controllare che non ci siano abusi, ovviamente), sanno tanto di STASI. Ad es., il beneficiario deve, tra l’altro, “svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro, secondo le modalità definite d’intesa con i servizi competenti, documentabile attraverso l’accesso dedicato al sistema informatico nazionale per l’impiego e con la registrazione delle azioni intraprese anche attraverso l’utilizzo della pagina web personale di cui all’articolo 10, comma 9, sulla quale possono essere salvati i dati riferiti alle comunicazioni di disponibilità di lavoro inviate ed ai colloqui effettuati. L’azione documentata di ricerca attiva del lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere”.

In definitiva, un sistema paranoico, tipico del socialismo reale. Tutti sotto controllo: conta documentare l’attività, non il risultato.

La cosa ridicola è che questa normativa appare anche in contraddizione con diversi punti dello stesso programma pentastellato. Infatti nel DDL non si parla della copertura finanziaria (in contrasto con il programma sub STATO E CITTADINI: “Approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria) mentre il meccanismo comporta sicuramente un forte aumento del debito pubblico e dei costi dello Stato (in contrasto con il programma sub ECONOMIA: “Riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi”).

La lettura del testo, poi, lascia francamente basiti. E’ una vera supercazzola farraginosa che, muovendo da provvedimenti socialoidi europei, quali la risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 e la Carta sociale europea, documenti peraltro interpretati pure estensivamente, riporta a pieno titolo al sindacalese dei “gloriosi” anni Settanta, il decennio rosso.

Secondo i suoi sostenitori, il reddito di cittadinanza “fa aumentare i consumi dei beni primari e, quindi, influisce direttamente sulle piccole e medie imprese che vedono aumentare i propri profitti innescando un circolo virtuoso per lavoratori e imprese”. Ma “non dovrà essere una misura assistenziale, in quanto reddito primario, cioè reddito che remunera un’attività produttiva di valore, che è l’attività di vita” (???)

Sciocchezze che, in quanto tali, non funzionerebbero e farebbero solo danni.

  1. Vediamo ora perché, per “contrastare la povertà, la diseguaglianza e l’esclusione sociale”, obiettivo del DDL sopra citato, è invece decisamente preferibile il meccanismo dell’IMPOSTA NEGATIVA SUL REDDITO (NIT, Negative Income Tax).

L’idea, abbozzata nel XIX secolo da Antoine-Augustine Cournot (Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesse, 1838), e sviluppata poi soprattutto da Milton Friedman (Capitalism and freedom, 1962), R.J. Lampman (Expanding the American system of transfers to do more for the poor, «Wisconsin Law Review», 1969, 2), e da J. Tobin, J.A. Pechman e P.M. Mieszkowski (Is a negative income tax practical?, «Yale Law Journal», 1967, 77), propugnata in GB soprattutto dall’economista e politica Juliet Rhys-Williams, è abbastanza semplice e consiste nell’immaginare una specie di conto corrente tra il contribuente e lo Stato. La proposta di Friedman è che si fissi una soglia sotto la quale si integri il reddito del contribuente. Se esiste un reddito dignitoso, l’imposta è positiva e va corrisposta allo Stato secondo le regole consuete; se il reddito è inferiore a una certa soglia limite o non esiste, l’aliquota viene comunque applicata, ma si trasforma in partita a credito del contribuente, ossia in un sussidio dello Stato al cittadino.

Poniamo ad es. che la soglia di reddito imponibile minimo sia fissata in diecimila euro e l’aliquota sia il 30 per cento. Se il mio reddito fosse di 5000 euro, avrei diritto a un sussidio di 1500 euro (30% sulla differenza negativa dal reddito minimo, pari a 5000 euro). Se invece il mio reddito fosse pari a zero, avrei diritto al 30 per cento sull’intero reddito minimo, e cioè a 3000 euro.

E’ ovviamente uno schema semplificato; le varianti e i correttivi possono essere parecchi.

Rispetto al sistema del reddito di cittadinanza questo meccanismo presenta i seguenti vantaggi:

– evita il controllo diffuso sull’attività dei cittadini e la stucchevole serie di adempimenti a loro carico, perché la prova del diritto è data dal contribuente con la dichiarazione dei redditi;

– conseguentemente, lascia liberi i cittadini di organizzare la propria vita come meglio credono;

– è sicuramente più mirato, perché non aiuta in modo indiscriminato tutti i contribuenti che presentino le stesse caratteristiche (per es. assenza del capofamiglia, età, disoccupazione involontaria ecc.) ma chi effettivamente si trovi in stato di bisogno, avendo un reddito inferiore a quello fissato come reddito soglia;

– è molto meno oneroso per lo Stato, dati i costi burocratici nettamente inferiori.

Certo, anche in questo caso occorre fare attenzione a non fissare un reddito minimo imponibile troppo alto, per evitare la disincentivazione al lavoro. Ma è una questione relativamente semplice.

In definitiva, siamo sempre lì; ogni distribuzione imposta dall’alto necessita di un sistema di repressione di tipo sovietico. Un liberale, alla cosiddetta giusta distribuzione del reddito – chimerica e costosissima anche in termini di convivenza civile – preferisce quindi un metodo efficace per combattere la miseria che rispetti la libertà individuale. E il metodo della NIT può esserlo davvero.

Curiosità. Anche l’OCSE nel 1974 fece uno studio di circa 50 pagine sull’imposta negativa sul reddito. Ma non se ne fece nulla. Il clima politico conta…

P.S. E’ uscito sul tema un libro curato e introdotto da Antonio Martino per il Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi, dal titolo: “Un reddito garantito per tutti?”

Credo valga la pena di leggerlo.

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